Oltre a ciò nella generosità di Garibaldi s’ascondeva un grande concetto non meno politico che umanitario. Nessuno più di lui sentiva che quella era guerra civile, e quel pensiero fisso di renderla quanto più fosse possibile umana e pietosa sarà, nella calma sentenza de’ posteri, non ultima gloria della sua eroica vita. Quei soldati, lo diceva ad ogni istante, eran nostri fratelli; lo diceva a’ suoi seguaci consigliandoli ad essere miti; lo diceva a’ nemici stessi, se qualcuno gliene compariva dinanzi o prigioniero o disertore; e solo dicendolo faceva proseliti e diradava le file nemiche. La generosità in quel caso era virtù ed arte insieme; e quando vedremo l’esercito borbonico squagliarsi e quasi sfumare innanzi ai passi di Garibaldi che li incalzava col sorriso sulle labbra e l’offerta del ritorno alle loro case, intenderemo quanto quella virtù fosse utile e quell’arte profonda.
Nè quei tre giorni li passò inerti. Intanto che i suoi Luogotenenti attendevano al riordinamento delle milizie, e i Palermitani al perfezionamento delle barricate, e il Crispi a prender possesso del Palazzo di Finanza, dove trovava cinque milioni di ducati, insperato tesoro per quei cenciosi conquistatori partiti da Quarto con trentamila franchi; Garibaldi pensava a dare all’improvvisato Governo di Palermo una forma più regolare e compíta, istituendo un Ministero, in cui il Crispi riteneva il portafoglio dell’interno e delle finanze, il barone Pisani gli esteri, il canonico Ugdulena il culto e la pubblica istruzione, un Raffaele i lavori pubblici, un Guarnieri la giustizia, e l’Orsini, riuscito miracolosamente a traforarsi il giorno 2 in Palermo, con tutti i suoi cannoni e i suoi uomini, il Ministero della guerra.
I Napoletani, all’opposto, non riuscirono che a rendere sempre più manifesta la loro impotenza. Non appena infatti fu conchiuso il primo armistizio, il generale Letizia partiva per Napoli per comunicarne il testo al suo Re ed al suo Governo, dipinger loro il vero stato delle cose, e richiederne le istruzioni per la condotta avvenire. Ruppe in amari rimbrotti il Re, e sola sua risposta fu che si riprendesse Palermo a viva forza, anche a costo di raderla al suolo; ma tale non fu il consiglio nè la risposta de’ suoi Ministri, i quali già affaccendati ad ottenere la mediazione delle estere Potenze, fecero capire al Letizia che quel mezzo del bombardamento sarebbe stato esiziale a tutto il Regno, e che, se altra via non s’apriva per ricuperar Palermo, era minor danno abbandonarlo. Se lo tenne per detto il Letizia; e convinto oramai che il Governo di Napoli non aveva più nè volontà, nè speranza di vincere, riportò queste notizie e impressioni al regio Commissario in Palermo. Il quale, sperimentata già vana la forza delle bombe, non sapendo, nè osando confidar in quella delle baionette, delle quali, se voleva vincere, gli conveniva mettersi alla testa; sconfidando sempre più nella fedeltà delle truppe e temendo una sedizione della flotta;[89] ma tremando forse più per sè stesso, si decise a chiedere un prolungamento all’armistizio d’altri tre giorni, prodromo evidente della resa finale. E Garibaldi accondiscese ancora; ed ancora il suo naturale accorgimento non l’ingannò.
Infatti il 6 giugno i negoziati furono ancora ripresi, e senza molta difficoltà condussero alla Convenzione seguente:
«1º Gl’infermi (dell’armata regia) che giacciono in ambedue gli ospedali od in altri luoghi dovranno essere imbarcati colla maggiore sollecitudine.
»2º Le truppe regie che si trovano in Palermo avranno la scelta di abbandonare la città per terra o per mare con equipaggi, materiali da guerra, artiglieria, cavalli, bagagli, famiglie e tutto ciò che loro spetta, comprese le munizioni rinchiuse in Castellamare. A S. E. il tenente generale Lanza viene concesso di abbandonare Palermo per mare o per terra a sua scelta.
»3º Qualora si scegliesse la via di mare, si darà principio allo sgombramento caricando i materiali da guerra, gli equipaggi e parte dei cavalli e delle altre bestie da soma; le truppe rimarranno ultime.
»4º Tutte le truppe s’imbarcheranno sul Molo, e quindi prenderanno provvisoriamente alloggio nel quartiere dei Quattroventi.
»5º Il generale Garibaldi lascierà Castelluccio, il Molo e la batteria del Faro senza atti di ostilità.
»6º Il generale Garibaldi consegnerà tutti gl’infermi ed i feriti (delle truppe regie) che si trovassero in suo potere.