E in ciò veramente si assomma l’opera benefica del grande patriotta negli estremi suoi anni. Egli gettò più volte in mezzo alla Nazione parole terribili, che potevano essere pericolosissimi tizzoni d’incendio, ma quando li vide prossimi a divampare in fiamme minacciose al sacro edificio della patria, egli stesso accorse pel primo e sotto il suo piede li soffocò.

Egli fu, finché visse, come un Dio Termine sulla strada della rivoluzione, innanzi al quale anche i più esaltati e temerari de’ suoi seguaci si sarebbero sempre arretrati. Tutto potevano dire, tutto potevano tentare, ma lui vivo il grido ultimo della discordia, il segnale irrevocabile della guerra civile non avrebbero osato darlo mai.

Il pensiero di Garibaldi è in questo rispetto limpidissimo. Prima l’unità, la concordia, la volontà d’Italia; poi, se vi sia posto, i sogni della sua mente. Si congiungano le parole che egli, reduce dal primo esiglio, indirizzava nel 1848 ai Nizzardi: «Tutti quei che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè i principi facevano il male d’Italia; ora invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna, che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola;» si congiungano con quelle ch’egli scriveva alla vigilia, staremmo per dire, della sua morte: «La Casa di Savoia ha fatto molto per la patria e merita rispetto. Ma quand’anche avesse fatto meno, ha la grandissima maggioranza degl’Italiani per sè, e il sentimento della maggioranza noi dobbiamo rispettarlo, perchè è la continuazione dei plebisciti. Volerlo disconoscere e combattere sarebbe accendere la guerra civile e quindi distruggere colle nostre stesse mani l’opera nostra;» e nell’esordio e nella conclusione di questo discorso, attraverso i contrasti, gli sviamenti, le alternative, che sono il portato necessario di tutte le grandi lotte, avrete riassunto da Garibaldi stesso il suo testamento politico.


E ciò non ostante resterà sempre dubbio se più della patria sua abbia amato le altrui. È questo il tratto più singolare e più radioso della sua immagine. Il patriotta s’immedesimava talmente in lui all’umanitario che era difficile il discernere quale dei due fosse il più vero e il più grande. Primo precetto della sua «Religione del Vero» egli stimava l’evangelico: «Non fare ad altri quel che non vorresti fatto a te stesso;[414]» e con questa norma nel cuore, l’indipendenza, la libertà, la felicità che voleva per la patria sua, le voleva per tutte le altre. Su questo proposito la sua dottrina era di una semplicità biblica. Dio avea creato tutti gli uomini uguali e tutti i popoli fratelli, dividendoli in tante famiglie quanti i linguaggi, ed imponendo loro per dimora tante regioni distinte, di cui la natura stessa aveva, con linee eterne di mari e di monti, tracciati i confini. Soltanto la cupidigia e la nequizia di pochi uomini, nequitosissimi fra tutti i preti, violarono quei confini, tentarono confondere quelle lingue, falsarono il disegno di Dio. Ad essi perciò guerra perpetua: guerra anzi alla guerra, di cui essi pei primi gittarono il mal seme nel mondo. Sopprimere gli eserciti stanziali, primi alimentatori e provocatori della guerra, braccia sottratte al lavoro, sangue rapito alla vita economica delle società moderne, trasformandoli in una milizia volontaria, chiamata soltanto a difesa dei diritti e della libertà dei popoli: fondare una Unione Europea delle Nazioni «con un rappresentante per ciascuna, uno Statuto fondamentale, il cui primo articolo fosse: la guerra è impossibile, ed il secondo: ogni lite delle nazioni sarà liquidata da un Congresso:» proclamare l’unità dell’umana famiglia, cementandola, se fosse possibile, coll’unità d’una sola lingua mondiale;[415] ecco i sogni che l’Eroe incessantemente perseguiva e da cui era egli stesso perseguito, e talvolta anche nel tumulto delle sommosse e il fragor delle battaglie, ma che egli era sempre pronto non solo a bandire e predicare, ma a suggellare col sangue.

Non una causa umana cui fosse indifferente; non una giusta rivolta a cui, anco non potendo colla spada, non partecipasse colla voce e colla penna; non un appello d’oppressi a cui non abbia risposto: presente.

Nel mezzo secolo da lui vissuto nell’uno e l’altro mondo, congiurano, insorgono, combattono, quali per la libertà, quali per l’indipendenza, Brasiliani, Platensi, Spagnuoli, Portoghesi, Polacchi, Ungheresi, Serbi, Rumeni, Greci, Jugo-Slavi, da ultimo anco i Francesi, e non uno di questi popoli che non abbia ricevuto da lui, se non l’aiuto del suo braccio, un soccorso di armi, o di danari, un consiglio utile, una parola confortatrice ed amorosa, e spesso, inviati direttamente da lui, o mossi dall’influsso del suo apostolato, manipoli di valorosi che nelle più remote contrade propagano l’onore della camicia rossa e combattono e muoiono per la libertà dei popoli fratelli al grido di «Viva Garibaldi!»

Nè la sola causa dei popoli l’interessava. Il problema sociale l’occupava anche più del politico. Convinto più che mai che le disuguaglianze sociali fossero non già l’effetto d’una legge naturale, irrevocabile e fatale, ma il prodotto della perversità di pochi uomini o furbi o prepotenti, era contro la società in uno stato di guerra aperta e continua.

E non era un filosofo che meditasse le cause e gli effetti, nè uno statista che distinguesse i mali rimediabili dagl’irrimediabili, e ne apprestasse i provvedimenti e le leggi: era un plebeo, un paria, un diseredato che giudicava della società matrigna in cui si trovava sbalestrato dietro le impressioni del momento, secondo l’effetto più sensibile e più, staremmo per dire, drammatico che ne riceveva; secondo i criteri assoluti di chi vive solitario nelle proprie idee ed ignora la realtà.

La vista, a mo’ d’esempio, d’un signore in panciolle che passasse in carrozza dinanzi a un contadino sudante alla canicola, curvo sulla marra, gli strappava lo stesso gemito di rabbia, le stesso gesto di minaccia che il contadino stesso lanciava alle spalle del superbo gaudente. Credeva la società una lega dei forti contro i deboli, de’ furbi contro gl’ingenui, dei ricchi contro i poveri, e senza esitare un istante, in qualunque causa, stava istintivamente cogli ultimi.