Capitolo Ottavo. DA MARSALA AL FARO.
[1860.]

I.

Il 20 gennaio 1860 il conte di Cavour riafferrava il governo, e l’Italia risentiva tosto la mano del nuovo timoniere. Non conviene tuttavia piaggiar nessuno, nemmeno il genio fortunato. Fra la situazione politica trovata dal gran Ministro al cominciar del nuovo anno e quella da lui lasciata a’ suoi successori correva per l’appunto la stessa differenza che tra una nave in alto mare, sbattuta dalla tempesta, e una nave, lottante bensì cogli ultimi colpi della traversía, ma già in vista della terra e prossima a toccare il porto. Dell’eredità di Villafranca al Ministero La Marmora-Rattazzi toccarono tutti i rischi e tutti i fastidi; al conte di Cavour tutti i frutti e tutti i trionfi. Ad essi, se fosse lecito dire, la parte penosa ed oscura della liquidazione; a lui l’attuosa e brillante dell’accettazione. Sia giusta la storia: se il conte di Cavour fosse stato al potere dal luglio al dicembre 1859, non avrebbe potuto comportarsi diversamente dai suoi eredi; e gli sarebbe stato giuocoforza o temporeggiare e barcamenarsi com’essi; o volendo osar troppo, porre ogni cosa a repentaglio. Il Ministero La Marmora-Rattazzi non compì grandi cose; ma, come suol dirsi di certi medici, aiutò la natura ad operare: diede cioè tempo ed agio all’Italia d’aspettare che tutto quel cumulo di difficoltà, d’ostacoli, di triboli che facevan barriera d’ogni dove al nostro cammino, si assottigliasse e s’indebolisse da sè, per sola forza delle cose, sì che non restasse più che scavalcarlo con un passo, o rovesciarlo con una spinta.

E così infatti era accaduto. L’annessione dell’Italia centrale al Regno sardo era, se non consacrata nella forma, compiuta nella sostanza; la chimera napoleonica d’una federazione austro-italiana presieduta dal Papa già ita in dileguo; tutti i progetti di congressi, di conferenze, di vicariati, di regni autonomi svaporati; tutte le promesse di restaurazioni, papali, ducali, granducali, scritte ne’ capitolari di Villafranca, cassate dalla manifesta volontà degl’Italiani, e ridotte lettera morta. Napoleone III, dopo cinque mesi di politica ambidestra, una pubblica e avversa, una segreta e propizia all’Italia, liberatosi dal reazionario Walewsky, dettato o ispirato l’opuscolo: Il Papa e il Congresso,[1] si chiariva di giorno in giorno più favorevole alle nostre sorti; mentre l’Inghilterra, subentrati i Whigs ai Torys, dichiarava apertamente la sua simpatia per la causa italiana, s’associava al Napoleonide nell’idea del non intervento armato, e ne faceva uno de’ cardini della sua politica nella Penisola. L’Austria sola continuava naturalmente ad atteggiarsi o stile e minacciosa; ma tanto la Prussia, quanto la Russia, sebbene diffidenti della rivoluzione e gelose del diritto divino, non sapevano risolversi a far causa comune l’una colla prepotente rivale, l’altra colla fedifraga ed ingrata alleata, e chiaramente lasciavano intendere che non avrebbero mai tratta la spada per lei: unica cosa che importasse. E intanto il savio contegno dell’Italia centrale continuava a far l’ammirazione di tutti i popoli civili; forzando i suoi stessi avversari a parlare con rispetto d’una rivoluzione che procedeva con sì pacata e ordinata costanza, ed a discuter seriamente di quel nuovo diritto fondato sulla volontà popolare e sui caratteri indelebili delle nazioni, che la vecchia Diplomazia non voleva ancora riconoscere, ma che avrà sconvolto, prima che il secolo finisca, tutta l’Europa.

A tale essendo le cose, restava solo che una mano vigorosa desse l’ultimo colpo; e il Cavour ricomparve nell’arena. Salito appena al potere, annunciò ai Gabinetti d’Europa che oramai era impossibile una più lunga aspettativa; che le popolazioni italiane, dopo avere atteso lungamente indarno che le Potenze d’Europa mettessero ordine a’ loro affari, avevan diritto di passar oltre, e che «il solo scioglimento pratico consisteva nell’ammissione legale dell’annessione, già stabilita in fatto, dell’Emilia, come della Toscana.[2]»

