Era evidente infatti che, se il colpo di mano su Palermo falliva, i Mille venivano a trovarsi rinserrati tra il mare da un lato ed i forti presidii di Palermo e di Trapani dall’altro, senza alcuna possibilità di scampo e di salvezza veruna. Ora Garibaldi non era uomo da cadere in siffatto errore; e prontamente risolvendo come prontamente aveva giudicato, abbandonava ogni pensiero d’assalire Palermo dal lato occidentale, e deliberava di tentarla dal lato di mezzogiorno, trasportandosi celeremente a cavaliere delle due strade di Piana de’ Greci e di Misilmeri, e manovrando su quello scacchiere. Ad effettuare però l’ardito disegno una condizione era indispensabile: che il nemico non avesse sentore della sua marcia di fianco, e perdurasse fino all’ultimo istante nell’inganno che egli mirasse sempre ad attaccare la capitale dalla banda di Monreale, scendendovi direttamente dal campo di Renna. Necessario perciò mascherare di molte finte e accorgimenti la mossa vera; al che Garibaldi si apprestò con tutta l’arte, di cui era maestro.
Mandato avviso a Rosolino Pilo di accendere molti fuochi, e di simulare grandi movimenti sulla sua montagna affine di attirare sempre più da quel lato l’attenzione del nemico, ogni cosa predisposta in Renna per la levata del campo, scende egli stesso a capo d’una forte ricognizione fino al villaggio di Pioppo, col duplice fine di scoprire più davvicino gli andamenti dei Regi, e di ribadirgli nella mente ch’egli meditasse sempre di tentar Palermo per quella via. E ci riesce. I Borbonici, colti al grosso zimbello, escono a loro volta da Monreale ad affrontare il temerario nemico; le due avanguardie si scontrano, barattano alcune fucilate: ma non appena l’accorto Condottiero le vide bene alle prese, lascia l’ordine all’avanguardia sua, divenuta retroguardia, di ripiegar combattendo; risale rapidamente col grosso della colonna a Renna; spianta il campo, smonta i cannoni e li affida alle spalle di robusti montanari; alleggerisce quanto può i carriaggi, e sul calar del giorno piega a destra per una via asprissima di montagna, cammina l’intera notte, entro una tenebra fittissima, sotto un uragano diluviale, sopra un terreno stemperato da pioggie quatriduane, e riesce tuttavia ad afferrare colla intiera colonna, miracolosa di costanza, come là, era stata a Calatafimi di valore, le opposte alture di Parco e a fronteggiar Palermo dal lato di mezzogiorno.
«Io non ricordo (scriveva quindici anni dopo Garibaldi stesso), io non ricordo d’aver veduto una marcia simile e tanto ardua nemmeno nelle vergini foreste dell’America,[60]» e certo egli avrebbe potuto contare la giornata del 21 maggio come una delle sue più fortunate, se non gli fosse stata amareggiata da un crudele annunzio: nel giorno stesso Rosolino Pilo, mentre dalle alture di San Martino stava scrivendogli, era colto in fronte da una palla borbonica e stramazzava freddo sul colpo. Onore perpetuo alla magnanima sua ombra!
XIX.
Della mossa del 21 però i vantaggi non potevano essere immediati: essa era un passo preparatorio, la condizione indispensabile al conseguimento dello scopo finale; ma non poteva ancora dirsi per sè sola decisiva. Garibaldi, con quella marcia, s’era sottratto, a dir così, alla vista del nemico, ponendosi «in più facile comunicazione coll’interno e la parte orientale dell’Isola;[61]» aveva guadagnato un terreno più acconcio alle utili manovre e che gli avrebbe permesso fin all’ultimo la scelta tra l’offensiva e la difensiva, tra l’attacco e la ritirata; ma l’ora e il modo della difesa o dell’offesa, anzi la stessa decisione tra l’assalto e la ritirata erano altrettanti termini nuovi d’un problema nuovo, e di cui soltanto gli eventi potevano suggerirgli la soluzione. Gli eventi però a que’ giorni correvano veloci.
