Un uomo che ebbe una gioventù affaticata e combattuta come la sua, ed una vecchiezza, nonostante i tanti acciacchi, così resistente e così prolifica, non può aver abusato della voluttà. Condannato egli pure ai tormenti del deserto, non macerò le sue carni come i Padri della Tebaide, ubbidì egli pure alla umana fragilità; ma non permise a una tale ubbidienza di convertirsi in abito vizioso e molto meno di degenerare in colpa. Egli non fu un volgare Don Giovanni. Figlio schietto e tuttora indomito della natura, amò con tutta la subitaneità fulminea e l’abbandono innocente del selvaggio, che non avverte i freni e ignora le leggi onde la società civile modera e disciplina ad un più alto fine gli istinti e le passioni umane; ma appena la satanica scintilla divampò nel suo petto, non la nascose, non s’infinse, non si mascherò, non sedusse con volgari inganni e con mendaci promesse alcuna donna, non fece delle conquiste d’amore una gloriola o un mestiere; non eccitò con turpi artifici le spossate satiriasi della sua senilità: amò con tutto il foco naturale de’ suoi sensi, con tutto l’impeto del suo cuore; promise alla donna da lui prescelta quello soltanto che sapeva di poter mantenere, e mantenne; tre volte giurò di farla sua sposa innanzi agli altari, o in faccia ai magistrati che la legge religiosa e civile del suo tempo o del suo paese prescrivevano, e tre volte tenne il giuramento.

E a dir vero, in questo secoletto di pudichi adulterii, di frolli concubinati, di bastardini abbandonati, di nozze mercantili, di George Dandin tolleranti e di monsieur Alphonse tollerati, non toccherà a Giuseppe Garibaldi, che si affanna e lotta dieci anni per dare il nome alla donna che amò, non toccherà a lui, innanzi alle Assisie della Morale pubblica e privata, d’abbassare la fronte.

IV. Tutto l’uomo.

Ed ora chi è quest’uomo?

Nasce nella oscura casipola d’un porto da una famiglia di umili marinai, e già immortale prima della morte, migra dalla terra cogli onori d’un Re ideale, nella gloria d’un’apoteosi olimpica, lasciando dietro a sè piuttosto la tristezza d’un astro che s’allontani per salire ad una sfera più fulgida, che il dolore d’un uomo che muoia.

Trascina la giovinezza in una faticosa vicenda di monotone navigazioni e di travagliati esigli; e ad un tratto irrompe dalla sua penombra coi fulgori d’un’apparizione fantastica, e di grado in grado ascendendo giganteggia nell’arena del nostro secolo come uno de’ suoi più portentosi figliuoli.

Sbalestrato dall’Oriente all’Occidente, volta a volta pedagogo e corsaro, mandriano e guerrigliero, agricoltore e capitano, candelaio e dittatore, la sua vita si svolge nel ciclo di tre generazioni con tutte le varietà e i contrasti, le sorprese e gli incantesimi d’un poema ariostesco, mentre colla fusione della storia e della leggenda, della realtà e della poesia sembra risuscitare la classica unità della omerica epopea.

È un corsaro; ma comincia il suo byroniano romanzo liberando gli schiavi neri trovati a bordo della nave predata e rifiutando dai mercanti prigionieri gli scrigni di gemme che gli offrono per il loro riscatto.

È un filibustiere; ma una volta, cadutogli nelle mani colui che sei anni prima gli aveva inflitto l’oltraggio anche più che il dolore della tortura, lo rimanda libero e perdonato.

È un avventuriere; ma, lo diremo colle stesse parole del generale Pacheco, «se recavasi negli uffici del Governo era soltanto per domandare la grazia d’un cospiratore, o per chiedere qualcosa a favore d’un infelice.»