»E l’anima che noi presentiamo — che noi vediamo coll’occhio dell’immaginazione — che noi scorgiamo sino nell’impercettibile aereo abitatore — l’anima — è dessa forse al di là o al di qua della barriera innalzata dall’Eterno all’umana intelligenza? Comunque sia — l’anima mia — è un atomo dell’anima dell’Universo — e questa credenza mi nobilita — m’innalza al di sopra del miserabile materialismo — m’infonde rispetto per gli altri atomi, emanazioni di Dio, e mi spinge a meritare il plauso delle moltitudini degli atomi che mi somigliano — e che coll’esempio — più che colla dottrina — devono far bene — perchè appartengono per essenza all’Eterno Benefattore.»
In uomini siffatti gli affetti domestici sono potenti: e di quanta religione abbia amato la madre sua, di cui portava dovunque nella sua odissea l’immagine, che rivedeva in sogno come persona viva, nelle preghiere della quale credeva come ad un talismano, lo sappiamo; e da qual passione d’amore sia stato avvinto alla sua Anita narrammo a lungo, per non aver mestieri di dirne più. Così avesse potuto serbar fede a quel suo primo bello eroico amore; ma la natura non potè dargli tutte le perfezioni; anzi gli pose nel sangue più acre e imperiosa che mai l’imperfezione della sensualità.
E qui ripetiamo una parola detta fin da principio in questo libro: la cronaca degli amori di Garibaldi non è tema per noi. Soggiungiamo soltanto, poichè c’è in Caprera una lapide di cui tutto il mondo in quest’ultimo mese ha ripetuto l’epigrafe, che l’Anita Garibaldi, sulla di cui tomba si legge: «Nata il 5 maggio 1859, morta il 25 agosto 1875,» non è figlia della signora Francesca Armosino; essa è figlia d’una signora nizzarda, conosciuta da Garibaldi in quel periodo tra il 1856 e il 1857, in cui navigava ancora su e giù da Nizza a Caprera; una signora nizzarda di civile condizione, che vive tuttora, e sembra angustamente, nella sua città natale, e della quale, per questo appunto, stimiamo dover nostro non gettare in pubblico il nome.[422] Perchè poi abbia sposato la Raimondi e non quella signora da lui resa madre, ed abbia creduto doveroso legittimare Manlio, Clelia e Rosita e non l’Anita, figlia essa pure, al pari di tutti i suoi fratelli, dell’amore, è uno di quei problemi che la storia non può risolvere, e fa bene a non approfondire. Perchè si ami e non si sposi; si sposi e non si ami; si cessi d’amare dopo aver sposato, sono enigmi del cieco iddio, di cui nessun mortale tenne finora le chiavi.
Lasciamo Garibaldi col fardello de’ suoi peccati amorosi innanzi a quel tribunale in cui si giudicano insieme i fatti e le intenzioni, le attenuanti e le aggravanti, e facciamo noi stessi, noi uomini di questo secolo XIX, medicus aliorum, ipse ulceribus scatens, facciamo il nostro esame di coscienza. Garibaldi ebbe delle amanti! ma qual meraviglia? Non tiriamo in campo il solito paragone escusativo dei grandi uomini (donnaiuoli superlativi quasi tutti), perchè anche parlando solo degli Italiani s’andrebbe all’infinito. Chiediamo piuttosto al pudico lettore che si scandalizza, alla vereconda damina che s’imporpora, se una scivolata fuori dalla diritta rotaia degli amori legali non l’abbian fatta mai. Probabilmente entrambi, dopo una abbassatina di testa che varrà una confessione, scapperanno fuori in coro con questa risposta: sì, ma senza scandalo. Era da attendersi: si non caste, saltem caute. Soltanto si potrebbe replicare: se lo scandalo non sia avvenuto perchè essi seppero destreggiarsi con arte ed astuzia maggiori di quelli che nello scandalo incapparono, o perchè, non avendo intorno alla loro persona l’incomodo riverbero di alcuna celebrità, nessuno s’è occupato dei fatti loro. E forse, posti innanzi a questi due quesiti, tanto il benigno lettore, quanto la gentile lettrice non saprebbero quale risposta profferire.
Garibaldi invece, cattivo cospiratore anche nelle congiure d’amore, operò alla piena luce del sole; non nascose mai nè quello che sentiva, nè quello che voleva: «Ti amo, mi piaci, ti voglio,» disse alla sua donna, e se la donna assentì, animale di preda, mai di frode, la rapì nelle sue braccia, e la fece sua.
E v’ha di più. Qualunque più franco e più ardito amatore avrebbe potuto avere la probabilità di nascondersi; Garibaldi no.
Per quasi mezzo secolo, gli occhi del mondo restarono sbarrati su di lui: egli non potè dare un passo, fare un gesto, pronunziare un detto, comparire o scomparire da un luogo, essere accompagnato o no da una persona, che migliaia di sguardi non fossero già appostati a sorprenderlo, e migliaia di migliaia di voci a denunziarlo.
È la sorte degli uomini storici. Tutti sanno a mente le tredici mogli di Cesare; nessuno sa quante volte al giorno il liberto entrava i lupanari della Suburra.
Così di Garibaldi! Se egli fosse stato un ignoto, la storia delle sue mogli e de’ suoi figliuoli, in mezzo alla grande babele erotica del nostro secolo, sarebbe trascorsa inosservata; mentre è quasi certo che il tempo, consumate le ultime scorie che ancora involgono la statua dell’Eroe, la seppellirà nell’oblio.
Comunque, nessuno, per quanto faccia, potrebbe sostenere che Garibaldi sia stato, nello stretto senso della parola, un libertino.