Giuseppe Garibaldi non pretese dalla sua patria, per la quale aveva tanto operato, non domandò alla sua famiglia, che aveva tanto adorata, altro pegno di gratitudine, altro ricambio d’amore, che di dormire pugno di cenere tra le fosse delle sue bambine, lontano dal fatuo rumore del mondo, che aveva sempre sprezzato, nell’Isola solinga, sotto il libero aere, presso l’immenso mare, che avea tanto amati; — e gli fu negato.

Capitolo Decimoquarto. EPILOGO.

I. L’Eroe e il Capitano.

Tale fu l’uomo di cui ci siamo avventurati a narrare la vita. Molti particolari vi potranno essere aggiunti, molti aneddoti intarsiati, molti falli corretti; ma se l’amore dell’opera nostra non ci ha fatto sin qui fitto velo al giudizio, confidiamo che i tratti più caratteristici della sua figura vi siano tutti raccolti e bastevolmente lumeggiati.

Giuseppe Garibaldi fu principalmente «l’Eroe», e sarà questo l’antonomastico nome col quale vivrà nella storia. Il coraggio, l’agilità, la forza, la fortuna, la vaghezza delle imprese ardue e maravigliose, la famigliarità col pericolo, il disprezzo della morte, la fede nella vittoria, una tal quale presunzione d’invulnerabilità taumaturgica, tutte le doti essenziali all’eroe, egli le compendiò e fuse in sè medesimo con una forma così eletta e così tipica, che non è mestieri ridirne di più. Pure non basta: Multi fuere ante Agamemnona fortes; quelli che siam venuti sin qui enumerando in Garibaldi son pure gli attributi comuni dell’eroismo, e Achille, Orlando, Leonida, Epaminonda, Aroldo, il Cuor di Leone, il Cid, Bajardo, quali li concepirono insieme la leggenda e la storia, ponno vantarsi di averli posseduti quanto lui, taluno forse, in talun caso, più di lui.

La virtù invece che lo distingue e lo solleva sulla falange di tutti gli eroi fino ad ora conosciuti, e lo accomuna piuttosto a quella speciale famiglia d’uomini di guerra che furono insieme guerrieri e capitani, quali i Maratonomachi, l’Africano, il Barbarossa, Giovanni delle Bande Nere, il Morosini, il gran Condé, Gustavo Adolfo, è la calma imperturbabile, la serenità olimpica, la padronanza sovrana del campo di battaglia, per la quale anche travolto nei vortici più furiosi della pugna egli poteva seguirne e dominarne con occhio sicuro e freddo giudizio le peripezie, e nel momento stesso in cui sembrava sparire nella mischia come l’ultimo dei combattenti, giganteggiava sul campo come un ispirato capitano.

Ed eccola detta la gran parola, quella che a molti sarà la più ostica di questo libro, ma per la quale appunto l’abbiamo scritto: la parola che tarderà lungo tempo ad essere accolta nei sinedri delle vecchie cricche militari, ma che alla fine, non già per merito nostro, o nemmeno di alcun più poderoso propugnatore di noi, ma per solo merito intrinseco della sua verità, finirà a farsi strada e trionfare.

Garibaldi fu un gran Capitano e di terra e di mare; e se la Campagna del Parana (rammentiamo le azioni in cui principalmente il Capitano rifulse) e la Ritirata da Roma, la Presa di Palermo e la Battaglia del Volturno, la Campagna del Trentino, fatta a tavolino o in carrozza, e la Campagna di Francia, fatta infermo a sessantatrè anni, tra gli ostacoli e le difficoltà d’ogni maniera che ci sono note, non bastano a decretargli un siffatto titolo, non sappiamo più con quale criterio si estimerà oggimai la capacità degli uomini, nè perchè si dirà grande un poeta pei suoi poemi, e un artista pe’ suoi marmi e per le sue tele, e non un capitano per le sue battaglie e le sue vittorie.

La natura lo aveva fatto capitano, ed è questo ancora il miglior modo d’esserlo. Perocchè la guerra è arte; la scienza ne determina i canoni e le appresta gli strumenti, ma l’atto supremo della sua estrinsecazione è essenzialmente una creazione artistica; un pensiero cioè sorpreso, divinato, tradotto in un baleno in un’azione viva, che può essere il tocco d’un pennello, l’atteggiamento d’un periodo, la mossa d’una divisione, e che in tutti i casi richiede quella medesima potenza di ispirazione e di esecuzione che non si apprende nè da maestri nè da libri, che la natura sola dà a taluni predisposti da essa a riceverla, e che diede a Garibaldi.

Nè vogliam dire che la natura abbia dovuto concedergli molto. Le doti per essere grande capitano sono rare, ma non sono le più sublimi. La guerra è in fondo una gran caccia, nella quale capitano e soldati fanno, volta a volta, la parte della fiera, del bracco e del cacciatore. Ora date ad un uomo gli istinti della fiera che si trafuga e si difende, del cane che la imposta e la stana, del cacciatore che la circuisce e l’assale, e avrete nelle sue qualità essenziali il grande uomo di guerra: avrete Garibaldi.