Guerrigliero cominciò, guerrigliero visse, guerrigliero morì.
Diverso fu il giudizio di Abramo Lincoln, che gli fece offrire il comando d’un esercito della grande repubblica americana; diverso quello dell’austriaco D’Aspre, che nel 48 esclamava: «Un sol uomo avrebbe potuto ancora salvar l’Italia, e non fu compreso;» diverso quello del prussiano generale Manteuffel, che pochi anni or sono scriveva: «Se il generale Bourbaky avesse operato secondo i suoi consigli, la campagna dei Vosgi sarebbe stata la più fortunata combattuta nel 1870-71 dalle armi francesi.[412]»
Diversi i pareri dei moderni storici militari, quali il Rustow e il Lecomte, che studiarono un po’ più attentamente e spassionatamente le sue campagne; ma ciò non conta. Non è un generale,» cominciò a mormorare qualche professore d’arte militare, che non aveva letto mai probabilmente una sola pagina delle sue guerre; «non è un generale,» ripetè in coro la scolaresca, e «non è un generale,» fece eco il pubblico pappagallo; e con questa sentenza pronunciata senza esame, senza motivi e senza processo fu accompagnato al sepolcro.
E frattanto la prima vittima di questi errori e di questi pregiudizi, propri a dir vero a tutto ciò che tiene ancora della casta e dell’accademia, fu l’Italia. Pensino invece gl’Italiani, se il valore reale di quest’uomo fosse stato giustamente estimato, quanti rovesci di meno e quanti trionfi di più! Pensi il valoroso esercito nostro, quanto corteo di novelle vittorie avrebbe scortato le sue bandiere, se colui che vinse coi cento e coi mille, coi diecimila e coi trentamila, nel piano e sui monti, cogli scamiciati e cogli inermi, avesse potuto capitanare le agguerrite schiere di Palestro, di San Martino e di Gaeta, e nella sera della fatale Custoza, dare, a chi l’avesse interrogato sul da farsi, la classica risposta: «dormire sul campo.»
Ma anche per lui la giustizia verrà dal di fuori e comincerà dopo morto. Fra pochi anni i giudizi degli stranieri, più intelligenti e più spassionati dei suoi compaesani, saranno conosciuti, i preconcetti e le gelosie che vietarono sin qui la conoscenza e la manifestazione della verità saranno spenti, le storie militari del nostro tempo e del nostro paese saranno meglio scritte, più lette e meglio apprezzate, e allora forse l’Italia comprenderà a qual caro prezzo abbia pagato l’errore d’aver partorito dal suo seno un grand’uomo di guerra e d’averlo disconosciuto.
II. Il Patriotta e l’Umanitario.
Pura quanto quella del guerriero, incontestata più di quella del capitano è la gloria del patriotta. Se fra gli eroi della spada è difficile trovargli il simigliante, trovargli l’uguale nello stuolo degli eroi della patria lo è ancora più. E ciò perchè quello che egli offerse in olocausto all’Italia supera in valore tutto quanto fino a lui, anche i più grandi cittadini, anche Washington, il grandissimo fra tutti, avevano offerto alla patria loro. Tutti come lui diedero alla loro terra natale il meglio di sè stessi: il sangue, la vita, gli averi, le gioie del domestico focolare, persino, costosissimo fra i sacrifici, le palme più meritate della gloria ed i risentimenti più legittimi dell’ambizione; ma nessuno di loro le immolò, come lui, il tesoro più sacro del suo petto, la fede dell’anima sua.
La patria creata dal genio e dalla virtù di Washington fu quella vagheggiata da lui: fra il suo concetto politico e la volontà de’ suoi concittadini nessun divario essenziale e nessun dissenso: il Virginiano diede alle Colonie da lui redente e federate le istituzioni pensate ed elaborate dalla sua mente, le suggellò, a dir così, dello stampo del suo spirito e ottenne un frutto e un premio dell’opera sua che nessun altro maggiore.
Di Garibaldi diverso il destino. Egli non sortì la mente pratica del grande Piantatore; il genio della politica non era il suo e non v’è mestieri di riprova. Discernere tra la verità ideale e la realtà effettuale la distanza e la differenza non era da lui; veder ciò che nel suo paese ed anche nel suo tempo fosse fattibile era al di sopra o al di sotto, secondo il punto da cui lo si consideri, del suo intelletto, e il solo trovarsi di fronte ad una questione pratica, se non era militare, lo confondeva e paralizzava.
Epperò il contrasto profondo tra quello che i suoi coetanei preferirono e quello ch’egli amò; tra gl’ideali del suo capo e quelli della sua patria. Il suo ideale religioso fu la Religione naturale o il Deismo filosofico, che dir si voglia, di Gian Giacomo; e l’Italia è per due terzi cattolica, per l’altro terzo scettica o indifferente. Il suo ideale politico fu una specie di Repubblica patriarcale con un Dittatore temporaneo, assistito da un Consiglio di probi viri, «la Repubblica della gente onesta,[413]» come egli la chiamava; e l’Italia è e vuol essere monarchica. Il suo ideale sociale è un quissimile di società pastorale, nè colta, nè barbara, vivente nella semplicità e nell’innocenza, retta da un regime che sarebbe un che di mezzo tra il comunismo sansimoniano, «a ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuna ’capacità secondo il suo lavoro,» e il nuovo socialismo della cattedra, «governo largitore di tutti i beni e riparatore di tutti i mali;» e l’Italia si dibatte ancora contro gli avanzi del passato e non osa sbarbicare le ultime radici delle antiche caste e dei vieti privilegi. Quale abisso adunque tra l’anima di quell’uomo e le aspirazioni del suo paese; quanti conflitti dolorosi, quante tentazioni insidiose, o di sciogliere il litigio coi colpi di spada dei Cesari, dei Cromwell e dei Napoleonidi, imponendo alla patria ignara e riluttante la legge della sua volontà, o di abbandonarla, come persona che si sprezza, alla meritata servitù!