Chi però vedesse in queste ardite dichiarazioni l’atto irriflessivo d’un giuocatore disperato che rischia l’ultima sua posta, s’ingannerebbe a partito. Il conte di Cavour aveva già calcolato tutte le sorti del giuoco, ed era certo oramai che la partita decisiva sarebbe stata per lui. Che l’Austria strepitasse o la Germania e la Russia tenessero il broncio, poco gli caleva. Sapeva d’aver seco, più che queste non volessero confessare, Francia e Inghilterra; sapeva meglio ancora d’aver per sè il diritto, il fatto, l’opinione civile, e ciò gli bastava. Non andò guari infatti che l’Inghilterra inviava ai Gabinetti delle maggiori Potenze queste quattro proposte: non intervento armato; diritto ai popoli dell’Italia centrale di decidere, con un nuovo voto de’ lor Parlamenti, circa i loro destini; garantita la sovranità papale, ma sgombra Roma dai Francesi; soltanto la questione di Venezia taciuta e messa in disparte. Rispose sdegnosamente l’Austria; non piegarono tosto le Corti nordiche; ondeggiò ancora per poco lo stesso Napoleone, tentando introdurre nelle proposte inglesi altre condizioni: ma poichè egli consentiva nella massima fondamentale del non intervento, e richiedeva solo che al voto de’ Parlamenti si sostituisse il suffragio universale; il conte di Cavour, vinte o deluse tutte le nuove eccezioni, lo prese in parola, e mandata copia delle proposte inglesi, così come le aveva modificate l’Imperatore, ai Governi della Toscana e dell’Emilia, li invitò senza più a pronunciarsi. Era quanto dir loro (se già non era stato detto in privato): procedete subito ai plebisciti e confermate le annessioni; e va da sè che nessun invito poteva riuscire più aspettato e più gradito. Così tre giorni dopo l’ultima Nota francese, mentre ancora i potentati erano affaccendati a librare, analizzare, stillare le famose quattro proposte, l’Emilia e la Toscana votavano per voto universale la loro unione alla Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele; e la rivincita di Villafranca era presa.

II.

Se non che nessuna gioia senz’amarezza; l’imperatore Napoleone metteva alle annessioni dell’Italia centrale un prezzo; quel medesimo ch’egli aveva prima richiesto per la cacciata degli Austriaci: Savoia e Nizza. Nè era da pretendersi che l’opera sua fosse tutta gratuita. Nemmeno la Francia era la gran nazione che potesse far la guerra soltanto per un’idea. Ciò si scrive volentieri nell’ebbrezza del trionfo, sui proclami; ma rare volte si ratifica co’ fatti. Quand’anche Napoleone l’avesse voluto, non era in di lui balía chiedere il sangue della nazione ond’era capo, per una guerra non sua, senza procacciarle almeno un compenso rimuneratore dei rischi corsi e dei sacrifici patiti. Oltre di che la cessione della Savoia e di Nizza era la conseguenza, per dirla collo stesso conte di Cavour, «della politica che ci aveva portati a Milano, a Bologna, a Firenze;» ed era certamente un’applicazione di que’ medesimi principii di volontà nazionale e di voto popolare che noi stessi avevamo invocati siccome fondamento giuridico alla nostra rivoluzione, e sul quale dovrà consistere l’intero edificio d’Italia.

Piuttosto era ad esaminarsi se tutto quel compenso era dovuto; se di quel tanto sacrificio richiesto all’Italia, una parte almeno non poteva esser risparmiata. Per la Savoia nessun dubbio: poteva essere doloroso abbandonare que’ monti, antemurale di nostra casa e cuna de’ nostri Re; ma proclamato il diritto delle nazioni, diveniva necessario e doveroso. Per Nizza, invece, il discorso mutava: ivi tutto era Italia; e la miscèla di idiomi, propria a tutte le regioni confinanti, non bastava a cancellarne i grandi e solenni caratteri scritti dalla storia, dalla natura e da Dio.

Però che l’imperiale alleato chiedesse con pari durezza le due spoglie, nessuno contende; rimane solo a chiarirsi se l’una non poteva essere più validamente e più tenacemente contrastata dell’altra. Il conte di Cavour, disse uno de’ suoi più valenti cooperatori,[3] aveva perduto di fronte all’ingrata questione la consueta sua serenità, e facilmente si crede; ma che abbia posto a risolverla tutto il nerbo dell’anima sua; ch’egli abbia tentato la salvezza di Nizza con quel medesimo sforzo di destrezza e di energia da lui adoperato a disfar Villafranca, e unificar mezza Italia, questo in nessun libro e in nessun documento è attestato: eppure questo sarebbe stato un serto di più alla sua gloria. Si direbbe che il gran Ministro, assorto nell’unico fine «di rendersi complice[4]» la Francia, non ne vedesse alcun altro. Tuttavia se al conte di Cavour fosse balenato il pensiero che quella complicità era per Napoleone ormai fatale, e che in ogni caso non avrebbe mai fatto guerra all’Italia per Nizza, come non gliela fece, nè la potè fare per Bologna e Firenze,[5] forse avrebbe risparmiato agl’Italiani quel gentile e caro brano di patria, e a sè sospetti, rancori, inimicizie, di cui tra non molto egli e la parte sua sentiranno, primi, le difficoltà ed i danni.