E l’Italia, com’era da attendersi, si scosse in sussulto e guardò sbigottita la immensità della perdita che aveva fatto. Un sol pensiero occupa in un subito tutte le menti, un sol nome corre su tutte le labbra; una folla triste e come trasognata ingombra le vie; le bandiere si abbrunano, le feste si sospendono, i negozi si differiscono: i teatri, le scuole, le officine si chiudono: la concordia della sventura affratella, come nel funebre giorno di Vittorio Emanuele, gli affetti e le opinioni più discordi: quei medesimi che ieri ancora sprezzavano ed aborrivano l’implacato nemico, s’arrestano riverenti innanzi al cordoglio della nazione e sentono essi pure muoversi qualcosa nel loro cuore, che se non è peranco dolore, è rispetto e pietà. E tuttavia, l’ansietà che tutti preme, appena scosso il primo stordimento della percossa, è il conoscere la storia degli ultimi momenti dell’eroe! Come e quando morì? e chi l’attorniava e chi l’assistette, e quali furono le ultime sue parole, e chi raccolse l’estremo suo respiro, e chi gli chiuse gli occhi, e chi lo compose sul letto di morte?

Nel mattino del 1º giugno il Generale aveva cominciato a sentirsi male. Il catarro bronchiale gli faceva ingorgo più del solito nel petto e non potendo espellerlo gli rendeva sempre più lento e affannoso il respiro. Non c’era presso di lui a Caprera altro medico che il dottore Cappelletti, medico di bordo del Cariddi, ancorato in quelle acque, ma egli avvertì tosto la gravità del caso, e d’accordo colla signora Francesca e con Menotti, che da più giorni si trovava presso il padre, telegrafò al dottor Albanese in Palermo, perchè accorresse immediatamente.

Ma il male incalzava con rapidità terribile e nella notte dal 1º al 2 s’aggravò siffattamente che nel cuore di tutti gli astanti entrò lo sgomento d’un pericolo urgente. Allora ne fu telegrafato a Canzio a Genova ed a Ricciotti a Roma; ma oramai nè essi, nè Albanese potevan più giungere a tempo.

La forte natura del Generale, prostrata da una decenne congiura d’infermità, era alla sua ultima prova.

Nel pomeriggio del 2 la difficoltà crescente del respiro, l’affievolimento della voce, l’abbandono delle forze, fecero a tutti comprendere che la catastrofe era imminente.

Tuttavia il Generale, sebbene parlasse a stento, aveva ancora la mente serena. Solo l’inquietava la tardanza d’Albanese, sicchè iteratamente domandò se Albanese fosse arrivato; se il vapore fosse in vista; ma nessuno potè dargli la consolante risposta! A un certo punto due capinere, consuete visitatrici del Generale, vennero a posarsi sul suo balcone aperto, cinguettando allegramente; la moglie, temendo disturbassero l’ammalato, fece un gesto per allontanarle; ma il Generale, con un fil di voce soave, susurrò: «Lasciatele stare, son forse le anime delle mie due bambine che vengono a salutarmi prima di morire. Quando non sarò più vi raccomando di non abbandonarle e di dar loro sempre da mangiare.»

E pare siano state quelle le ultime parole che profferì. Solo più tardi chiese ripetutamente del piccolo Manlio, infermiccio egli pure, si asciugò con un moto convulso della mano la fronte, mormorando «sudo....» cercò il suo cielo, il suo mare.... sorrise a’ suoi cari.... e colla placidezza d’un patriarca, fra le braccia della dolce famiglia, alle 6.22 pomeridiane spirò.[406]

E da allora comincia il grande epicedio delle Nazioni. Re Umberto scrive di proprio pugno al figlio Menotti:

«Mio padre m’insegnò nella prima gioventù ad onorare nel generale Garibaldi le virtù del cittadino e del soldato.

»Testimone delle gloriose sue gesta, ebbi per lui l’affetto più profondo e la più grande riconoscenza e ammirazione. Queste memorie mi fanno sentire doppiamente la gravità irreparabile della perdita.