È un Belial, un Lucifero, un Dragone; sfolgora la grande simonia del Poter Temporale colle invettive di Dante, e odia la Chiesa Romana dell’odio di Lutero; a sentirlo si direbbe che sia pronto a cominciar da un istante all’altro una Saint-Barthélemy di cattolici, e se incontra uno di quei preti ch’egli chiama buoni, è il primo a stendergli la mano, e crede ancora alla possibilità d’un clero evangelico, amico della libertà e del progresso; e cerca nelle parole di Cristo i precetti della Religione del Vero, e confida alle sue Memorie la sua fede in Dio e nell’anima immortale.
Chi è dunque quest’uomo?
Vittor Hugo, il Garibaldi della lirica, lo chiama «l’eroe dell’ideale,» ma è un responso apollineo: Giulio Michelet esclama: «Degli eroi non ne conosco che uno: Garibaldi;» ma l’iperbole tradisce la difficoltà del giudizio: Giorgio Sand scrive: «Garibaldi non assomiglia a nessuno, pure v’è qualcosa in lui di misterioso che fa pensare;» ma in tal modo ripropone il problema, non lo risolve. Una delle più celebrate effemeridi della Gran Brettagna l’Athenæum[423] tenta seriamente di trovare in lui l’incarnazione del veltro allegorico:
Questi non ciberà terra nè peltro
Ma sapienza ed amore e virtute;
ma con ciò non fa che addensare sulla fronte del Proteo le nebbie del più oscuro simbolo dantesco.
I partiti se lo palleggiano; i repubblicani lo contrastano ai monarchici; i rivoluzionari lo levano al cielo; i reazionari lo inabissano nel fango; i preti di Sicilia lo annunziano dai pergami come un nuovo Messia, i preti di Roma lo folgorano d’anatemi come un Anticristo; la rettorica consuma tutte le sue metafore; l’amore profonde tutti i suoi inni; l’idolatria esaurisce i suoi incensi; l’odio erutta tutte le sue bestemmie; la critica stanca i suoi occhi e la filosofia i suoi ragionamenti; ed egli, al pari della favolosa Jungfrau, di cui a tutti è concesso ascendere i fianchi e superare le prime vette, ma a nessuno toccare la cima, ravvolta nell’intatto velo delle nevi eterne; egli nasconde ancora la parte più alta e più pura di sè stesso, e dalla sua solitaria rupe continua a sfidare i definitori e gl’interpreti.
Ancora una volta: chi è quest’uomo?
Il lettore rammenta certamente quell’apparizione quasi fantastica del secolo XVIII che fu chiamata l’uomo di Rousseau. Prediletto figlio della natura, dotato delle più nobili facoltà, più ricco d’istinto che di ragione, e più di sensibilità che di riflessione, uscito più che a mezzo dallo stato di barbarie, ma ancora esitante sul confine della civiltà, e portando sempre seco in tutti i passi della sua vita le abitudini, i gusti e i ricordi della nativa selvatichezza; cresciuto nella fede che la natura abbia creato l’uomo virtuoso e felice, e la società sola l’abbia fatto colpevole e infelice; carezzato dal sogno d’una età reditura di perfezione e di felicità, da cui non già le colpe sue, ma la prepotenza di pochi malvagi l’abbiano sbandito; educato a vedere in un ipotetico contratto sociale, quando e come scritto non si saprebbe, il patto leonino del più astuto o del più forte imposto al più dabbene e al più debole, l’uomo di Gian Giacomo, quantunque non corrisponda ad alcuna realtà storica e sia manifestamente il portato di un erroneo concetto, rappresenta ancora in una figura simbolica quella lotta antica e perenne della società e della natura, dell’ideale umanitario, e dell’ideale politico, d’onde uscirono ed usciranno in perpetuo, insieme alle periodiche convulsioni del genere umano, i periodici progressi del suo incivilimento.
Agli occhi dell’Adamo ginevrino la natura è la madre, e la società è la matrigna; da quella la cornucopia di tutti i beni, da questa il vaso di Pandora di tutti i mali.