Ma indarno. Ora il Cambriels dichiarava di non poter dare nè un uomo, nè un cannone de’ suoi; ora invece sognando d’essere attaccato egli stesso, interrompeva le operazioni meglio avviate di Garibaldi per chiedere soccorso a lui;[381] ora infine per l’impotenza di Garibaldi, ora per l’incapacità e il malvolere del Cambriels, la cosa andò tanto a seconda ai Prussiani da quel lato, che alla fine dell’ottobre, avuta pronta ragione dei pochi mobili che guardavano la città, entrarono, per dedizione del municipio, in Dijon.
Il fatto era grave. Colla presa di Dijon non solo tutte le gole del Morvan, dietro le quali la Francia possiede nei grandi opifici del Creuzot una delle maggiori sue ricchezze, erano esposte all’invasione nemica, ma persino le strade di Lione e di Nevers, quindi la linea della Loira, dietro la quale il generale Bourbaky ordinava il suo ultimo esercito salvatore, poteva essere minacciata. Di fronte pertanto a questo pericolo, il governo di Tours pensò di incaricare il Generale della difesa del Morvan, ordinandogli di trasportarsi con tutte le sue forze ad Autun. E il Generale, che fino a quel giorno avea reso alla difesa del Giura importantissimi servigi, arrestando coi felici scontri di Genlis e Saint-Jean de Losne (5, 6, 7 novembre) i Prussiani al di là della Saona, accettò, ringraziando, il nuovo mandato, e tra il 14 e il 15 novembre mosse per il nuovo teatro della guerra che gli era destinato.
Ma quivi pure la parte affibbiatagli era superiore alle forze. Col sopraggiungere della legione italiana e d’altri corpi franchi, Garibaldi aveva potuto accrescere e riordinare il suo piccolo esercito in quattro brigate; la prima comandata dal generale Bossack, veterano delle guerre polacche, con circa quattromila uomini; la seconda agli ordini del signor Delpeck, testè prefetto di Marsiglia, prode, ma nuovo alle armi, di circa millecinquecento; la terza, capitanata da Menotti Garibaldi, comprendente i Corpi franchi italiani, di circa cinquemila seicento uomini; una quarta infine, posta sotto il comando di Ricciotti Garibaldi, composta in gran parte di francs-tireurs, ma che a quei giorni era tuttora in formazione a Dôle e superava di poco il migliaio di combattenti.
E conviene sempre rammentarsi che se questa massa di circa quattordicimila uomini cominciava a prendere qualche forma e qualche aspetto militare, non aveva ancora al suo arrivo in Autun che quattro pezzi d’artiglieria di montagna; contava tutt’al più un centocinquanta cavalieri miseramente montati; penuriava de’ più necessari oggetti di corredo, principalmente di cappotti e di scarpe, divenuti, pel crudo inverno che s’innoltrava, assolutamente indispensabili. Il nemico invece presidiava con circa ventimila uomini Digione, e nei dintorni ne teneva altri diecimila tra Auxonne e Dôle, ed era già potentemente fiancheggiato dalla 14ª divisione, del 7º corpo (Zastrow), staccato dall’armata del principe Federico Carlo, le cui avanguardie stormeggiavano tra Auxerre e Montbard e minacciavano insieme il fianco sinistro di Garibaldi e le sue comunicazioni col sud. Erano insomma cinquantamila uomini, muniti di potente e numerosa artiglieria e forniti a dovizia d’ogni ben di Dio, contro quindicimila soldati improvvisati, sprovvisti d’ogni cosa più necessaria.
È ben vero che il generale Garibaldi non era solo, e che quasi a contatto della sua destra, tra Beaune e Chagny, stava scaglionato tutto l’esercito dell’est, passato allora sotto gli ordini del generale Crousat, per ripassare tra poco sotto gli ordini del generale Cremer; ma chi rammenti dall’un canto la funesta dualità di comando che paralizzava le migliori intenzioni dei due eserciti e l’antipatia che i generali francesi avevano d’accordarsi col Condottiero italiano; chi consideri dall’altro il modo veramente singolare con cui que’ generali intendevano e facevano la guerra, senza concetto, senza iniziativa, senza fede, vedrà che Garibaldi non poteva fare assegnamento per operazioni importanti che sopra sè stesso; e leggendo attentamente la storia di quel tratto di campagna, si convincerà che se egli non fosse stato, nulla avrebbe impedito all’esercito di Werder di marciare un mese prima sopra Lione, e di sorprendere dietro la Loira il generale Bourbaky in piena formazione.
