Con queste parole annunziava ai Siciliani la sua calata nell’Isola, e il gagliardo appello diffuso prestamente da mani fidate in tutte le terre circostanti, correva come caldo soffio sulle ceneri semispente della rivoluzione, e ne sprigionava una vampa novella.
Intanto però una cosa urgeva: marciare avanti al più presto. Marsala tanto propizia all’approdo, non lo era del pari alla dimora. Confinata in un angolo estremo dell’Isola, segregata dai maggiori centri dell’insurrezione, esposta ad essere circuita in brev’ora così dalla terra come dal mare, ogni buona cagione politica e militare consigliava a levarne senza indugio le tende.
Oltre a ciò Garibaldi aveva compreso che, se v’era impresa in cui confidarsi alla celerità delle mosse, era quella; e provetto di quell’arte, fu risoluto di usarla da par suo. Comandò quindi che alla prima alba dell’indomani fosse suonato a raccolta e tutta la Colonna pronta alla partenza. Non aveva ancora fermo in mente alcun disegno preciso; ma vedeva però già chiara questa necessità: camminare diviato, per la più retta, su Palermo, salvo a prender più tardi consiglio dai casi e dalle fortune. Ora la via più retta era quella appunto che da Marsala va per Salemi, Alcamo, Partinico, Monreale, e che correndo fra due altre strade conducenti con giri più tortuosi al medesimo scopo, gli lasciava aperto il campo a quei volteggiamenti ed a quelle finte, di cui era maestro.
Con questa semplice idea nella mente, la mattina del 12 fece dare nelle trombe. Nessuna marcia di esercito potente e vittorioso fu più allegra, come la prima di que’ poveri Mille, cui poteva attendere tra poco l’ultimo sterminio. Gli è che per essi il solo esser sbarcati su quella terra, era già una conquista, e il passeggiarla co’ loro piedi un trionfo. Alla lor testa camminava Garibaldi stesso. A Marsala erano stati presi alcuni cavalli, e il Generale aveva ricevuto in dono un’eccellente puledra; tuttavia dopo averla montata per breve tratto fuori della città, ne era sceso per marciare a piedi co’ suoi commilitoni e dividere con essi la fatica gioconda di quella prima tappa. E i Mille seguivano, alacri e giulivi quali mai non erano stati, ballando, avreste detto, più che camminando, burlandosi della canicola, non avvertendo la sete, cantando in dieci dialetti diversi le loro vecchie canzoni di guerra; osservando, paragonando, illustrando più come una brigata di viaggiatori artisti che come una colonna di soldati, gli spettacoli dell’insolita natura; apostrofando ogni Siciliano, e più, s’intende, ogni Siciliana, che incontrassero per via, di cui ammiravano e commentavano, secondo i gusti, il vernacolo melodioso, i grand’occhi neri, la tinta olivigna, i fieri aspetti de’ maschi, la selvaggia bellezza delle donne, l’orrendo sfacelo delle vecchie, la innocente nudità dei bambini.
Così la Colonna era giunta a Rampagallo, feudo di un barone Mistretta, a mezza via tra Marsala e Salemi, e colà fu ordinato il grand’alto. Se non che, considerato l’ora tarda, la stanchezza già incipiente della truppa, l’inopportunità di arrivare in Salemi di notte, la scarsezza di notizie del paese circostante, Garibaldi deliberò di fermarsi nel luogo stesso dove era giunto e di pernottarvi. E fu a Rampagallo che cominciarono a comparire i primi segni di quella insurrezione siciliana, di cui sino allora, a dir vero, eran corse più le novelle che apparse le prove. Infatti i due fratelli Sant’Anna e il barone Mocarta, che campeggiavano coi resti delle bande del Carini sui monti del Trapanese, appena udito lo sbarco del Liberatore, si erano affrettati, con una mano dei loro, sulle sue traccie, e raggiuntolo al bivacco di Rampagallo gli si eran presentati. Non eran più di cinquanta; coperti la più parte di pelli di caprone, e armati di vecchie scoppette e di pistole arrugginite; ma se Garibaldi avesse veduto arrivargli il soccorso d’un intero esercito, non sarebbe stato più radiante. Questi abbracciava, a quelli stringeva la mano, per tutti trovava qualcuna di quelle sue maliarde parole, di quelle sue note carezzevoli, di quei suoi sorrisi fascinatori che furono dovunque, ma saranno principalmente fra i Siciliani, il maggior segreto del suo trionfo.
