AVVERTENZA.

Nel primo volume trascorsero alcune sviste tipografiche, e alcuni errori di fatto. Alle prime si ripara con l’Errata-Corrige che viene appresso; dei secondi siamo lieti di potere, mercè il consiglio di qualche cortese che volle onorare de’ suoi appunti l’opera nostra, fare ammenda con queste

Postille:

Nel primo volume, a pag. 389, in nota, parlando della pensione offerta dal Governo sardo, per mezzo del generale La Marmora, al generale Garibaldi, ci siamo un po’ maravigliati che il La Marmora, in certe sue lettere al Dabormida, avesse tralasciato di notare che Garibaldi la pensione l’accettò per la madre e la rifiutò per sè, traendo la prova di questo fatto da una lettera di Massimo d’Azeglio ad Antonio Panizzi, del 25 luglio 1864, e scorgendo quindi una certa contraddizione tra l’asserto del generale La Marmora e quello del suo amico, allora Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ma Verax nel Fanfulla del 30 giugno 1882 (e tutti sanno quale devoto amico del generale La Marmora si nasconda dietro quel pseudonimo) mi scrisse una lettera pubblica nella quale sostenne che contraddizione non c’è: che le pensioni date a Garibaldi furono due: una, quella di cui parla La Marmora, nel 1849; l’altra, quella a cui allude Massimo d’Azeglio, accettata per la madre ed i figli nel 1851. E noi, rispondendo al Verax, abbiamo espresso qualche dubbio su questa seconda pensione; ma egli ci rispose ribadendo e affermando d’avere visti i Documenti, e noi, senza credere per questo chiusa del tutto la lite, ci rimettiamo per ora alle autorevoli parole del nostro stimato amico.

Lo stesso Verax poi.... cioè no.... Luigi Chiala ci scrive additandoci un altro errore scappatoci a pag. 225, dove diciamo che teneva il portafogli della guerra il generale Ricci: egli ci ammonisce che reggente il ministero della guerra era allora Cesare Balbo, Presidente del Consiglio dei Ministri, il quale aveva per suo primo ufficiale il colonnello Dabormida, e soggiunge: «Hai confuso alle volte col maggiore Giuseppe Ricci, che fu poi generale di Stato Maggiore, e, se non erro, era allora segretario generale, cioè primo ufficiale agli esteri?»

E non abbiamo nulla a che ridire sulla rettifica. Soltanto ne giova soggiungere che un Ricci generale o maggiore deve esserci entrato, perchè il generale Medici nel brano di Memorie da lui confidate ad Alessandro Dumas seniore, e delle quali il Medici stesso ci confermò più volte la veridicità, narrando questo episodio di Garibaldi, dice che Carlo Alberto lo rimandò a Torino «pour qu’il y attendît les ordres de son Ministre de la guerre Mr Ricci.»

E il Medici e il Dumas, o forse anche Garibaldi, fecero la confusione dalla quale fui colto io stesso. E non solo potrebbe essere che essi abbiano scambiato il maggiore Ricci per un generale Ricci ministro della guerra; ma che il Ricci di cui parla Garibaldi sia stato il Giuseppe Ricci ministro dell’interno, appunto nel Ministero Balbo.

D’un altro sbaglio mi avvertì il signor Luigi Torre, di Casale (pag. 256): «Macerata lo elesse (Garibaldi) a suo Deputato alla Costituente Romana;» soggiunsi: «e fu quello il primo voto che lo mandò in un’assemblea politica.» Ora il signor Torre mi scrive: «Badi, il primo Collegio che mandò Garibaldi ad un’assemblea politica fu Cicagna in quel di Chiavari, nelle elezioni parziali del 30 settembre 1848. La Camera convalidò la sua elezione nella tornata del 18 ottobre 1848.» Ed io ringrazio il signor Torre della notizia, e, come vede, la confermo.

Il signor conte Alessandro Morando, che nel 1848 fu tra i primi ad accogliere Garibaldi a Milano, guardato ancora con sospetto dalla cittadinanza, dice: che l’albergo da cui arringò il popolo milanese, di cui si parla a pag. 227 in nota, non fu già La Bella Venezia, dove albergava il Mazzini, ma l’Albergo del Marino, e che insieme e intorno a lui a riceverlo c’era l’ingegnere Geronimo Cantoni, e l’ingegnere Antonio Anselmi. Anche le parole da lui dette, e da noi tolte dai giornali del tempo, dovrebbero essere modificate così: «Quello che avete fatto è un nulla a fronte di quello che dovete fare. Il nemico che dovete combattere non è tutto fuori di voi: è in mezzo a voi. Io sono venuto dall’America a dare il mio sangue: fate altrettanto anche voi.»