Tuttavia, come al solito, egli disse: «i’ mi sobbarco,» e si mise all’opera. Fino a quei giorni i prussiani avevano potuto scorazzare impunemente il paese e con pochi ulani spadroneggiarlo. Da che entrò in campo Garibaldi la scena mutò, ed essi pure dovettero pensare un po’ più seriamente ai casi loro. Oramai in quell’arte delle scoperte, dei volteggiamenti, delle sorprese in cui si eran chiariti maestri, avevano trovato un emulo, e un emulo degno di loro. D’ora in poi non un bivio, non un villaggio, non un bosco, in cui i formidabili scorridori tedeschi non incontrassero, pronte a riceverli, anzi desiderose d’incontrarli, le pattuglie dei franchi tiratori garibaldini. Il giuoco delle allegre scorribande nel Morvan e sulla Costa d’Oro era finito, quando non erano i superbi vincitori di Sédan e di Strasburgo che ne pagavano le spese.
Munita alla meglio Autun, scaglionatosi arditamente da Epinac a Soubernon, Garibaldi non s’accontenta di star sopra una inerte difesa; attacca, sorprende, molesta egli stesso il nemico, e col moto perpetuo sulla fronte, sui fianchi, alle spalle, gli nasconde i suoi disegni. Così il 20 lancia a fondo la brigata Ricciotti sulla colonna Zastrow, e il figliuolo fa così bene la sua prima prova di comandante che sorprende, a Châtillon-sur-Seine, una delle avanguardie nemiche, le uccide dugento uomini, le porta via centosessanta prigionieri,[382] e quattro carri di munizioni.
Ma di ciò non s’appagava. Da lungo tempo Garibaldi mulinava di tentare un colpo di mano notturno su Dijon, e nella sera del 24, lasciata parte delle forze a guardia d’Autun, mosse colla 1ª e 3ª brigata Bossack e Menotti, all’ardua impresa. Se non che la brigata Bossack essendo incappata negli avamposti prussiani di Velars, che avrebbe dovuto cansare, la sorpresa, come accade di sovente, fu sventata e il disegno mutato. Non per questo Garibaldi indietreggiò. Presa posizione sulle alture e nei dintorni di Lantenay, Garibaldi aveva concertato col capo di stato maggiore del generale Cremer di attirare nella Val di Suzon l’inimico, per lasciar modo ai Francesi di accostarsi a Dijon da sud-est, e se era possibile penetrarvi.
Ai Prussiani però importava troppo di non avere un siffatto nemico, potrebbe dirsi, a ridosso; sicchè intanto che egli meditava di attaccarli nelle loro posizioni di Plombières, aggirandoli per nord-ovest, essi si movevano ad attaccar lui nelle sue posizioni di Lantenay aggirandolo per la strada di Prenois-Pasques, d’onde lo scontro e quel che fu detta la battaglia di Pasques. Garibaldi però, vigile sempre, aveva scoperto fin dal mattino (26 novembre), la marcia del nemico, sicchè non appena egli cominciò a spuntar colle avanguardie su Pasques, potè salutarlo colle sue artiglierie. Allora il combattimento s’accese, e Garibaldi in persona, montato pel primo giorno a cavallo, lo dirigeva. E quantunque il numero de’ Prussiani fosse da quel lato minore (la sola brigata Degenfeld), la superiorità della loro artiglieria era tale che la bilancia delle forze traboccava ancora in loro favore. Tuttavia l’ardore dei Garibaldini è in quel mattino grandissimo; la legione italiana, condotta dal Tanara, si lancia alla baionetta; alcune compagnie di franchi tiratori, guidati da Canzio, secondano il Movimento; la brigata Delpeck spuntando da Ancey minaccia la destra di Pasques, talchè i Prussiani, in presentissimo pericolo d’essere tutti avvolti, si ripiegano disordinati su Prenois. Colà però trincerati dietro le case, e protetti dalle muraglie dei giardini, ripiglian la resistenza; ma di là pure intrepidamente assaliti da ogni fianco cominciano a vacillare ed a cedere terreno. Egli è allora che Stefano Canzio, il quale in tutta quella campagna manifestò doti d’intelligentissimo capitano, veduto il balenar de’ nemici si pone a capo di quel distaccamento di cacciatori a cavallo e di quelle poche guide garibaldine, che facevan tutta la cavalleria dell’esercito, raccozza quanti altri ufficiali e soldati a cavallo gli cadon pel momento sotto mano, e formato così un gruppo di forse centocinquanta cavalieri, si lancia ventre a terra, Murat improvvisato, contro il fianco sinistro dell’inimico sulla strada di Prenois-Darois, e ne compie la rotta.