Occupato pertanto il rimanente della giornata a riordinare la Legione, che fu ripartita in otto compagnie e due battaglioni ai comandi del Bixio e del Carini, e ad organizzare coi marinai del Piemonte e del Lombardo una compagnia di cannonieri; la mattina appresso la Colonna riparte per Salemi, e dopo una marcia alquanto più faticosa della precedente, in sulle prime ore del meriggio vi arrivò. E colà i Mille cominciarono ad avere una prima idea delle ovazioni siciliane. Intanto che da tutti i campanili della città le campane volavano a gloria, una turba di popolo, accompagnato da una musica, moveva incontro ai liberatori, dando loro un primo saggio di quel pittoresco linguaggio tutto meridionale, fatto insieme di mimica e di suoni, più dipinto, direste, che parlato e che nei momenti delle grandi ebbrezze scoppia in un tumulto bacchico di urla selvaggie, di gesti vertiginosi, di contorsioni quasi epilettiche, che ora direste un’eco lontana delle orgie dionisiache, ora vi dà l’immagine d’un ballo di Dervisch urlanti e danzanti al suono della darbouka, testimonianza a tutti sensibile che una ricca vena di sangue greco ed arabo scorre sempre sotto le carni infocate del Siculo nativo.
«Quando poi giunse il Generale (scrive uno dei Mille),[48] fu proprio un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e armi brandite; chi giurava, chi s’inginocchiava, chi benediceva; la piazza, le vie, i vicoli erano stipati, ci volle del bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente e lieto, salutava e aspettava sorridendo.»
Entrato in città, dato quel resto di giornata al riposo, ed alla pulizia della sua truppa, raccolto il Consiglio de’ suoi maggiori Luogotenenti e dei capi delle Deputazioni inviategli a fargli omaggio, emanava due solennissimi decreti. Coll’uno assumeva, per la volontà dei principali cittadini e dei liberi Comuni della Sicilia, e in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia, la Dittatura; coll’altro bandiva la leva in massa di tutti gli uomini atti alle armi dai diciassette ai cinquant’anni, partendoli in tre classi di milizie: attiva, distrettuale e comunale, ordinamento che più tardi l’Italia crederà di apprendere dagli eserciti germanici, e le era antico e naturale. Che se quel secondo decreto, infrangendosi contro l’inveterata dissuetudine de’ Siciliani da ogni milizia obbligatoria, restò lettera morta, non affrettiamoci per questo a giudicarlo, come parve a taluno, sragionevole ed improvvido. Poteva essere, quanto a’ modi ed al tempo, meglio elaborato ed apparecchiato; ma quanto al concetto attestava, per dirlo con uno storico,[49] «della mente del Dittatore» e fa il suo miglior elogio. Garibaldi aveva compreso quant’altri che primo fondamento all’impresa d’Italia era una grande, stabile ed ordinata milizia. Che se più tardi fu costretto dalla necessità d’una guerra, che non permetteva tregua, a combattere con bande tumultuarie ed eserciti improvvisati, egli può gloriarsi d’aver saputo vincere con quelli, non essere accusato di non aver saputo ordinarne di migliori. E non vogliamo accusare nemmeno la Sicilia. Educata dalla funesta signoria borbonica a non vedere nelle milizie stanziali che gli stromenti della sua oppressione, era naturale che essa non discernesse subitamente la differenza che correva tra un pretoriano della tirannide e il difensore d’una libera patria, e si spiega senza colpa d’alcuno, fuorchè della triste eredità del passato, come essa non intendesse il grande diritto che il suo Liberatore le conferiva, chiamandola all’adempimento di quel supremo dovere.
A modo suo però, conforme le sue forze e il suo costume, la Sicilia aveva risposto all’appello. La rivoluzione si rianimava. Se le città ferreamente compresse da forti presidii non ardivano ancora rialzar la testa; le campagne, specialmente nelle provincie più occidentali dell’Isola, cominciavano a riscuotersi; e se altro non potevano, allargavano intorno alla Colonna liberatrice il terreno, su cui vivere e combattere. Il La Masa, popolarissimo in Sicilia pei ricordi del 48, inviato a sommuovere i distretti di Santa Ninfa e Partanna, correva quelle terre annunziando Garibaldi, rovesciando e istituendo governi, fugando i birri borbonici, raccogliendo i primi nuclei di quelle nuove bande che tra poco egli stesso comanderà.
Una banda di circa seicento, comandata da Giuseppe Coppola, era già calata dai ricoveri di Monte San Giuliano, e fin dalla sera del 13 arrivata a Salemi per offrire il suo braccio al Dittatore; un’altra squadra di un centinaio, la conduceva il giorno seguente quel frate Pantaleo, divenuto per brev’ora famoso, incontrato dai Mille presso a Rampagallo, che era ben lunge dal meritare il titolo di «novello Ugo Bassi,» da Garibaldi conferitogli; ma che però in quel momento colla simpatica figura, la scorrevole parlantina, il carattere non per anco sconsacrato e il bizzarro accoppiamento della cocolla e della camicia rossa, giovava ad apostolare quegl’ingenui Isolani ed a persuadere loro che Garibaldi non era quel Saracino che era stato loro dipinto, e che egli veniva non a spiantar la croce, ma a rassodarne nella giustizia e nella libertà il santo stelo.