Soltanto la mattina del 5 maggio comparve sullo scoglio di Quarto colla camicia rossa e il poncho sulle spalle; e sia stato amore di quell’assisa fortunata o certezza che quella foggia si attagliasse meglio d’ogni altra alla sua figura, non l’abbandonò mai più.

Ma anche più che all’eleganza del vestire, tenne alla nettezza della persona. Usava frequente bagni e lavacri d’ogni sorte; aveva delle sue mani, de’ suoi denti, de’ suoi capelli una cura attentissima; non avreste trovata sulle sue vesti, spesso logore e strappate, una sola macchia. Strano a dirsi come quel mozzo paresse un gentiluomo. Nel primo abbordo aveva quel non so che di semplice e decoroso insieme che è il primo incantesimo con cui tutti i grandi uomini pigliano di solito i minori. Non dava che del voi; tenne il tu per i figli e per i più vecchi e più intimi amici; e fuori che al Re non l’abbiamo sentito dare del lei a chicchessia. Nel ricevere porgeva egli per il primo famigliarmente la mano; alle signore, tanto più se onorande per età o per lignaggio, gliela baciava con galanteria di cavaliere.

Nei colloqui preferiva l’ascoltare al parlare, segno questo pure di cortesia aristocratica. Nelle cose minime, nelle questioni secondarie d’etichetta o di forma, quando si trattasse di rendere un servizio, di liberarsi da un fastidio, o di concedere un favore, fosse colui che gli parlava ricco o povero, umile o potente, era d’un’amabilità e d’un’arrendevolezza affascinanti. E da ciò la sua troppa facilità nel concedere commendatizie ed attestati d’onestà e di patriottismo anche ai meno meritevoli, e l’abuso che tanti indegni poterono fare della sua parola e del suo nome. Ma in tutti gli argomenti a’ suoi occhi importanti, quando fosse in giuoco alcuna delle sue opinioni predilette, o degli affetti dominanti del suo cuore, allora il discorso cominciava a diventar difficile, e se l’interlocutore s’infervorava nelle obbiezioni, con una sentenza, un motto, talvolta una scrollata di spalle, troncava la disputa. Nel 1864 quando visitò Lord Palmerston in casa sua, avendo questi condotta la discussione sulla Venezia e tentato di fargli capire che la questione veneta era da rimettersi al tempo, alla Diplomazia, ai Trattati: «Ma che cosa mi dite, interruppe di scatto, chè non è mai troppo presto per gli schiavi rompere le loro catene,» e con una mossa subitanea piantò stupito e quasi a bocca aperta il suo eloquente contradittore.[416]

E ciò sganni una buona volta coloro che, non sappiamo con quali fini, si son sempre finto un Garibaldi automa senza idee e senza volontà, e di cui i pochi furbi che l’accostavano potevano a lor grado guidare i movimenti e far scattare le molle. Delle idee ne aveva poche, ma tanto più tenaci quanto più avevano trovato libero il campo dello spirito in cui abbarbicarsi. Discutere con lui era anche per quelli che più stimava ed ascoltava, la più ardua e più erculea delle imprese. Era una sfera d’acciaio brunito che non lasciava presa d’alcuna parte. Francesco Crispi, nel di lui elogio funebre alla Camera dei Deputati, disse: «Non ci fu uomo che sia stato come lui forte nelle sue volontà; egli fece sempre soltanto quello che volle, ma non volle che il bene d’Italia,» e questa affermazione d’un testimonio che gli fu al fianco nei più gravi momenti della patria, ci dispensa dal dirne di più.

Le maniere gentili traevano risalto dai costumi semplici. Pochi uomini più di lui furono nel bere più sobri, nel cibo più parchi. Fino agli ultimi anni, in cui il vino gli fu ordinato quasi per medicina, bevette sempre acqua e dell’acqua migliore si pretendeva buon gustaio finissimo, e l’assaporava, e la decantava talvolta ai commensali, che non erano sempre del suo gusto, come il più prelibato de’ nettari. Quanto alle vivande, mangiava poca carne, anche per un residuo di scrupoli pittagorici che non aveva mai saputo vincere; prediligeva il pesce, i frutti e i legumi. Un piatto di fichi e di baccelli lo metteva d’appetito meglio d’un fagiano tartufato! Il pesce godeva, quand’era sano, pescarselo da sè; e allora due o tre volte la settimana, al pallido lume di Venere-Diana, presi seco or l’uno or l’altro de’ suoi figli e per turno questo o quello de’ suoi compagni di Caprera (quasi sempre, nel 1854, anche lo scrittore di questo libro), scendeva in canotto, ed ora al largo, ora nei seni più pescosi di quella pescosissima marina, passava tal volta coll’amo, tal altra coi filaccioni, quasi mai colle reti, l’intera mattinata, tornandone, rare volte, a mani vuote, quasi sempre con tanto di preda da fornire il desinare a lui e a tutta la colonia.

Ma la sua passione predominante fu l’agricoltura. «Di professione Agricoltore,» scriveva egli stesso sulla scheda del Censimento del 1871, e non aveva mentito. Un terzo della Caprera fu ridotto fruttifero per molta parte del lavoro sudato della sua fronte, o colla scorta de’ suoi precetti e per impulso della sua volontà.

La prima sua opera era stato un vigneto sopra un piccolo altipiano, a metà via tra la sua casa e Punta Rossa, ma quantunque l’uva, tutta bianca, ne fosse squisita, la vendemmia non compensò mai la fatica e la spesa. Più tardi, già preoccupato del problema del pane quotidiano, volle tentare la coltura dei cereali, e ridusse a frumento un quadrato di forse quattro ettari; ma qui pure, per colpa non del cultore, ma del terreno, il frutto non corrispose al dispendio.

Ma il suo vero amore, era il podere modello di Caprera, era il Fontanaccio. Esso pure, fino al 1859 non era che dura roccia, e d’anno in anno ci fece la vite, il fico, il pesco, il mandorlo, il fico d’India, e, sebben più sensibili alle sferzate di grecaio, gli agrumi.

E colà ogni mattina, per lunghi anni, coperto il capo da un cappellone a larghe falde, in camicia rossa sempre, armato di coltelli e di forbici agricole, di cui gran parte portava appesi ad una cintura, passava le lunghe ore a potare, sfrondare, innestare; lieto fin che lo lasciavano solo, rannuvolato tostamente se un visitatore importuno, se un telegramma malarrivato, venivano ad interrompergli il piacere di quelle gradite occupazioni.

Nè agiva empiricamente. Nella sua biblioteca i Trattati d’Agronomia abbondavano, e parte col sussidio dei libri, parte col consiglio di questo o quell’agronomo, che metteva subito nel novero de’ suoi amici, parte coll’aiuto del suo ingegno, naturalmente incline a tutti gli studi fisici, s’era formato un corredo di idee scientifiche e razionali, che certo molti de’ più grossi agricoltori d’Italia non hanno mai posseduto.