Ma all’entusiasmo latino stava per rispondere ben presto la solidità tedesca. Sorpresi a Hauteville dai carabinieri del Razzetto, gli avamposti di Degenfeld danno in volta disordinata, e dietro loro i franchi tiratori di Ravelli e di Ricciotti si avanzano arditamente fin sotto Talant; ma il nemico s’è già riavuto dalla prima sorpresa; il 1º battaglione del 2º reggimento badese, fiancheggiato da batterie a mitraglia, si spiega sulla strada accogliendo con rapide scariche su quattro righe gli assalitori: i mobili, nuovissimi al fuoco, nuovissimi a quelle imprese notturne, infilati dalla moschetteria e dalla mitraglia, rompono, si scompigliano, rigurgitano in grandissimo tumulto, trascinando nel loro vortice i più audaci e volonterosi. Invano Garibaldi dalla sua carrozza, esposto egli pure alla grandine dei colpi nemici, urla, prega, bestemmia, vuol farsi portare innanzi a forza di braccia: non c’è genio o virtù di Capitano che imponga ad un esercito vinto da un timor pánico; e quando il pánico lo prende di notte, nessuna potenza umana che lo salvi.

Ma che cosa faceva, intanto che i Garibaldini attaccavano due volte in un giorno il nemico, che cosa faceva il generale Cremer co’ suoi dodicimila uomini scaglionati da Beaune a Chagny, a quattro ore di marcia da Dijon? «Dobbiamo supporre, esclama il generale Bordone, ch’essi siano stati battuti e schiacciati, poichè conoscendo il forte conflitto, che durava dal mezzogiorno in poi, non diedero segno di vita.[383]»

A Garibaldi frattanto fu giuocoforza battere in ritirata. Rioccupate nella notte le sue posizioni di Lantenay-Commarin, al mattino vegnente, 27, mentre il generale Werder con due colonne convergenti si preparava a circuirlo e tagliargli la via, riusciva a sgusciargli dalle mani col grosso delle sue forze, e fatta fronte due giorni ad Arnay-le-Duc, il 30 novembre rientrava, senza lasciarsi dietro nè feriti nè prigionieri, in Autun.[384]

Colà però il nemico non tardò a rendergli la visita di Dijon. Solo Garibaldi la presentiva; e datone avviso al Cremer, che prometteva ancora il suo aiuto, faceva munire d’artiglierie le due strade di Saint-Martin e Saint-Symphorien, d’onde il nemico doveva infallibilmente sbucare.

Se non che la guardia di Saint-Martin era stata affidata a certo Chenet, comandante la Guerrilla d’Orient, che nella notte dal 30 novembre al 1º dicembre, senza ordine, senza perchè, come si lascia una villeggiatura, scomparve, abbandonando nelle mani dei Tedeschi quella posizione importantissima. Era una vigliaccheria inaudita, una patente diserzione in faccia al nemico; il Chenet fu da un regolare Consiglio di Guerra condannato alla degradazione ed alla morte (graziato poi della vita per troppa generosità di Garibaldi); ma frattanto il danno era avvenuto e il nemico, forte di tutta la brigata Kettler, di un reggimento dragoni e di tre batterie, era già, prima che fosse avvertito, ai sobborghi della città. Nulla di meno, trovò resistenza degna di lui. Intanto che i francs-tireurs di Ricciotti e i volontari della Legione italiana, fiancheggiati da due battaglioni di mobiles, ributtavano il nemico dai sobborghi e ricuperavano Saint-Martin, le batterie garibaldine, collocate da Garibaldi, controbattevano felicemente le prussiane, Menotti arrestava sulla destra la colonna di Saint-Symphorien e frustrava il movimento girante d’un’altra dalla foresta di Vesvres; talchè in meno di due ore, l’assalitore era forzato a dar volta su tutti i punti. Ed a compiere la vittoria che i Garibaldini per mancanza di cavalleria non poterono proseguire, il generale Cremer riusciva a cogliere le retroguardie dei fuggenti presso Châteauneuf, rimeritato per ciò da elogi eccessivi di Garibaldi, il quale l’aveva fatto avvertire della rotta dei Prussiani e l’aveva posto in grado, usando un po’ d’energia e di solerzia, di circuirli e annientarli.[385]

XX.

Le marcie e i combattimenti di quell’ultima settimana di novembre avevano gravemente danneggiato la debole compagine dell’esercito dei Vosgi, e Garibaldi fu costretto ad occupar gran parte del dicembre ad accrescerlo, riordinarlo e soprattutto fornirlo di quanto fino allora l’avara mano del governo di Tours gli aveva fatto desiderare.

Infatti l’esercito s’era ingrossato fino a sedicimila uomini; una seconda batteria di campagna le era stata aggiunta; una certa unità d’armamento e d’assise cominciava ad ottenersi; soltanto difettava sempre di cavalli e gl’intrighi del Frapolli a Lione che arrestava i Volontari accorrenti a Garibaldi, i pettegolezzi del Quartier generale e le animosità dei generali francesi duravano ancora.

Ad aggravar le disgrazie nella seconda metà di quel mese, Garibaldi fu ripreso da uno de’ suoi consueti accessi di artritide, che lo inchiodò per parecchi giorni in letto, obbligandolo ancora, come nel Trentino, a far la guerra dalla sua camera, per divinazione.

E tuttavia la sua alacrità non rallentò un istante. Il gran disegno, che, secondo il signor Gambetta e il suo ispiratore signor De Serre, doveva salvare la Francia, la punta cioè di Bourbaky su Belfort con l’intendimento di liberare quella fortezza, riafferrare l’Alsazia e troncare gli eserciti germanici dalla loro base, sembrava maturo, e non restava più che concertare gli ultimi particolari della sua esecuzione. In vero Garibaldi non approvava quel disegno. A parer suo era un errore da cima a fondo: «errore perchè di quanta gente staccavasi dalla Loira, di altrettanta il nemico ringagliardiva le linee che stringevano la capitale; errore perchè lasciava isolato Chanzy contro il Principe Federico, che Bourbaky avrebbe dovuto assalire, e contro il Duca di Mecklemburgo; errore perchè prima che Bourbaky, con la solita lentezza francese, si fosse avvicinato a Belfort, Werder avrebbe spedito rinforzi: errore soprattutto, secondo lui, perchè muovendo sul suolo ghiacciato, sotto l’incessante fioccare della neve, una giovine truppa, nuova ai disagi, sarebbe stata affranta dalle fatiche e dagli stenti, prima di cominciare i combattimenti. Io (esclama la signora Jessie Mario, angelo confortatore dei feriti e degli ammalati, in quella campagna) l’udii favellare in questo senso con accento di profonda afflizione e non c’è sillaba che i fatti non abbiano con precisione confermato.[386]»