Oltre a ciò avevano offesi i modi. Nizza era inondata da emissari napoleonici; bandi pubblici firmati dai magistrati del Re, o tollerati o non abbastanza puniti, apertamente propugnavano la dedizione alla Francia; nessun’arte di pressione e di broglio era risparmiata; la libertà del voto, unica scusa e salvaguardia di quel triste plebiscito, sfrontatamente conculcata.
Qual maraviglia pertanto che un soldato, un nizzardo, Giuseppe Garibaldi, infiammato d’amore per la terra nativa e d’odio per ogni signoria straniera; inasprito da quello spettacolo nauseabondo di frodi e di violenze, si levasse per il primo contro un Governo che, per usare il linguaggio suo, «mercanteggiava come armento la città sua;» e vedesse da quell’istante un nemico in colui che era stato a’ suoi occhi l’artefice e lo stromento principale del mercato?
III.
Prima conseguenza della felice annessione era l’ampliamento e la rinnovazione del Parlamento. Lo stesso conte di Cavour aveva richieste le elezioni generali come precipua condizione al suo ritorno al Governo; e infatti dal 25 al 29 marzo i Collegi delle antiche e nuove province convenivano all’urne per eleggere i loro deputati.
E naturalmente tra gli eletti fu anche Garibaldi. Molti Collegi gli furono profferti, tra gli altri Brescia, Stradella, Varese; ma egli ringraziò tutti, dichiarando di non poter accettare che per Nizza «posta in pericolo di cadere nelle ugne del protettore padrone,[6]» e che a lui incombeva difendere. Nizza infatti lo elesse;[7] ond’egli appena conosciuto il voto lascia Caprera, corre nella sua città, vi raggruppa i suoi amici e devoti, tenta avvivare (e la sola sua presenza bastava) la fede nella patria antica; e illuso che il sentimento suo sia pur quello di tutti i suoi concittadini; ignaro che intorno a quel po’ di popolo schietto ed onesto, che si sentiva e voleva essere italiano, brulicava una plebe famelica, pronta al miglior offerente, e una borghesia ingorda, impaziente di subiti guadagni, che avrebbe venduto dieci patrie; parte per Torino accompagnato dal suo amico Robaudi, col proposito d’interpellare il Governo sulla sorte della sua città natale e di fare un ultimo sforzo per scongiurarne la perdita.
Del suo arrivo a Torino, delle commozioni provate dalla città, son pieni i giornali del tempo; ma in ciò nessuna maraviglia. Presentata col Robaudi la sua interpellanza fin dal 7 aprile, soltanto nella tornata del 12 fu ammesso a svolgerla. Era la prima volta che Garibaldi compariva nel Parlamento subalpino; grande quindi l’impazienza di conoscere l’oratore e di giudicare il politico; «generale, siccome dice il resoconto ufficiale, il movimento d’attenzione.»
Parlò calmo e breve; ma è dubbio se con parole e concetti tutti suoi.[8] Reclamò l’osservanza dell’articolo 5º dello Statuto, che pei trattati importanti cessione di provincie richiede la perentoria sanzione della Camera: rammentò la storia di Nizza datasi a Casa di Savoia nel 1391 a patto di non essere ceduta a straniera potenza: dichiarò ogni traffico di gente repugnante al diritto ed alla coscienza delle nazioni civili: denunziò sommariamente i fatti di pressione elettorale, sotto la quale era soffocata la libertà di voto de’ suoi concittadini: chiese infine che, sino all’approvazione del trattato, il voto di Nizza fosse sospeso.
Rispose il Cavour temperato e cortese; negando l’incostituzionalità, giustificando il trattato colla necessità politica e l’interesse d’Italia; attenuando, non smentendo, i fatti di pressione. La discussione s’avvivò. Per Nizza, in vario tenore, parlarono i nizzardi Laurenti-Robaudi e Bottero, sostenuti dal Mellana e dal Mancini; per il trattato i ministri Farini e Mamiani e il deputato Pier Carlo Boggio; e la conclusione fu l’approvazione d’un ordine del giorno di questi, mercè il quale «espressa la fiducia che il Governo del Re provvederebbe efficacemente che le guarentigie costituzionali e la sincerità e libertà del voto nelle provincie di Savoia e Nizza sarebbero rispettate,» la Camera non chiedeva di più.
E di più forse, al punto cui eran le cose, non si poteva nè sperare nè conseguire; ma Garibaldi non era uomo d’intenderlo, e uscì da Palazzo Carignano coll’anima ribollente d’ira e d’amarezza; nauseato di quella politica barattiera, a senso suo, e codarda, e guardando da quell’istante il conte di Cavour collo stesso occhio, con cui si guarderebbe colui che vi ha strappato dal braccio vostra madre, e l’ha gettata al mercato.
Ma per ventura sua e d’Italia altri e ben più gravi avvenimenti eran già venuti a divertirlo da quei turbolenti pensieri, e ad aprire al vorticoso torrente della sua passione patriottica uno sfogo più degno e più vasto.