Aveva per vangelo la onestà impeccabile dell’operaio, la bontà innocente del contadino, la brutalità feroce del padrone, la furberia rapace del mercante, la boria ignorante del nobile; e su questi criteri regolava i suoi giudizi. Credeva sul serio ai lauti stipendi della burocrazia, alle ricchezze ammassate dai ministri, ai sordidi traffici dei deputati, alle orgie sardanapalesche della Corte, a tutti i luoghi comuni della eloquenza tribunizia, con questa differenza tuttavia che i tribuni le ripetevano per convenzione e per mestiere; egli con tutta la ingenuità della fede e la profondità del sentimento.

Aveva insomma della società il concetto pessimista di Gian Giacomo, e come Gian Giacomo avrebbe voluto rinnovarla da cima a fondo per mezzo d’una revisione del suo patto fondamentale, cominciando naturalmente la riforma da sè stesso e dalla sua famiglia.

Come però queste idee non potevano essere accettate, od anche accettate in parte non potevano subito nè tutte in una volta essere effettuate, e il mondo continuava a girare sul suo vecchio asse senza curarsi dei sognatori che l’avrebbero voluto far andare a modo loro, così ad ogni nuova disdetta che la realtà dava alle sue dottrine, ad ogni nuovo disinganno che la società in generale o l’Italia in particolare gli facevano patire, il suo umore si faceva acre, il suo pessimismo peggiorava, la sua misantropia filantropica (sentiamo il bisticcio, ma a Garibaldi, che abborriva gli uomini perchè rifiutavano il bene che avrebbe voluto far loro, s’adatta a capello), la sua misantropia filantropica s’inaspriva, e, vero «burbero benefico,» sfogava la sua atrabile sulle spalle di coloro che amava di più e per la cui felicità s’affannava da mezzo secolo, ed era pronto ad ogni istante a dare la vita.

III. L’uomo privato.

Questo, se non c’inganniamo, l’uomo pubblico; ma e l’uomo privato? L’uomo privato fu tale egli pure, che se anche non avesse compiuto alcuna delle azioni famose per cui diventò storico, sarebbe stato tuttavia un esemplare singolarissimo della specie umana, degno di tutto lo studio dello psicologo e dell’artista. Il biondo fanciullo che dipingemmo scorrazzante sulla riviera di Nizza; il bel Corsaro che vedemmo ammaliare la povera Anita alla fontana di Laguna; il trionfante Dittatore del 1860, che al suo apparire faceva squittire in coro le picciotte siciliane: Oh quant’è beddu! aveva serbato fino agli ultimi anni la sua maschia bellezza, una bellezza però tutta sua, lontana dal tipo comune della bellezza eroica e guerriera; originale e novissima essa pure.

Perocchè Garibaldi non poteva dirsi un «bell’uomo,» nel senso più usitato della parola. Era piccolo: aveva le gambe leggermente arcate dal di dentro all’infuori, e nemmeno il busto poteva dirsi una perfezione. Ma su quel corpo, non irregolare nè sgraziato di certo, s’impostava una testa superba; una testa che aveva insieme, secondo l’istante in cui la si osservava e il sentimento che l’animava, del Giove Olimpico, del Cristo e del Leone, e di cui si potrebbe quasi affermare che nessuna madre partorì, nessun artista concepì mai l’eguale. E quante cose non diceva quella testa; quanto orizzonte di pensieri in quella fronte elevata e spaziosa, quanti lampi d’amore e di corruccio in quell’occhio piccolo, profondo, scintillante, che marchio insieme di forza e d’eleganza in quel profilo di naso greco, piccolo, muscoloso, diritto, formante colla fronte una sola linea scendente a perpendicolo sulla bocca; quanta grazia e quanta dolcezza nel sorriso di quella bocca, che era certo, anche più dello sguardo, il lume più radioso, il fascino più insidioso di quel viso, e che nessuno oramai il quale volesse serbare intera la libertà del proprio spirito, poteva impunemente mirar davvicino.

A questa singolar bellezza poi, che era già per sè sola una potenza, la natura, madre parzialissima a questo suo beniamino, aggiunse l’agilità e la forza; non veramente la forza muscolare dell’atleta, ma quella particolare forza nervosa che si rattempra e ingagliardisce coll’esercizio e che, associata all’agilità, rende capace il corpo delle più ardue prove e delle più arrischiate ginnastiche.

E che ginnasta fosse Garibaldi lo sappiamo da lui stesso. «Credo d’essere nato anfibio,» soleva dire per esprimere la facilità con cui fin dalla prima volta in cui si buttò in acqua si trovò naturalmente a galla. Abbiamo notato infatti le persone da lui salvate dall’acqua, e sono sedici: il che potrebbe bastare, anche non essendo Garibaldi, alla rinomanza d’un uomo.

E come nuotava, cavalcava, saltava, s’arrampicava, tirava di carabina, di sciabola, occorrendo di pugnale, senza che nessuno gliel’avesse mai insegnato, e avendone trovato soltanto nella struttura delle proprie membra e negli istinti della propria indole il segreto e la maestria.

Del suo corpo poi, come uomo che sa d’averne bisogno, era curantissimo. Egli non vestì sempre il costume con cui il mondo s’abituò a vederlo fin dal 1860. In America alternò, secondo i casi, il vestire paesano del gaucho, la giacca del capitano di mare, e l’uniforme bianca, rossa e verde della Legione Italiana; venuto in Italia, se non era sotto le armi, nel qual caso tornava alla tunica rossa orlata di verde (non camicia per anco), al cappello piumato a larghe falde, al mantello bianco ed ai calzoni grigi instivalati; indossava un grosso soprabito abbottonato sino al mento, e fu con quello che noi lo vedemmo per la prima volta a Torino nel 1859.