Gli si aggiungano poi come doti peculiari, se non veramente a lui solo, a pochissimi come lui: un senso profondo e quasi fatidico del terreno, tanto che indovinarne, dal punto di veduta militare, il carattere, misurarne l’estensione, stimare quanta truppa vi possa capire in colonna od in battaglia, era per lui, può dirsi, l’affare d’un’occhiata: l’attitudine, perfezionatagli di certo dallo studio delle matematiche, di leggere con tanta sicurezza e precisione nelle carte topografiche da potere, come gli accadde nel Trentino, far la guerra quasi esclusivamente su quelle: la facoltà acuitagli dall’esercizio della navigazione, di essere orientato sempre e di guidarsi, perduta ogni altra scorta, anco colle stelle, sicchè non gli accadde mai di perdere la strada, spessissimo di trovarla dove nessuno la sospettava: la virtù di non allarmarsi mai, sorella a quella di non lasciarsi mai sorprendere, e figlie entrambi di altre due qualità naturali: il sangue freddo e il fiuto del pericolo; sicchè nel 1859 presso Casale, essendosi alcuni de’ suoi esploratori precipitati nella stanza dove desinava, gridando ansanti: «Il nemico! Il nemico!» — «Ebbene,» disse, senza interrompere il pittagorico pasto, «lasciatelo venire, dopo pranzo lo riceveremo;» la sua qualità d’anfibio, sicchè poteva giovarsi a suo grado dell’uno e dell’altro elemento, e nella terra, dove un ammiraglio avrebbe trovato un incaglio, egli trovare uno sbocco, e nell’acqua, dove un generale avrebbe scorto un ostacolo, egli vedere un veicolo: la potenza infine acquistata essa pure nelle ginnastiche della gioventù nomade e marinaresca, di durare più di chicchessia alla fatica ed alle privazioni della vita guerriera, d’onde quella sua abitudine d’essere il primo alzato nel suo campo e il primo a farne suonare la Diana, per andare, albeggiando appena, ad esplorare egli stesso, molto al di là delle proprie linee, le posizioni del nemico; si aggiungano, dicevamo, o meglio ancora, si innestino sulla prima radice della sua natura eroica tutte queste qualità omogenee ed affini a quella prima, e si avrà la spiegazione perchè Garibaldi, avendo letti pochi trattati d’arte militare, e forse nessuno, non avendo mai sostenuto esami in nessuna Accademia, nè fatto manovrare una compagnia sopra nessun campo di Marte, abbia potuto sopra quaranta combattimenti, tra i quali almeno sette giornate campali (il 30 aprile e il 3 giugno a San Pancrazio, Milazzo e il Volturno, Bezzecca e le tre giornate di Dijon), vincere almeno trentasette volte il nemico,[408] e sconfitto veramente, disfatto in guisa da dover abbassare le armi ed arrendersi alla mercè del vincitore, non lo sia stato mai.
Gli mancò, è vero, per la guerra a cui fu condannato, l’occasione di sviluppare grandi concetti strategici; ma tutti quelli che suggerì od effettuò: la marcia manovra su Palermo; la occupazione difensiva della sinistra del Volturno; il progetto di Campagna consigliato nel 1866, concorde a quello proposto dal generale Moltke; la disapprovazione data in Francia alla mossa del Bourbaky; il consiglio ripetuto e non ascoltato di occupare in ogni caso gagliardamente Dôle; tutti questi ed altri esempi provano abbastanza che l’intelletto strategico non mancava certo al nostro Capitano, e che gli fallì soltanto l’opportunità di sperimentarlo egli stesso sopra campi più vasti.
Certo il suo merito risalta più spiccatamente nelle operazioni tattiche. Per la guerra di partigiano, marciar di notte, dormire il giorno, spiegarsi possibilmente coperto; cansar la lotta, se non è sicura la vittoria; costretto ad accettare il combattimento in condizioni sfavorevoli, protrarre fino a notte la resistenza, perchè di notte la ritirata è più sicura; caricati dalla cavalleria, formare la massa in difesa, preferibile al quadrato vuoto che si muove con difficoltà e presenta una fronte troppo debole e troppo estesa all’assalitore. Per la guerra grossa poi «riunire il più di forze possibili sul punto tattico o obbiettivo di campo di battaglia, massima di tutti i grandi uomini di guerra; pericolose però le colonne serrate, specialmente dopo il perfezionamento delle armi: in ogni caso lasciare accostar il nemico: bersagliarlo di pochi colpi ben diretti, e quando sia vicino, fidar sempre nella baionetta e caricarlo.
