»4º Chiederà, come è giusto, dai Municipi ogni cosa, di cui possa aver bisogno in nome della Patria, che compenserà alla fine della guerra ogni spesa sopportata da particolari e Comuni.

»5º Egli propagherà l’insurrezione dovunque negli Stati del Papa ed in quelli del Re di Napoli, evitando, per quanto è possibile, di percorrere gli Stati italiani del re Vittorio Emanuele, il nome del quale e d’Italia saranno il grido di guerra d’ogni Italiano.

»6º Eviterà più che possibile d’accettare soldati dell’esercito nostro regolare, anzi raccomanderà a questi di non abbandonare le loro bandiere, e che non tarderà il loro turno in combattimenti maggiori.

»7º Trovandosi con altri corpi italiani nostri, procurerà di accordarsi circa le operazioni. Se alla testa di quei corpi si trovassero i brigadieri Cosenz o Medici, egli si porrà immediatamente ai suoi ordini, e se vi fosse guerra tra Vittorio Emanuele e i tiranni meridionali, allora si porrebbe agli ordini del comando superiore del Re o chi per lui.

»(Firmato) G. Garibaldi

»Generale del Governo di Roma, eletto dal suffragio universale
e con poteri straordinari.»

Ora come Garibaldi potesse dar per cosa quasi certa la prossima entrata del Cosenz e del Medici[39] nelle provincie romane, e molto più come potesse credere che l’esercito regio li avrebbe o preceduti o spalleggiati, è problema che forse Garibaldi stesso non saprebbe risolvere; uno dei tanti enigmi di cui tutte le congiure son piene, e quella del risorgimento italiano è riboccante.

Comunque, lo Zambianchi, radunata la sua piccola schiera, la sera stessa del 7 maggio spiccò la marcia verso Fontebranda, e incontrata la mattina vegnente la colonna promessagli de’ Livornesi,[40] continuò, attraverso tutta la Maremma grossetana, senza mai incontrare su suoi passi l’ombra d’un ostacolo. Soccorso dai Municipi di viveri, di vesti, e talvolta, come a Scansano, di armi; non molestato dalle Autorità governative, e spesso segretamente secondato, arrivò dopo dodici giorni di viaggio agiato e tranquillo a Pitigliano sul confine della provincia orvietana. Colà ospitato, mantenuto, al solito, festeggiato dagli abitanti, sostò comodamente altri tre giorni; e tra il 20 e il 21 sconfinò. I troppi saggi di volgarità e d’imperizia dati dallo Zambianchi non consentivano più alcuna illusione sull’esito finale dell’impresa, e i pochi che nelle file ragionavano ancora, lo prevedevano e ne tremavano. Ma che fare? Non avrebbero potuto denunciare l’inettitudine del Comandante senza taccia di sediziosi; non sottrarsi al destino de’ loro camerata senza taccia di disertori, e convenne loro rassegnarsi, tacere e marciare sino alla fine. Infatti, giunti alle grotte di San Lorenzo, tra Valentano e Acquapendente, la catastrofe, preveduta, precipitò. Il Colonnello, disposti a rovescio gli avamposti e trascurate le più elementari norme di cautela militare, aveva lasciato i volontari disperdersi tra le case e le cantine, dove col dolce vin di Orvieto gli abitanti medesimi li attiravano; e abbandonatosi egli stesso a copiose libazioni, era caduto, briaco fradicio, in pesantissimo sonno.

Intanto, scorsa poco più d’un’ora, uno squadrone di Gendarmi, condotti da quello stesso colonnello Pimodan che lasciò poi la vita a Castelfidardo, entrava di sorpresa nel villaggio e lo traversava ventre a terra in tutta la sua lunghezza. Se non che non tutti erano venuti a patti coll’Orvietano: una mano di valorosi oppose da un caffè una disperata resistenza; al rumore della zuffa accorrono via via i più vicini e i meno assonnati: la pugna si accende alla spicciolata in più luoghi: una barricata improvvisata dinanzi al caffè sbarra la via ai cavalli nemici; una scarica bene aggiustata, penetrando nei loro fianchi, ne abbatte alcuni, e sgomina gli altri; e in men di due ore gli assalitori sono costretti a dar volta precipitosamente, lasciando dietro a sè non pochi feriti e prigionieri. I Garibaldini dunque non furono sconfitti, siccome i Pontificii spacciarono e molti ripeterono:[41] essi restarono padroni del terreno; essi stettero ancora accampati sul territorio pontificio circa tre ore, e soltanto al calar della sera in ordine minaccioso, trascinando seco lo Zambianchi più come un ostaggio che come un capitano, ripassarono il confine a Sovano, dove il Governo di Ricasoli, che quindici giorni prima li aveva lasciati armare de’ suoi fucili, li disarmò.

E così nacque, procedette e finì la spedizione delle Grotte. Commessa a forze inadeguate, guidata da capo imbelle ed inetto, tentata in ora inopportuna fra popolazioni intorpidite ed avverse, essa doveva fallire al suo fine; ma se non fu vittoriosa nel suo campo, non ne recesse nemmeno disonorata; e fruttò almeno un’utile diversione all’impresa siciliana,[42] tenne incerti e confusi più giorni i governi nemici d’Italia sui veri passi di Garibaldi e agevolò, col sacrificio di sessanta dei Mille, la vittoria de’ loro compagni.