L’ammiraglio Mundy per rendere più solenne la conferenza e porne la fede sotto il suggello di autorevoli testimonianze, aveva invitato ad assistere alla conferenza anche i Comandanti dei legni da guerra Francese, Americano e Sardo ancorati nello stesso porto, ed essi, accettato l’invito, stavano già sul ponte all’arrivo de’ negoziatori ed eran loro stati presentati. Quando però il generale Letizia li vide entrare assieme a tutti gli altri nella cabina dell’Ammiraglio e disporsi ad assistere alla conferenza, si fece innanzi e dichiarò ch’egli non era preparato ad intraprendere alcun negoziato alla presenza di quei Capitani stranieri, sicchè richiedeva formalmente che si ritirassero. Nè a questo si fermò. Soggiunse, «che quantunque egli avesse consentito a incontrare il generale Garibaldi a bordo della nave britannica, egli non intendeva riconoscergli alcuna officiale capacità, nè molto meno conferire con lui sopra qualsivoglia soggetto. Ogni mediazione, continuava egli, doveva aver luogo tra l’Ammiraglio inglese, lui ed il suo collega; e al generale Garibaldi non restava che confermare o disapprovare le parole del trattato che si fossero per usare. Queste le istruzioni da lui ricevute dal generale Lanza e dalle quali egli non poteva nè voleva dipartirsi.[81]»

A questa inattesa parlata, il cui senso era aggravato dal tuono dittatorio con cui era proferita, la sorpresa fu generale. L’Ammiraglio però, rotto per il primo il silenzio e raccomandata la calma e la temperanza, stimava suo debito chiedere prima d’ogni cosa, se anche il generale Garibaldi aveva da muovere qualche obbiezione circa alla presenza dei Comandanti stranieri. A cui Garibaldi rispose che ogni concerto preso dall’Ammiraglio inglese gli sarebbe stato gradito, e che quanto ai signori Comandanti era lieto di vederli rimanere. Ma nemmeno a questa lezione di tolleranza e cortesia il generale Letizia volle darsi per vinto, e arzigogolando cavillosamente sulle parole della lettera scritta la mattina dal generale Lanza, ribadì la sua tèsi che «i negoziati dovevano correre tra l’inglese Ammiraglio e gli incaricati napoletani, e il generale Garibaldi non dover prendervi alcuna parte.» Alla caparbia malafede del Napoletano proruppero indignati, tanto il capitano francese Lefebre, quanto l’americano Palmer; «solo il marchese D’Aste, antico ufficiale sardo, restò silenzioso;[82]» finalmente lo stesso ammiraglio Mundy interveniva a cessare l’alterco, protestando apertamente che, «se il generale Letizia non consentiva a trattar personalmente col generale Garibaldi e in presenza dei Capitani esteri, egli sarebbe obbligato di rimandare tutti a terra, e dichiarare rotti i negoziati.[83]»

A sì aperto e risoluto linguaggio il generale Letizia finì col rassegnarsi, e riconosciuta al generale Garibaldi la parte che gli spettava, le trattative s’avviarono. I quattro primi articoli della convenzione proposta passarono senza contraddizione o discussione di sorta; giunti al 5º: «Che la Municipalità rassegnasse un’umile petizione a Sua Maestà il Re, esprimendogli i reali bisogni della città.» — «No!» proruppe con veemenza Garibaldi; e alzandosi di scatto soggiunse: «Il tempo delle umili petizioni o al Re, o a chicchessia, è passato; inoltre non ci sono più Municipalità.... La Municipalità sono io. Io rifiuto il mio consenso. Passiamo alla sesta ed ultima proposta.»

All’udir queste parole sdegno e stupore si dipingono sul volto del generale Letizia, e sgualcendo la carta che stava spiegata sulla tavola, esclama: «Allora se questo articolo non è concesso, ogni comunicazione cessa fra di noi.[84]»

Garibaldi, il quale fino all’enunciazione del quinto articolo avea sempre serbato un calmo e imperturbato contegno, a quell’ultima albagiosa dichiarazione del suo avversario non seppe più frenarsi. «Egli denunciò in termini eccessivi[85] la mancanza di buona fede, anzi l’infamia della Reale Autorità nel permettere che truppe mercenarie, mentre una bandiera di tregua sventolava, attaccassero le italiane, le quali avevano avuto l’ordine di cessare il fuoco. Ed altre cose anche più appassionate soggiunse Garibaldi; a cui replicò con violenza non disuguale, ma certo con minor giustizia il suo antagonista. Sicchè l’Ammiraglio fu costretto di nuovo ad interporsi non solo per rimettere la calma fra i disputanti, ma per raddrizzare le torte argomentazioni, con cui il negoziatore napoletano continuava a sillogizzare.»

A tal punto Garibaldi, credendo ormai compiuta la rottura de’ negoziati, si levò dalla sua sedia e fece atto di disporsi alla partenza; «ma tale non appariva in alcuna guisa l’intenzione del Generale borbonico.[86]» Anzi dopo essersi consultato alquanto col suo collega, si rivolse di nuovo al suo avversario, annunziandogli che egli consentirebbe a cassare il quinto articolo della convenzione, quantunque sapesse che per quella concessione egli incontrerebbe il disfavore del suo Generale in capo.

E dopo questa dichiarazione tanto maravigliosa ed inattesa, quanto lo erano state fino allora tutte le parole del negoziatore regio, l’armistizio fu prolungato fino alle nove del mattino seguente, al solo fine di concordare definitivamente i punti controversi e di ottenere dal Commissario alter ego del Re la ratifica dei già patteggiati. Prima di lasciar l’Hannibal però il generale Garibaldi, cogliendo il momento in cui l’ammiraglio Mundy s’era stretto in privato colloquio co’ due Inviati regi, si traeva in un canto col capitano Palmer e col marchese D’Aste, e susurrò loro in tutta fretta e in gran secretezza: essere allo stremo di munizioni; questo il suo pensiero più tormentoso; lo soccorressero, se potevano, in quella necessità; avrebbe pagato un pacco di cartuccie a peso d’oro. Il capitano D’Aste non volle dare neanche un grano di polvere; il Capitano americano crediamo che desse la poca che aveva; al resto pensò la Provvidenza!

Ma sia che l’ultima impressione ricevuta da Garibaldi fosse che il pattuito armistizio non potesse durare oltre il vegnente mattino; sia ch’egli mirasse a trar profitto delle pretese esorbitanti del nemico, e della sua sdegnosa risposta per infiammare vieppiù gli animi già accesi de’ Palermitani, giunto a Palazzo Pretorio fece tosto pubblicare questo Manifesto:

«Siciliani!

»Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io ne accettai quelle condizioni che l’umanità dettava di accettare; cioè: ritirar famiglie e feriti; ma fra le richieste, una ve n’era umiliante per la brava popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo. Il risultato della mia conferenza di oggi fu dunque di ripigliare le ostilità domani. Io ed i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli del Vespro una battaglia, che deve infrangere l’ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dell’eroismo.»