Questi i precetti principali, ch’egli riassunse in tanti scritti,[409] e professò con l’esempio. «Lasciateli venire,» gridava al Volturno. «Sedetevi, che vincerete,» urlava a Mentana. «Un soldato non deve aver mai vergogna di coprirsi per colpir meglio il nemico,» esclamava a Dijon; ed era la stessa voce che ordinava al momento opportuno le cariche a ferro freddo e le capitanava.
Che cosa mancava dunque a quest’uomo perchè gli si potesse contrastare il titolo di gran Capitano? Di aver mai fatto la grossa guerra, nè condotte le grandi masse degli eserciti moderni. Davvero, che questo argomento sia ripetuto da un pubblico profano e ignaro di siffatte questioni lo si capisce, ma che possa essere in buona fede adoperato da’ militari, sorprende e attrista ad un tempo. E qual uomo di guerra fu egli assunto al comando supremo delle grandi masse, se non dopo aver fatto le sue prove comandando le minori? Oh come! Nella gerarchia militare chi ha comandato un reggimento è presunto capace di comandare una brigata, e chi una brigata una divisione, e così di seguito, e questa presunzione di capacità non varrà per Garibaldi?
Voi, Tedeschi, eleggeste generalissimo de’ vostri eserciti il Moltke, che prima di Sadowa non aveva mai guidato in guerra un solo battaglione; voi, Francesi, deste il bastone di maresciallo a Mac-Mahon, che prima di Magenta non aveva mai condotto al fuoco una divisione; voi, Italiani, reputaste capaci il generale La Marmora e il generale Cialdini, di comandare in capo tutto l’esercito italiano, sol perchè il primo aveva capitanato 15,000 uomini in Crimea, e il secondo ne aveva guidati altrettanti a Castelfidardo ed a Gaeta; e nessuno di voi riconoscerà che Garibaldi, il quale cominciò a guidarne parecchie migliaia fin dal 1849; che al Volturno ne comandava 30,000, e nel Trentino 35,000, possa bastare all’ufficio, a cui pure i gallonati e piumati suoi colleghi furono reputati meritevoli? Col criterio di non reputar Capitano chi non ha comandato grandi eserciti, Napoleone I, che non ne comandò, nella prima e più gloriosa sua campagna d’Italia, più di 30,000, non sarebbe mai stato che un guerrillero, e Hoche, Massena, Lannes, Augereau, che eran già salutati grandi generali quando non avevano ancora condotto al fuoco che le minuscole divisioni della Repubblica, non sarebbero rimasti che dei cabecillas.
Certo, a dirigere le grandi masse, Garibaldi solo non sarebbe bastato; ma quale più sommo Capitano vi bastò? Anco a Garibaldi faceva mestieri quello che occorse a Napoleone, all’Arciduca Carlo, a Wellington, a Moltke, una corona d’interpreti intelligenti, e di cooperatori fidi; uno Stato maggiore istrutto, e generali di divisione valenti; un servizio organizzato di amministrazione, d’ambulanza, di provianda; ma se a lui pure fosse stato concesso tutto ciò, con quanta maggior libertà ed efficacia non avrebbe potuto attuare i suoi concetti e far sentire alla macchina ben congegnata posta nelle sue mani l’impulso del suo genio! Gli eserciti mancarono a Garibaldi, non Garibaldi agli eserciti! Egli partì co’ Mille di Marsala; ma sarebbe partito assai più volentieri, noi lo vedemmo, con una brigata dell’esercito regolare,[410] e quando voleva esprimere il gran conto in cui teneva l’esercito italiano, invocava l’onore «di combattere alla sua sinistra.»
Strana logica invero!
Fino ad ora si era sempre creduto che chi fu capace di far bene co’ pochi potesse essere presunto idoneo a far meglio co’ più; ma a Garibaldi pare che questa maniera di ragionamento non sia applicabile.
Egli è escluso dalla legge del perfezionamento umano. Fosse stato, come dicevano i Piemontesi d’una volta, una vecchia giberna invecchiata fra le piazze d’armi e le caserme, avrebbe potuto dire egli pure il suo bravo «porto nel mio zaino il bastone di Maresciallo;» ma aver guerreggiato per circa quarant’anni, nel vecchio e nel nuovo mondo, portar sul corpo dieci ferite, presentare uno stato di servizio di sedici campagne[411] e quaranta combattimenti; aver battuto in America Oribe e Brown, in Italia Oudinot e Colonna, Landi e Bosco, Lanza e Ritucci, Urban e Kuhn, e in Francia Keller, Danemberg e Kettler, tutto ciò non dà diritto ad alcuna promozione.