Quando però la mattina del 24 si vide piombare addosso, per due vie convergenti, una mole di nemici anche più grossa della preveduta, e conobbe non restargli pel momento altro scampo che una subita ritirata, cammin facendo, meditando alla distretta in cui si trovava, e compiendo rapidamente l’analisi e la sintesi dei molti partiti che gli si affacciavano, allora gli balenò l’ardito concetto di farsi della ritirata lo strumento della vittoria, e intanto che il nemico allucinato inseguiva la sua ombra sulla strada di Corleone, marciare per l’opposta via all’assalto di Palermo.
XX.
Ma i mezzi? Per l’opera, a dir vero, infaticabile di Giuseppe La Masa, s’eran venuti raccogliendo sulla vetta di Gibilrossa, centro dei monti che serrano Palermo da sud-est, un grosso campo di squadriglie, armate e istruite come sappiamo, ma che per le loro marcie irrequiete, i loro fuochi numerosi, e gli innumerevoli e altisonanti proclami coi quali il loro capitano ne magnificava il numero e la fierezza, erano riuscite fino allora a tenere in allarme il presidio di Palermo, ed a coprire l’estrema destra del corpo garibaldino da subitanei assalti. A dir il vero la prima volta che queste bande ricevettero il battesimo del fuoco, non fecero buona prova: al Parco anzi la mattina del 26 chiamate in sostegno della minacciata destra garibaldina, avevan dato volta ai primi spari, gridando per giunta (insania della paura!) «al tradimento di Garibaldi,[64]» e spargendo la loro fola e il loro terrore fin dentro Palermo. Tuttavia erano intorno a tremila; rappresentavano l’eletta militante del paese; confusi nella turba battevano i cuori più intrepidi della Sicilia, e non sarebbe stato giustizia, oltre che prudenza, trascurarli. Garibaldi inoltre ne aveva bisogno; sicchè salita la mattina stessa del 26 Gibilrossa (da Misilmeri distante poche ore) e passato a rassegna tutto il campo, ne ritrae così buona impressione, che promette al La Masa di porre a capo della colonna destinata alla marcia imminente su Palermo i suoi «bravi Picciotti.»
Sceso però da Gibilrossa, ebbe uno scrupolo e volle adempiere una formalità. Chiamati a consiglio, cosa insolita, i suoi principali Luogotenenti, Sirtori, Türr, Bixio, La Masa, Crispi, quando li vide tutti raccolti, diresse loro questa breve parlata: «Voi sapete che non ho mai radunato Consigli di guerra, ma le circostanze in cui siamo mi vi inducono. Due vie ci stanno davanti: l’assalto di Palermo, o la ritirata nell’Isola. Scegliete.»
Taluno dicesi fu per la ritirata, i più per l’assalto,[65] che era in quel caso, non solo il più eroico, ma anche il più prudente partito, per non dirlo senz’altro l’unico effettuabile. Allora Garibaldi, fedele sempre al tolle moras, riunita la sua colonna al campo di Gibilrossa e quivi raccolte tutte le sue forze, dà nella sera stessa gli ultimi ordini per la deliberata battaglia. L’assalto nel primo concetto doveva effettuarsi nel cuore della notte, la partenza quindi essere suonata per le prime ore della sera. Composte le ordinanze colle squadre del La Masa e uno stuolo de’ Mille per guida ed esempio alla testa; i battaglioni del Bixio e del Carini al centro; le squadre del Sant’Anna alla retroguardia; la colonna doveva scendere da Gibilrossa pel sentiero dei Ciaculli che va a cadere sulla strada di Porta Termini, poco lungi da San Giovanni, e passato l’Oreto al Ponte dell’Ammiraglio camminar diritta sulla città. L’ordine era: marciar serrati e silenziosi; avvicinarsi quanto più era possibile al nemico; giuntogli dappresso, rovesciar alla baionetta ogni ostacolo e penetrare al più presto, comunque, in Palermo.
Se non che, come accade sovente anco agli eserciti meglio ordinati, la marcia non cominciò per l’appunto all’ora designata; il sentiero preso, soggiorno quasi aereo di caproni selvatici, era oltre al preveduto aspro e malagevole; i Picciotti posti alla fronte, inesperti di marcie militari, molto più delle notturne, s’arrestano ad ogni tratto per ombre ed allarmi immaginari; talchè al sommar di tutte queste ragioni la colonna assalitrice non potè sboccare sulla strada di Palermo che allo spuntar dell’alba. Tuttavia non era per anco stata avvertita da alcuno, e la sorpresa era sperabile sempre, quando i Picciotti dell’estrema avanguardia, giunti ai così detti Molini della Scaffa e scambiandoli forse per le prime case di Palermo, alzano, probabilmente per darsi coraggio, tale un clamore di grida, con accompagnamento di fuochi, non sapremmo dire se di paura o di gioia, che i Regi di guardia, appostati al Ponte dell’Ammiraglio, ne sono riscossi in sussulto e corrono, tutt’ora assonnati, alle armi.
Di colpo improvviso non era più a parlarne, e non restava che supplire colla subitaneità dell’assalto e la forza dell’impeto alla fallita sorpresa.
Lo comprese tosto Garibaldi; lo comprese Nino Bixio, suo braccio destro; lo compresero quanti in quella falange avevan anima di soldati e senso della terribilità del momento. E prima di tutti l’avevan compreso il prode Tükery e i suoi compagni dell’antiguardo; i quali al primo grido, alla prima ombra può dirsi del nemico, s’avventano su di lui a testa bassa, e prima ch’egli abbia tempo di conoscere gli assalitori, lo sforzano ad accettare la pugna.
E da quel punto «avanti, addosso, alla carica tutti.» I Regi, fortemente asserragliati dietro il Ponte dell’Ammiraglio, spazzano con un turbine di moschetteria e di mitraglia la via ed i campi: i Picciotti, nuovi a quei cimenti a petto a petto, balenano, si sparnazzano, scompigliano col rigurgito le schiere sopravvenienti degli amici; ma non monta: il Bixio e il Carini colle coorti di Calatafimi sopraggiungono al rincalzo; i più animosi delle squadre stesse si mescolano agli agguerriti compagni e fanno valanga; i Regi già vacillano, già danno le spalle e il Ponte dell’Ammiraglio è conquistato.
Era un fausto preludio, ma non ancora la vittoria. Restava ancora Porta Termini, chiave della città; restava una seconda linea di nemici gagliardamente appostati dietro case e barricate, protetti da numerose artiglierie, fiancheggiati da una forte squadra, liberi di piombare sui fianchi degli assalitori per le due strade che dalla Porta Sant’Antonino e da Porta de’ Greci convergono sulla via di Termini, e dentro una cerchia di fuoco schiacciarli. Ma non era sfuggito il pericolo a Garibaldi, il quale, provvedendo a un punto all’attacco ed alla difesa, mandava quanti branchi di squadre poteva raccogliere a custodire quelle due vie, mentre ordinava un ultimo disperato assalto alla Porta. E «al concitato imperio» non seguì mai sì pronto «il celere obbedir.»