In Palermo frattanto lo sgombero dei Regi era cominciato e l’aspetto della città si rasserenava. All’ansietà angosciosa della lotta succedeva d’ora in ora il respiro più libero e il moto festivo e chiassoso della vittoria. La gente, come suole accadere ne’ giorni di pubblici commovimenti, viveva più nelle strade che nelle case; le grida, gli assembramenti, le manifestazioni rinascenti per ogni nonnulla non posavano ancora; il variopinto brulicame delle squadre, delle camicie rosse, dei frati in coccarda e cartucciera, dei preti in piuma ed archibugio, continuava tuttavia a mascherare d’una tal quale veste quarantottesca la città; ma intanto le barricate si sfacevano, le rovine degl’incendi si sgomberavano, ai morti tratti dalle macerie si dava onorata sepoltura, ai feriti ricoverati nelle case o negli ospedali si apprestavano cure più ordinate e più sollecite; migliaia di mani lavoravano ad ammannire vesti, scarpe, cartuccie; tutto dimostrava che Palermo respirava a polmoni dilatati la nuova aura di libertà, e guardava con serena fede all’avvenire.

Al tempo stesso il Dittatore provvedeva del suo meglio, come le opportunità consentivano e i suoi Ministri sapevano suggerire, alle più urgenti necessità dello stato novello. Volgendo il primo pensiero ai morti per la patria, decretava ricoveri e pensioni alle loro vedove e ai loro orfani; rivolgendo il secondo all’imperioso problema della forza, si rassegnava a riporre in fondo al cuore la sua bella utopia della leva in massa, ma consentiva tosto all’Orsini una leva più limitata di quarantamila uomini: beato ancora se tutti accorressero!

Frattanto congedava con parole affettuose le squadre divenute più un ingombro che un aiuto, ma invitava ancora una volta quanti Siciliani fosser disposti a restar nell’armi, a prender ferma regolare nei quadri de’ suoi Mille coi quali pensava di formare due brigate, destinate a percorrere l’Isola per impiantarvi il Governo nazionale, reclutar nuova gente e far atto di signoria.

Non meno importanti, se non tutte ugualmente saggie, erano le provvisioni che i suoi Ministri gli facevano firmare (ogni altra parola sarebbe impropria) per l’ordinamento politico e amministrativo.

Il Crispi ceduto il portafoglio delle finanze a Domenico Peranni, e tenutosi per sè l’Interno e la Segreteria della Dittatura, divideva l’Isola in ventiquattro Distretti, ponendo a capo di ciascuno un Governatore; intraprendeva l’organizzazione della Polizia e della Pubblica Sicurezza con questori, delegati, milizie a cavallo; tentava ricostruire le vecchie Municipalità, restaurando in carica i deposti o gli sbanditi del 1848; commetteva il giudizio de’ reati comuni a Commissioni speciali, parte civili e parte militari. Dal canto suo l’Ugdulena otteneva dal Dittatore lo scioglimento delle compagnie de’ Gesuiti e de’ Liguorini;[90] il Peranni, l’abolizione del macinato, dei dazi d’entrata sui cereali, e di qualunque altra gabella decretata dal Governo borbonico dopo il 15 maggio 1849; indi l’assegnamento d’una quota sui beni pubblici dei Comuni ai soldati della patria e il divieto di pagare qualsiasi tassa al Governo caduto, e l’obbligo di versarle tutte nelle casse del nuovo. Di quando in quando in mezzo a questi decreti di scopo politico e finanziario, parti esclusivi della mente dei Ministri, ai quali Garibaldi non faceva che apporre il suo nome, ne compariva qualcuno di veramente pensato e voluto da lui, che portava manifestamente l’impronta del suo animo generoso e delle sue idee filantropiche, e che si poteva dire, senza tema di fallire, tutto suo.

Ora aboliva il titolo di eccellenza, e l’usanza del baciamano, vergognose reliquie della servitù; ora si volgeva «al bello e gentile sesso di Palermo,» perchè soccorresse della sua carità l’Ospizio dei lattanti e degli orfani di Palermo, «dove novanta su cento lattanti perivano di fame;[91]» ora infine decretava la demolizione del forte di Castellamare, «conservando soltanto le batterie che difendono il porto e battono la rada;» alla qual’opera si videro accorrere, per più giorni, uomini, donne, nobili, plebei, laici, frati, il popolo intero, lieto di offrire quel tributo, quasi direste quella giornata di fatica servile alla patria tornata signora.[92]

XXV.

