Ora Garibaldi non seguì nè l’uno, nè l’altro consiglio, gettò sull’ara della Patria i suoi amori e i suoi odii, le sue più care speranze, le sue più carezzate chimere, e senza chiederle alcun prezzo del suo sacrificio la servì e la salvò.

Nel 1848 proclamava, primo fra i repubblicani, la necessità di stringersi al re Carlo Alberto, e non dipese da lui se la sua spada, che poteva essere forse la salvezza d’Italia, fu ricacciata nel fodero.

Nel 1857 è ancora il primo a sottoscrivere con Daniele Manin e Giorgio Pallavicino il patto d’unione dell’Italia con Casa di Savoia ed a fondare con essi quel nuovo partito nazionale, che fu la base popolare dell’imminente risorgimento.

Nel 1859 non esita ad offrire il suo braccio al Re Galantuomo, e trascinata dietro al suo esempio tutta la gioventù più gagliarda ed attuosa d’Italia, suggella sui campi di battaglia l’unione auspicata della rivoluzione con la monarchia.

Nel 1860 infine, quando il nodo del problema italiano sembrava giunto a tale che la monarchia nè poteva tagliarlo colla spada, senza compromettersi, nè lasciarlo in balía della rivoluzione, senza abdicare, nè scioglierlo coll’artificio dei compromessi e delle transazioni, senza nuocere al suo principio vitale, Garibaldi ancora scioglie il nodo intricato e ponendosi a capo di un’impresa, che adempiva insieme ai fini della rivoluzione ed agli obblighi della monarchia, amplia il patto dei plebisciti e fonda sovra essi il nuovo regno.

Nè a questo patto venne meno più. Aspromonte e Mentana furono certamente, il primo un grande errore, il secondo una grande temerità, entrambi una illegalità; ma astraendo anche da quel segreto viluppo di equivoci e di ambiguità, che in tanta parte li giustificarono, essi devono essere giudicati piuttosto un conato di insurrezione contro la politica d’un governo, che un atto di ribellione contro le istituzioni d’uno Stato.

Non si dimentichi mai che tanto sulla bandiera di Aspromonte, quanto su quella di Mentana, il motto era pur sempre quello di Marsala; e l’aspro dissidio insorto per questo fatto fra Garibaldi e Mazziniani, ne indica meglio d’ogni altro argomento la capitale importanza.

Nè bisogna credere che tutte le conseguenze di Aspromonte e di Mentana siano state malefiche. Non si scordi che l’Italia nel 1861 non era ancora che un simulacro; le mancavano Roma e Venezia, le veniva meno, cosa anche più triste, la speranza e l’ardire di presto acquistarle. Roma era serrata nel circolo vizioso dei voti della Camera e della Convenzione di settembre, che ne rimettevano la liberazione al doppio miracolo dei «mezzi morali» e del consenso della Francia; Venezia poteva, è vero, aspettare più fidente la fortuna d’una nuova alleanza; ma era sempre l’aspettazione del fato.

Ora un uomo che sorgesse protesta viva della volontà nazionale contro la lettera dei trattati e le ambagi della diplomazia, che fosse sempre pronto a spingere il governo, se si arrestava, a scuotere la nazione, se intorpidiva; che serrando insieme l’Italia e la Francia nel dilemma implacabile: «Roma o morte,» rendesse sempre più accorti coloro che ci contendevano la nostra capitale, dei pericoli d’un più lungo rifiuto; un uomo simile non poteva mai dirsi senza un influsso benefico sui destini della patria sua, nè egli stimare del tutto compiuta la sua missione.

Oltre di che, e sta in ciò l’importante, quella propaganda, quell’agitazione, anche quelle rivolte, non erano che uno sfogo ed una distrazione offerta alla parte rivoluzionaria, la quale, o abbandonata a sè stessa, o caduta in potere d’altri capi, avrebbe assai probabilmente varcata quella barriera che il generale Garibaldi le impedì sempre d’oltrepassare.