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Ma il gusto della vita solitaria stringe l’uomo a tutto ciò che lo attornia, e l’amore della natura lo inclina ad amare tutto ciò che essa produce. Da ciò quella gentilezza d’affetto che il nostro Eroe ebbe sempre per le piante, gli animali, per tutti gli esseri coi quali per una ragione o per l’altra si trovò a contatto o convisse. E l’estremo episodio delle due capinere è troppo recente e vivo nella memoria, perchè sia mestieri addurlo per una prova di più. Soltanto egli si rendeva conto di questo suo sentimento: nell’arcano fascino che esercitava su di lui la natura, cercava una dottrina, anzi una fede; nell’amorosa corrispondenza che sentiva correre tra lui e le cose, scopriva una prova che le cose stesse fossero dotate d’un’anima pari alla sua, raggio a sua volta dell’anima dell’universo, e nella quale, traendo facilmente le ultime illazioni da questa specie di panteismo sentimentale, sentiva e adorava Dio.

E perchè di questo non si dubiti, si legga questa pagina, crediamo interessantissima, delle sue Memorie.

L’ANIMA.

«Io ho veduto mia madre in sogno. — Io ho veduto mia madre — sveglio! — L’amore della mia genitrice non merita esso che in qualche momento della mia vita — il mio pensiero si rivolga ad essa? — Essa che fu così buona — così affettuosa per me — così indulgente! Dunque mia madre in molte circostanze mi si è presentata — anche sveglio! Sì, anche sveglio! — perchè pensando a quella carissima creatura anche in pien meriggio — mi par di vederla sotto quella sua semplice veste — sorridermi col sorriso degli angioli. — E l’immateriale corrispondenza degli occhi dell’anima non è forse prova sufficiente dell’immortalità della stessa? questo per la madre mia — potentissimo affetto! Ma non amo io pure il mio cavallo, il mio cane, le mie piante? Quando nella mia vita nomade dell’America — dopo una lunga marcia, e dopo un giorno di pugna — io spogliava de’ suoi arnesi il mio povero stanco cavallo — e lo palpava e lo asciugava del sudore — e rare volte io potevo regalare al mio fedele compagno — un pugno di biada, — poichè nei campi illimitati di quella parte del mondo, per l’abbondanza dei pascoli, ossia per la poca abbondanza di cereali non si dà ordinariamente biada ai cavalli, — e dopo d’averlo accompagnato all’acqua lo collocavo accanto al mio giaciglio — ebbene, dopo tutto ciò che non era altro che un dovere verso il mio compagno di fatiche e di pericoli — io mi sentiva soddisfatto. Se poi un nitrito del rinfrancato mio compagno si aggiungeva, e lo vedevo ravvolgere le stanche membra sulla verdura del campo — oh! allora sentivo la gentil voluttà d’esser pio.

»Il mio cane Castore, che nel 1849 mi seguiva in Tangeri, ov’io ero proscritto — io lo amavo perchè nella sventura e nell’isolamento — ov’io ero rigettato dalla fortuna — e dalla codarda malvagità di certi uomini — mi sembrava di sentire più intenso l’affetto de’ miei superstiti. Il mio cane, dovendo partire per l’America, era mestieri lasciarlo — e lo lasciai al mio amico Murray, console inglese. Il mio povero Castore! pianse per varii giorni la separazione dell’ingrato amico — e senza voler prendere cibo morì di crepacuore. — Ebbene — io amo e ricordo il mio cane commosso. E le mie piante — quelle piante ch’io seminai — che ho veduto nascere — e che piccine ho trapiantato in collocazione migliore. Quelle piante nei calori estivi — sull’arida terra di Caprera languiranno di siccità — e così languide penderanno le loro foglie appassite verso il suolo.

»Io con premura innaffiava le mie care piante e a poco a poco si rialzavano dal loro abbattimento e sembravano gettarmi un sorriso di gratitudine. L’anima delle povere piante era in corrispondenza colla mia, come lo sono quando gettato in questo pelago di miserie — lontano da esse — ad esse rivolgo il mio pensiero e mi sento deliziosamente sollevato.

»Egli è il Signore dei cedri del Libano — come dell’issopo che cresce nelle più profonde convalli (Massillon)!

»E perchè sarò io geloso della farfalla — assai più di me bella — se piacque all’Onnipotente di dotarla di un’anima? Non bastava la mia scintilla animatrice per costituirmi parte dell’anima dell’Universo — parte dell’Infinito — parte di Dio? — come lo è la scintilla che vivifica la formica ed il rinoceronte?[421]

»Ignorati da mille passate generazioni — miriadi di mondi rotavano nello spazio — e l’occhio scintillante di Galileo li scopriva e li svelava all’uomo maravigliato. L’onda e l’aria esplorate dalla scienza hanno rivelato all’atterrito osservatore tale numero di esseri viventi ignorati sinora, da fare impazzire le maggiori intelligenze. L’elettrico solca lo spazio colla celerità del pensiero. E chi può limitare i tesori concessi da Dio all’uomo — nei portentosi suoi misteri?