Dopo avere per ben ventiquattro ore perduto ogni traccia di Garibaldi, anco i Regi s’erano raccapezzati, e scoperto alla fine il suo nuovo rifugio, parevan risoluti a non lasciargli più un sol giorno di tregua. Il general Lanza (inviato a Palermo Commissario alter ego del Re a surrogare il Castelcicala revocato) aveva ordinato infatti che due colonne muovessero simultaneamente dalla capitale, la prima da sinistra per Monreale, la seconda di fronte per La Grazia, ad assalire il filibustiere nel suo campo di Parco, procacciando di chiudervelo dentro e di schiacciarlo d’un colpo. Ma il filibustiere vegliava, e scoperta egli stesso dalla cima del Pizzo del Fico la duplice mossa del nemico, n’aveva indovinato l’ultimo fine. Sulle prime però, o non avesse ben calcolato le forze del nemico, o confidasse nella forte postura, o sperasse soccorso dalle bande del La Masa che campeggiavano sui monti di Gibilrossa alla sua destra, parve deciso ad accettare la battaglia, e ne fece tutti gli apparecchi. Ma alla mattina del 24, meglio contati i nemici e avvistosi soprattutto che la colonna di sinistra, capitanata dai colonnelli Von Meckel e Bosco, camminando per le scorciatoie dei monti, minacciava di cader sulla sua via di ritirata; composta prontamente una forte retroguardia coi Carabinieri genovesi e due compagnie, e imposto loro di contrastar più a lungo che fosse possibile le alture di Parco, ripiega col grosso della colonna su Piana de’ Greci. I nemici tuttavia avevan già guadagnato molto terreno; i Carabinieri eran già stati forzati a cedere da Parco; i Cacciatori del Bosco comparivano già sulle cime di sinistra a piombo della strada di Piana. Urgeva il pericolo, e Garibaldi fu pronto ancora al riparo, rimandando quegl’infaticabili Carabinieri a coronar le alture fiancheggianti la via e ponendosi egli stesso sulla difesa all’entrata di Piana; ma confidando assai più sulla probabile stanchezza de’ persecutori e sull’appressarsi della sera, che sulle sue forze. Nè s’ingannò. Durava da alcune ore l’avvisaglia sulla montagna, e già i Carabinieri, estenuati dalla fatica e dalle perdite, più non reggevano al disuguale cimento; quando il Comandante borbonico, visto che annottava e stimando forse opportuno di attendere l’arrivo delle altre colonne, deliberò, nella certezza di chi tiene ormai la preda in pugno, di differire all’indomani l’assalto. Appunto domani era tardi.
Garibaldi, approfittando della breve tregua, traversa Piana de’ Greci senza sostarvi; bivacca alcune ore della notte in una boscaglia vicina; poi innanzi giorno ripiglia di nuovo la ritirata per la strada di Corleone. Giunto però al punto dove si stacca la strada di Marineo, affida le artiglierie, gli impedimenti e una compagnia di scorta all’Orsini, ordinandogli di continuare, senza spiegargli di più, la marcia per Corleone;[62] mentre egli svolta rapido col forte della colonna per la traversa di Marineo, dove, riposatosi poche ore, contromarcia celerissimamente per Misilmeri, e si trova prima che la giornata del 25 tramonti, liberi i fianchi e le spalle da ogni nemico, sulla strada di Palermo.
All’alba del 25 però anche i Napoletani furono pronti alle armi; ma di quale maraviglia restassero colpiti nel veder Piana de’ Greci e tutti i dintorni vuoti di nemici, lo scrivano essi. Convinti però che oramai la sola paura sospingesse Garibaldi, si pongono risoluti sulle sue orme, e raccolto da paesani che cannoni, cannonieri e bagagli si son visti sfilare per la strada di Corleone, giustamente sillogizzando che con essi debba pure essere il maggior nerbo de’ ribelli, quindi il loro capo, ripigliano ad occhi chiusi la loro caccia spensierata, spacciando allegramente a Palermo ed a tutta l’Isola: «Garibaldi fuggiasco fra le montagne; prossima la sua totale disfatta.»
Era l’inganno, di cui Garibaldi aveva bisogno: era il compimento del suo disegno. Il qual disegno non nacque già tutto intero per miracolosa fecondità di genio, d’un sol getto e in un solo istante; ma fu lentamente covato, preparato, compíto, perfezionato; il che ne accrescerà agli occhi degl’intendenti il pregio e la meraviglia.[63]
Fino alla marcia da Renna al Parco, Garibaldi non ebbe ben ferme in mente che queste due idee: portarsi sopra un terreno più propizio; tirare il nemico fuori di Palermo per batterlo divisamente, potendo, stancheggiarlo o scivolargli in mezzo, secondo l’opportunità e la forza.