Certo ben pochi di questi Decreti passeranno alla posterità come esemplari di sapienza politica o legislativa. Quello che richiamava in ufficio i proscritti del 48, ridesta alla memoria la follía di Vittorio Emanuele I di Sardegna, il quale, ristaurato ne’ suoi Stati, si pensò bastasse ripubblicare l’Almanacco reale del 1815 per riavere tutta la sua vecchia magistratura. La istituzione dei tribunali speciali era un’offesa alla giustizia della libertà rinascente; l’abolizione tumultuaria del macinato e d’ogni altra gabella fruttuosa era, per non dirne peggio, una solenne imprudenza; ma per quanto severa voglia essere la storia, essa finirà coll’ascoltare le molte circostanze attenuanti, e conchiuderà con una mite sentenza. Non si dimentichi che la Dittatura era uscita dal seno d’una rivoluzione; che il Governo, privo della consacrazione del tempo e della tradizione, era costretto a cercare il suo principal fondamento sulla popolarità; che infine il paese, inasprito da lunghi dolori, era avido di novità e di riforme, le quali era assai dubbio fino a qual punto fosse saggio il concedere o il rifiutare. Oltre a ciò, nulla di quanto il Governo borbonico lasciava dietro di sè poteva più essere conservato. Magistrati, leggi, consuetudini, tutto era fradicio, e tutto conveniva spazzar via e rinnovare: impresa ardua in tempi calmi anco ai più esperti, ma che ad uomini cresciuti fino allora o nei sogni delle congiure, o nelle speculazioni della dottrina, e affatto nuovi alla pratica dei governi, doveva riuscire difficilissima e quasi invincibile.

Ma nè la loro apologia, nè la loro censura è dell’ufficio nostro. A noi si aspetta soltanto giudicar anche in questo l’opera di Garibaldi; e ne pare che il giudizio si riassuma in queste parole: egli nulla ne intendeva, nè poteva intenderne. Nè la vita del mare, nè quella de’ campi, nè la tebaide di Caprera, nè gli esempi di Bento Gonzales, del Ribera e dell’Oribe, l’avevano per fermo preparato ad essere un reggitore di Stati. Qual fosse per lui l’ideale più eccelso delle società umane, noi lo sappiamo: lo stato di natura; epperò anche il governo patriarcale era il più perfetto modello di governo, cui egli sapesse aspirare. Finanze, polizia, imposte, tribunali, congegni amministrativi, erano per lui meccanismi artificiali, superfetazioni oppressive, inventate dalla nequizia o dall’astuzia umana, delle quali, potendo, avrebbe fatto tavola rasa; non potendolo, si rassegnava a subirle, ma in cuor suo sprezzandole ed abborrendole. Ora con queste idee pel capo, non solo non si governano gli Stati, ma si resta inetti a discernere chi possa meglio governarli per voi; e fu questa la sorte di Garibaldi. Creato dalla meritata fortuna Dittatore di nove milioni d’uomini, egli non sarà mai in effetto che un regolo dimidiato, metà genio, metà automa: nel campo di battaglia sovrano possente ed invincibile; nella corte, nel foro, nel reggimento civile, pupillo e stromento di chi lo attorniava e consigliava. E però ognuno di que’ Decreti che egli aveva già firmati o firmerà, portava a’ piedi il suo nome; ma il suo spirito poteva dirsene assente e la sua coscienza irresponsabile. Nè ciò fa la sua lode; aggiunge solo un chiaroscuro caratteristico alla sua figura. Una cosa sola egli vide, e ben chiara, nella sua Dittatura, dallo sbarco a Marsala all’arrivo in Napoli: differire l’annessione del Regno alla Monarchia di Vittorio Emanuele fino a che la rivoluzione, che doveva gettare le prime basi all’unità dell’Italia, non fosse compiuta. E ciò chiarirà meglio chi non voglia stancarsi di leggere queste pagine.

XXVI.