«Il generale Lanza a S. E. il general Garibaldi.
»Palermo, 30 maggio 1860.
»Avendomi l’Ammiraglio inglese fatto sapere che riceverebbe con piacere a bordo del suo vascello due de’ miei Generali, affine di aprire con Lei una conferenza, della quale l’Ammiraglio stesso sarebbe il mediatore, purchè Ella consenta a conceder loro un passaggio traverso le sue linee; io la prego di farmi conoscere se vuole consentirvi, e in caso affermativo (supponendo le ostilità sospese da ambe le parti), io la prego di farmi sapere l’ora in cui la detta conferenza dovrà cominciare. Sarebbe allo stesso tempo utile che Ella accordasse una scorta ai summenzionati due Generali, dal Palazzo Reale alla Sanità, dove essi s’imbarcheranno per andare a bordo.
»In attesa d’una sua risposta, ec.
»Ferdinando Lanza.[74]»
«Quale non doveva essere l’avvilimento dell’esercito regio (scrive lo stesso ammiraglio Mundy), perchè l’alter ego d’un Sovrano acconsentisse a scrivere una lettera sì umiliante. L’uomo che fino a quel momento era stato stigmatizzato cogli epiteti più vituperosi dell’umana natura e denunziato nei proclami come un pirata, un ribelle, un filibustiere, eccolo elevato al titolo ed al rango di Generale e d’Eccellenza! Ciò equivaleva ad una ricognizione del suo carattere d’uguale, e ad una confessione d’impotenza di sottometterlo colla forza.[75]»
E questo pure dovette sentire Garibaldi; ma disprezzando in cuor suo le antiche e nuove codardíe del suo avversario e pensando solo a trarne profitto, rispose all’istante al Commissario di Francesco II esser pronto alla propostagli conferenza; fissarla per le due pomeridiane del giorno stesso; avrebbe fatto immediatamente sospendere il fuoco de’ suoi, e accordato il passo e la scorta a’ due Generali regi.
XXIII.
Se non che verso le 10 antimeridiane dello stesso giorno (30 maggio), dopo cioè che Garibaldi ebbe mandato a tutti i suoi posti l’ordine di cessare da ogni ostilità, un inatteso avvenimento rischiava di mettere in forse con un sol colpo tutta la conquistata fortuna. La colonna di Von Meckel e del Bosco, in maggior parte composta di Bavaresi, dopo aver per tre giorni perseguíto vanamente l’Orsini (il quale, inchiodati i cannoni e bruciati gli affusti, era riuscito a scamparla, sperdendosi per le campagne al di là di Giuliana), quella colonna, dicevamo, risaputa alla fine la notizia[76] che quel Garibaldi, da essi sognato fuggiasco sulla strada di Corleone, accampava già in Palermo, era tornata quanto più veloce aveva potuto sui suoi passi, e appunto la mattina del 30 maggio compariva innanzi a Porta Termini[77] e ne assaliva la barricata che la custodiva. Le squadre di guardia al posto ributtarono, com’era debito loro, l’inatteso nemico; questi incalzò più risoluto che mai, e la fucilata si accese vivacissima da ambe le parti. Indarno il luogotenente Wilmot, ufficiale di bandiera dell’ammiraglio Mundy, che per caso di là passava diretto al Castro Pretorio, sventolava il suo bianco fazzoletto e gridava agli assalitori: una tregua essere pattuita; fedifrago l’assalto; doverosa la ritirata; que’ Bavaresi, o avessero meditato un’insidia o la temessero, non vollero intendere ragione. Allora il combattimento si accanì più che mai: e a chi contava il numero soverchiante degli aggressori non era difficile prevederne il risultato. I Picciotti resistevano del loro meglio; una compagnia de’ Mille, guidata dall’intrepido Carini, tratteneva ancora per alcuni istanti quella piena irrompente; ma ferito gravemente ad un braccio lo stesso Carini, caduti molti de’ suoi, crescente l’irruzione nemica, la barricata sarebbe stata certamente perduta e la via aperta fino a Fiera Vecchia, se la fortuna non avesse voluto che presso il generale Garibaldi stesse in quel momento, inviato dal Lanza, l’ufficiale di Stato Maggiore regio, Nicoletti, il quale, udito l’evento e invitato con acerbe parole dallo stesso Garibaldi a cessare quella perfidia, accorse sul luogo del conflitto e colla sua assisa ed autorità riuscì a persuadere quei, non sappiamo se testardi o astuti Tedeschi, se non a ritirarsi, come avrebbero dovuto, a restar nei posti indebitamente conquistati.[78]
Superato anche questo nuovo periglio, indossata ancora la sua vecchia uniforme di Generale piemontese (divenuta buona un’altra volta), accompagnato dal solo Crispi,[79] poco prima delle due pomeridiane si mosse per recarsi al convegno fissato. Al Molo della Sanità l’aspettava la lancia dell’Hannibal: quivi il caso volle che arrivassero nello stesso punto il generale Letizia ed il generale Chretien; sicchè la medesima barca li tragittò insieme al bordo dell’Ammiraglio inglese. Colà giunti, i Generali borbonici lasciarono il passo a Garibaldi; l’Ammiraglio, così a lui, come a’ suoi avversari, fece rendere i dovuti onori militari e li invitò ad entrare nella sua cabina.[80] Non appena radunati però, quasi preliminare al trattato che stava per cominciare, sorse un singolare litigio, che qualificò subitamente agli occhi dell’Inglese il diverso carattere de’ negoziatori da lui ospitati al suo bordo.