Ci pensò la Nemesi della Storia, che ai vinti di Mentana preparò la triste, ma giusta, ma fatale rivincita di Sédan!
SCHIZZO TOPOGRAFICO dell’Insurrezione Romana — 1867 ([Versione più grande])
XVII.
L’Eroe aveva più che mantenuta la sua parola; dal 1868 al 1870, non solamente non s’era più mosso da Caprera, ma, cosa portentosa, aveva scritto poche lettere, e fatto parlare raramente di sè.[374]
Che cosa fa il Generale?; — era la domanda quasi obbligata e periodica de’ suoi amici in quegli anni; — che cosa pensa, che cosa mulina, che cosa apparecchia? — Nulla! pota le viti del Fontanaccio, scrive de’ romanzi,[375] e fa la corte alla signora Francesca Armosino, che non sembra ritrosa a quell’onore.
Se non che, a un tratto, l’una dietro l’altra, col crescendo d’un uragano, scoppiano le notizie dell’anno terribile: l’antico duello tra Francia e Germania ripreso; il primo esercito francese disfatto a Wörth e a Gravelotte; il secondo annientato, coll’Imperatore stesso prigioniero, a Sédan; l’Impero caduto e la Repubblica gridata: gli eserciti di Germania alle mura di Parigi: la Francia boccheggiante sotto il piede del vincitore, troppo orgogliosa, vorremmo dire, troppo grande, per darsi vinta ancora.
Ora in mezzo a questo cataclisma che spostava da un istante all’altro il fulcro dell’equilibrio mondiale, quale sia stato il contegno dell’Europa, il contegno dell’Italia nostra, non è mestieri ridirlo. L’Europa gridò: «Beati i neutri;» l’Italia esclamò: «Quest’è l’ora di riprender Roma:», più d’uno forse pensò se non era il caso di riavere anche Nizza; e continuando a lasciar che la Francia si liberasse come poteva dalle strette del colosso che le stava sul petto, ciascuno badò soltanto a trarre quel qualunque profitto che potesse dalla vittoria dell’uno, dalla sconfitta dell’altro, dallo spossamento d’entrambi. Ciascuno, eccettuatone un solo: colui che fu, sotto ogni rispetto, l’eccezione vivente del nostro secolo, Giuseppe Garibaldi. Intanto che gl’Italiani si preparavano tripudiando alla facile conquista dell’eterna città, intanto che taluno de’ suoi concittadini nizzardi lo sollecitava a entrare nel moto revisionista che doveva restituire la sua terra nativa all’Italia, egli solo pensava alla Francia; egli solo forse sentiva il pericolo di veder sparire dal consorzio delle nazioni latine quella madre presunta, ma agitatrice certa di tutte le grandi idee moderne; ed egli solo le offerse, con semplice e commovente parola, «quanto restava di lui.»
La sua lettera però al Governo della Difesa Nazionale in Tours restò senza risposta; e forse la sarebbe rimasta per sempre se il francese colonnello Bordone, uno de’ suoi ufficiali del 60, fattosi zelatore ardentissimo di quel viaggio, non fosse riuscito a strappare al signor Crémieux, Guardasigilli della Difesa Nazionale una specie di aggradimento o d’incoraggiamento ufficioso che non aveva nulla, a dir vero, dell’invito ufficiale e categorico d’un Governo; ma che bastò al Bordone stesso per credere e far credere al Generale che egli sarebbe stato accolto a braccia quadre da tutto il popolo francese e salutato come un salvatore.[376] Ma fu disingannato ben presto. A Marsiglia il popolo lo accolse coll’usato entusiasmo; ma a Tours era così poco aspettato[377] che lo stesso Crémieux fu udito esclamare in suon lamentoso: «Ah mon Dieu; il arrive! Il ne nous manquait plus que cela;[378]» e il Gambetta, disceso per l’appunto in quei giorni in aerostata alla capitale provvisoria della nascente repubblica, non seppe ringraziarlo in altro modo che facendogli offrire il comando di due o trecento Volontari, di cui il Governo non sapeva che farsi.