Dio si rivela da sè stesso alla coscienza umana nelle opere della sua creazione, nei beneficii della sua provvidenza, e la società ne oscura il limpido concetto colla fola delle religioni, le superstizioni dei culti, il mendacio de’ sacerdoti. La terra fu concessa dal Creatore per stanza e nutrimento di tutti i suoi figli, e la società sancisce l’usurpazione del più forte e il furto della proprietà. La natura creò dal suo grembo tutti gli uomini uguali, e la società vi sostituisce la superfetazione dei privilegi e delle caste. La natura largì a tutti i cuori i diritti del libero amore, e la società li sconosce o li violenta coll’imposizione delle nozze artificiali e indissolubili. La natura donò alle arti pacifiche e benigne dell’uman genere il fuoco de’ suoi soli, i metalli delle sue viscere, la scintilla de’ suoi corpi, tutte le arcane potenze de’ suoi elementi, e l’egoismo o l’ambizione di pochi privilegiati convertirono tutte quelle forze benefiche in istrumenti di distruzione e di rovina. La natura infine scrisse nell’anima d’ogni suo figliuolo i sentimenti della giustizia, della carità e dell’amore, e dacchè in un angolo di quest’aiuola si strinse il primo consorzio umano,
. . . . . . . . . . Una feroce
Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
Dritto!
Tutto in questo dorato ergastolo della civiltà, dove l’uomo della natura si sente incarcerato, tutto gli è sospetto ed esoso. La scienza è un pericolo, il lusso un oltraggio, i trovati dell’uman pensiero un’insidia, le arti, le arti stesse divine, ponno mutarsi in scuola del vizio ed in veleno della virtù.
Quale meraviglia pertanto se un uomo siffatto traendo a fil di logica le ultime conseguenze delle sue premesse, conformando il fatto alla dottrina, brandisse la fiaccola d’Erostrato e appiccasse egli stesso le fiamme ai bugiardi templi di quella civiltà ch’egli gridò la grande nemica dell’umana famiglia? Ma rassicuratevi. L’uomo che vi sta dinanzi non fu mai un dialettico; il sentimento domina troppo il suo intelletto, l’amore sovrasta troppo ai suoi odii, perchè egli possa, coll’inflessibilità d’un Convenzionale e la brutalità d’un Comunardo, giungere imperturbato alle ultime illazioni de’ suoi principii ed erigere sopra monti di teste, al chiaror delle torcie petroliere, la città nuova de’ suoi sogni.
Perisca pure la logica, ma sia salva l’umanità; e però la stessa voce che poco prima nelle medesime pagine scrollava come vento impetuoso le mura della vecchia società, risponderà a coloro che gli rinfacciarono di non saper usare strumenti più efficaci e più pronti: «E che! bisognerà dunque distruggere la società, annientare il tuo e il mio, e tornar cogli orsi a vivere nelle selve? Pochi, cacciati dal rimorso o chiamati da una popolare vocazione, lo potranno; ma i più, ma tutti coloro che avranno udito la voce dell’Eterno e compreso la necessità di cooperare colla virtù a’ suoi alti disegni, coloro rispetteranno i sacri legami della società di cui sono membri, ameranno i loro simili, serviranno scrupolosamente alle leggi ed agli uomini che ne sono gli arbitri ed i ministri, e onoreranno sopra ogni cosa i Principi buoni e saggi che sapranno prevenire o guarire la moltitudine crescente degli abusi e dei mali che senza posa ci assalgono e ci percuotono.[424]»
Ora si riuniscano tutte le idee capitali di questa dottrina, e si spiri loro un’anima; si raccolgano tutti i lineamenti sparsi dell’uomo immaginario che ci passò davanti, e si gettino nella forma concreta e salda d’un uomo vivo e vero; si dia quindi a quest’uomo reale e storico lo stesso istinto del bene e intuito del vero, lo stesso concetto della vita e del mondo, lo stesso amore appassionato della natura e la stessa antipatia invincibile della società; si compia la sua figura colla semplicità de’ costumi, il gusto della libertà campestre, il fastidio della vita cittadina, il bisogno profondo e ineffabile di solitudine e di pace; non si nascondano per questo alcune delle ombre che frastagliano anco più scuramente la fronte del simbolico Emilio: la sensibilità eccessiva, la mobilità impetuosa, la intemperanza delle passioni, la crudezza del linguaggio; si collochi quest’essere fantasioso e ardente, sdegnoso e pio, istintivo e geniale innanzi alla civiltà d’un secolo non più, credo, ma non meno corrotto di quanti l’hanno preceduto, in faccia alle religioni bugiarde non ancora sfatate, alla clerocrazia tuttora prepotente, ai privilegi mutati, ma non distrutti, alle caste trasformate, ma non annichilite, al grido delle nazioni oppresse, all’urlo delle plebi affamate, al gemito dei bambini venduti, al pane salato dalle lagrime di vergogna della donna prostituita, e tuttavia saporito al dente dello Stato, e ciò fatto si dia ad un uomo simile il cuore d’un eroe e il braccio d’un atleta, lo si armi d’una spada, in luogo d’una penna; si converta ognuna delle sue idee e delle sue passioni in un fatto, e ogni fatto in un prodigio; gli si apra per arena il vecchio e il nuovo mondo, e lo si segua sopra un’interminabile Via Sacra che va da Laguna a Montevideo, dal Salto a Roma, da Varese a Marsala, dal Volturno a Bezzecca, da Mentana a Dijon; si riepiloghi finalmente tutta questa epopea nell’egloga di Caprera; si nasconda tutto questo mondo di gloria e di virtù in una povera urna, fra due bambine, sotto un’acacia, — e si avrà Garibaldi.
Fine del Volume Secondo ed ultimo.