Serrati, concordi, non contando i nemici, disprezzando la morte, gareggianti solamente a chi prima arriva, si slanciano di fronte i Mille: alla destra, avanzando arditamente tra vigneti e giardini, li fiancheggiano, condotti dall’intrepido Fuxa, manipoli di Siciliani; da sinistra altri Picciotti e Cacciatori misti insieme, guidati dal Sirtori e dal Türr, tengono in iscacco i difensori della Porta Sant’Antonino: procombono sul fulminato terreno, della bella morte de’ prodi, Tükery, Rocco La Russa, Pietro Inserillo e Giuseppe Lo Squiglio; giacciono feriti Benedetto Cairoli, Enrico Piccinini, Raffaello Di Benedetto, Leonardo Cacioppo; Bixio stesso, ferito al petto da una palla, se la estrae da sè; ma i Napoletani, quasi sopraffatti da superstizioso terrore, più non reggono alla diabolica irruzione. Nullo, il Fieramosca della schiera, a cavallo, ritto, intrepido, stupendo nella sua marziale eleganza di cavaliere antico, ha già varcato, primo de’ primi, la Porta, e dietro a lui, come torrente che rompa le dighe, penetra da cento bocche la piena procellosa degli assalitori, i quali dilagando rapidi per tutte le vie, scacciando da ritta e da manca i residui dei nemici resistenti, e portando in trionfo, più che seguendo, il loro fatato Capitano, mondano Fiera Vecchia, il cuore di Palermo. Eran forse le 6 del mattino; due ore eran bastate alla prodigiosa vittoria, e il sole del 27 maggio, il sole di San Fermo, illuminava un’altra volta uno de’ più memorabili portenti del valore italiano.

XXI.

Palermo dormiva ancora. Sorpresi essi pure dall’inaspettato assalto, già tratti in inganno da falsi allarmi perfidamente simulati dalla Polizia, e minacciati di morte coloro che al tuonar del cannone fossero trovati per le vie, i Palermitani avevano alquanto esitato prima di prestar fede ad un risveglio tanto fortunato; e come gente non libera ancora dal sospetto d’un’insidia o dal timore d’un’imprudenza, si tennero chiusi e celati nelle loro case ad attendere che gli avvenimenti colla stessa luce del giorno si rischiarassero. Ma a poco a poco una finestra si socchiude; un uscio si apre; una, dieci, cento persone cominciano a far capolino; i più curiosi o i più animosi s’avventurano nella strada; altri corrono a’ campanili a dar nelle campane; la gran nuova si spande, il grande fatto si conferma, e finalmente tutta la più gagliarda e patriottica parte della popolazione (dir tutta la città sarebbe ancora troppo presto) si precipita festante sui passi dei liberatori, offre loro i primi conforti e i primi soccorsi e si mesce al gran fiume della rivolta.

Piano delle Operazioni sotto PALERMO ([Versione più grande])

E non v’era un istante da perdere. Alle 6 del mattino la situazione dei due belligeranti, per dirlo alla moderna, era questa: i ribelli occupavano precariamente Fiera Vecchia, e il tratto della città compreso tra la Porta Sant’Antonino e Porta Termini, meno alla destra la caserma di Sant’Antonino e, più a sinistra, i dintorni dell’Orto botanico; i Regi invece: Porta Montalto, Palazzo Reale, Porta Macqueda, il Castellamare, tutta la Marina; quanto dire quattro quinti della perifería.

E alla tattica bontà delle posizioni rispondeva la forza del numero e la ricchezza de’ mezzi di guerra. Per la rivolta ottocento camicie rosse[66] stremate, indigenti d’ogni cosa, e da tre ai quattromila Picciotti armati e agguerriti come sappiamo; per il Borbone ventimila soldati ben istrutti, ben pasciuti, straricchi d’artiglierie, di munizioni, di viveri, d’ogni ben di Dio, fiancheggiati da quattro fregate, protetti da due forti e da numerose caserme, massiccie quanto i forti, padroni di tutte le loro comunicazioni, liberi d’essere soccorsi dal mare e dalla terra, quando che sia.

Però nulla di più precario, di più incompiuto, di più periglioso della vittoria garibaldina. Tutta la loro conquista poteva dirsi la conquista d’una mina, che da un istante all’altro poteva saltare e seppellirli sotto monti di rovine. Conveniva dunque strapparne subito al nemico le miccie o, per uscir di metafora, metter Palermo in istato di difesa, allargarvi quanto più era possibile la rivolta, rompere la cerchia nemica, occuparne i principali punti strategici, assicurarsi infine quelle tre condizioni indispensabili ad ogni guerra: posizioni per combattere; comunicazioni per manovrare; base d’operazione per rifornirsi.

E a tutto ciò fu, con maravigliosa rapidità, provveduto. Garibaldi, appena raccolta la sua gente, si inoltrava fino al Palazzo Pretorio e vi piantava il suo Quartier generale; occupava i quattro Cantoni, centro delle due grandi vie che segano in croce la città, e vi si asserragliava; istituiva un Comitato provvisorio, di cui faceva capo il dottor La Loggia e poco dopo una Commissione delle barricate, di cui eleggeva presidente il duca Della Verdura; chiamava di nuovo tutti i Palermitani alle armi, ed abbozzava un primo nucleo di guardie nazionali; spingeva, non senza combattimenti, i suoi avamposti verso Palazzo Reale fino a Piazza Bologna, e verso Porta Macqueda fino alla Villa Filippina; faceva nella giornata stessa attaccare la caserma di Sant’Antonino rimasta in potere dei Regi, e prima di sera se ne impadroniva; infine trasfondeva in tutti i petti un raggio della sua serenità e una favilla della sua fede, forze inespugnabili.