È un condottiere; ma non riceve altro soldo dal paese a cui consacra da dodici anni la vita, che la razione del gregario: distribuisce fra i feriti, gli ammalati e le vedove dell’esercito il primo regalo che la Repubblica gli fa; rifiuta i gradi e gli onori che essa gli offre; e di fatto, se non di nome, Generale Ammiraglio, quasi Dittatore, non possiede che una camicia, i piedi gli sboccano dagli stivali sfondati, e non ha tanto da pagare il lume del povero abituro in cui si ricovera.
Lo immaginano un fiero lupo di mare e di terra, ispido e coriaceo, vago soltanto degli spettacoli sanguinosi delle cariche e degli arrembaggi; eppure l’uomo che nel saladero di Camacua con soli tredici compagni sfidava, cantando, l’assalto di trecento cavalieri e accettava di seppellirsi tra le fiamme e le rovine del suo fragile asilo piuttosto che arrendersi, o che nelle acque del Paranà dopo tre giorni di lotta «a ferro freddo,» piuttosto che ammainar la bandiera, faceva saltar egli stesso l’ultimo legno della sua flottiglia; era lo stesso che in un giorno di battaglia marciando contro il nemico s’arrestava, dimentico, ad ascoltare il gorgheggio d’un usignolo innamorato, e che udendo in una cruda notte d’inverno belar tra le rupi della sua Caprera un’agnella abbandonata, s’alzava di letto per andare, tra il rigor del libeccio ed il frizzar di brumaio a cercare la derelitta e ospitarla nella sua medesima stanza.
Lo acclamano infine l’Ettore di Montevideo, il Camillo di Roma, l’Argonauta di Marsala; ma l’uomo a cui poteva parer poca gloria la statua di Giove Ultore che dall’alto del Gianicolo assicura il Quirinale e sfida il Vaticano, non chiede all’Italia, non invoca dalla sua famiglia altro pegno d’amore che di dormire poca cenere in un’urnetta di granito, accanto al sarcofago delle sue bambine, sotto l’acacia che l’ombreggia; novissimo fantasma d’eroe che non potendo morire come Orlando sulla catasta dei nemici, muore come Washington, decretando a sè stesso il «rogo di Pompeo.»
Chi è dunque quest’uomo? Costretto a vivere la vita nomade e quasi selvaggia dei gauchos e dei rastreadores; mescolato dalla sua fortuna alla schiuma degli avventurieri e dei fuorbanditi di tutte le stirpi, cresciuto suo malgrado alla scuola delle rivoluzioni e delle guerre perpetue, travolto a controgenio nella mischia di fazioni feroci e sanguinarie, conserva intatta in mezzo a tanto contagio la nativa purità dell’anima sua, riportando dal forzato consorzio qualche difetto e qualche stranezza, non un solo abito vizioso nè un solo sentimento colpevole.
Braccio designato di tutte le congiure, campione atteso di tutte le rivolte, alfiere desiderato di tutte le parti; si consacra a tutte, ma non serve a nessuna, e nel tumultuante pandemonio delle chiese, delle confessioni, delle sette del suo tempo, si innalza come un Pontefice a cui tutti si volgono e s’inchinano, e che nessuno può dir suo.
Ama dell’amore geloso e intollerante del selvaggio la sua patria, e va cavaliere errante di tutte le patrie e crociato di tutte le libertà. Proclama la fratellanza dei popoli, ma ad ogni straniero che s’accampi entro il sacro confine della sua terra, grida minaccioso lo sfratto del poeta:
Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli.
Si protesta repubblicano, ed offre due volte la sua spada a due re. Resta democratico rivoluzionario socialista; ma partendo per la più maravigliosa delle sue imprese riconsacra sulla bandiera il patto d’Italia con Vittorio Emanuele e la monarchia dei plebisciti.
È un Dittatore onnipotente per la gloria e la fortuna, e festeggia egli stesso l’arrivo del Re e dell’esercito che vengono a spodestarlo; e fatto nascostamente bottino d’un sacco di civaie, colla ricchezza di questa preda, colla gioia di chi perdendo il potere ricupera la libertà, dispare novellamente nella solitudine del suo mare.
È un ribelle, e scrive sulla bandiera il nome del Re a cui si ribella; poi ferito e imprigionato da lui, continua a restargli fedele, e per la causa per cui era caduto di palla italiana sul colle d’Aspromonte, cade di palla austriaca a piedi di Monte Suello.