Epperò fece venire d’Inghilterra macchine agricole, aprì fosse di scolo per dar esito alle acque piovane, sanò dalle sotterranee i terreni più plastici, sostituì alla rotazione dodicennale la coltura più intensiva delle alberate e degl’ingrassi e agli ingrassi provvide coll’allevamento del bestiame; (ebbe persino centocinquanta capi di armento bovino e quattrocento d’ovino); a poco a poco fornì quel suo podere, strappato zolla per zolla alla breccia ed al granito, di tutto quanto la scienza ha indicato di più acconcio alla sua coltura; e stalle e concimaie e capanni per marcimi e lettimi, e colombaie e alveari e via dicendo; e si rovinò del tutto. Garibaldi non fu mai ricco; ma i suoi pochi risparmi fatti in America, le eredità fatte dai fratelli, i denari ricavati dai ricchi regali mandatigli, i denari stessi donatigli o prestatigli dagli amici di tutto il mondo; tutto andò a finire nel pozzo senza fondo di Caprera, che non restituì mai al suo innamorato cultore nemmeno il salario quotidiano delle fatiche che per circa venti anni le aveva spese d’attorno.


Ma non sempre poteva stare nei campi; e i giorni di pioggia e di vento, o i più crudi dell’inverno, li passava in casa, seduto quasi sempre, dopo il 60, di faccia alla terrazza della casa nuova che guardava il mare, intento alla lettura e alla scrittura. Lesse molto e un po’ di tutto; ma nessuno vorrà dirlo per questo un lettore portentoso. Dei libri, già dicemmo quelli che prediligeva: gli storici principalmente di Grecia e di Roma; i trattati d’Agronomia e di Matematica; e sopra a tutti, i poeti; e fra questi, come è noto, Ugo Foscolo degli italiani; Chenier e Voltaire fra i francesi. Negli ultimi anni s’era preso d’amore per Guerrazzi e Vittor Hugo; due autori non fatti certamente per temperargli la fantasia, e per la Storia dell’Italia antica di Atto Vannucci, di cui citava intere pagine anche ne’ suoi romanzi; ma diletto fra tutti, compagno inseparabile delle sue veglie, primo confidente del suo spirito, il Carme dei Sepolcri, di cui gli trovaron presso il letto di morte aperto il volume.

Nello scrivere invece inesauribile, infaticabile, e rispetto a tante altre cose che faceva, prodigioso. E non diciamo delle sue lettere, testimoni troppo eloquenti della scorrevolezza della sua penna; ma egli scrisse, in vecchiaia, tre romanzi: Clelia o il Governo del Monaco; Cantoni il Volontario e I Mille di Marsala; e da molti anni aveva intrapreso a scrivere in versi sciolti la storia della sua vita, e noi stessi, nel 1864, ne udimmo parecchi squarci dalla sua bocca. Intralasciato poi, per qual ragione non sapremmo dire, questo lavoro, riprese lo stesso tema in prosa, scrivendo le sue Memorie, dal giorno in cui le lasciò nel 1850, fino, crediamo, alla campagna di Francia. E queste Memorie, ci consta nel modo più certo, egli le affidò, or sono quattr’anni, in una cassetta chiusa, al figlio Menotti, coll’ordine espresso di non mostrarle finchè fosse vivo ad alcuno, e soltanto trascorso un certo termine dalla sua morte, pubblicarle.[417]

Mescolate poi alle Memorie autobiografiche, si trovarono fra le sue carte, e si troveranno anche più quando si spoglino tutte, pensieri staccati, frammenti di problemi, appunti, studi fisici e matematici;[418] persino uno specchietto dei conti di casa, che non oseremmo affermare tornassero perfettamente.

Infine, poeta nell’anima, cui non era forse mancato per esserlo anche nell’arte, che il tirocinio degli studi e l’esercizio della tecnica, e poesia vivente egli stesso, non seppe resistere mai alle tentazioni d’una certa sua musa bizzarra e selvaggia che le si era annidata nel cervello, ed empiva quaderni di versi, di cui talvolta l’udimmo noi stessi recitarne lunghi brani, talchè non ci meraviglierebbe che un giorno sbucasse fuori dalle sue carte anche un Canzoniere.

E non solo in versi italiani[419] scriveva, ma spesso in francesi, come ne ha già fatto testimonianza l’inno di guerra composto in Francia e recitato durante l’assalto notturno di Dijon; e ne fa conferma lo squarcio di questo Carme, scritto a Vittor Hugo nel 1867, in risposta della sua Voix de Guernesey, rovente ancora delle collere recenti di Mentana e dove, in mezzo al rombar monocorde delle tribunizie invettive, senti echeggiare qua e là, fieri e solenni, i giambi del Barbier.

Quand plus heureux jadis, aux champs de Parthénope,

Mes jeunes miliciens ont étonné l’Europe,

Essuyant leurs pieds nus sur le tapis des rois,