L’articolo del Giornale Ufficiale di Palermo, col quale il bando del La Farina era annunciato assieme a quello di due spioni côrsi,[96] fu una selvaggia rappresaglia, un lusso grossolano di durezza, che Garibaldi non doveva permettere se lo conosceva prima, e conosciutolo dopo doveva sconfessare e punire.[97]
Ciò detto, però, il torto del La Farina non cessa d’essere inescusabile; e chiunque abbia scorso quel suo triste Epistolario, in cui gli atti ed i pensieri del suo soggiorno in Sicilia sono riflessi come in uno specchio, potrà farne testimonianza. Volere l’annessione della Sicilia prima della sua compiuta liberazione, era un’insania; volerla quando da due mesi non v’era atto o parola di Garibaldi che non bandisse, affermasse, glorificasse il nome di Vittorio Emanuele, era ingiuriosa diffidenza e grossa gratitudine che conchiudeva alla peggiore delle politiche. La poteva giustificare un argomento solo: che l’Isola fosse in piena anarchia; ma quest’anarchia non era che un sogno del La Farina. La confusione era più alla superficie che al fondo; nessun arbitrio scandaloso, nessuna discordia pubblica era accaduta, e il prestigio del nome di Garibaldi era ancora sì grande, che bastava esso solo, come in quei primi mesi bastò, a tener luogo di governo e di leggi. Lo stesso conte di Cavour, che pure ingannato dalle amplificazioni lafariniane non vedeva dapprincipio altra salute che nell’annessione immediata, aveva finito per non reputarla più così urgente e necessaria come da prima aveva stimato, e il 30 giugno scriveva esplicitamente al Persano che, «se il generale Garibaldi non vuole l’annessione immediata, sia lasciato libero di agire a suo talento.[98]» Il La Farina adunque non poteva dirsi nemmeno l’interprete fedele del pensiero del suo alto committente; egli lo esagerava, lo svisava, e dicasi pure per innocente zelo, da segnacolo di concordia che doveva essere, ne faceva un’arme di guerra, un tizzone di discordia, un lievito di partiti; rischiando egli per il primo di ritardare o guastare quell’unione, che tutti, e prima d’ogni altro Garibaldi, fermamente volevano.
XXVIII.
Frattanto il Medici aveva continuato la sua marcia; se non che giunto a Termini e di là udito che il presidio di Messina muoveva su Barcellona per guadagnarvi quell’importante postura e punire la città di non sappiamo quale riotta liberale, delibera accelerare il passo nella speranza di occupar Barcellona prima del nemico e di contrastargliela. E così accadde. Il Medici, giunto a Barcellona quando appena la vanguardia borbonica appariva a Milazzo, tolse a questa ogni voglia e ragione di procedere oltre; talchè al Comandante garibaldino avanzarono ancora alcuni giorni per dar riposo alle sue milizie e apparecchiar più pensatamente le mosse ulteriori.
A mezza tappa da Barcellona, a poche miglia da Messina, sorge una piccola terra detta Meri, che prende il nome dal torrentello dello stesso nome, il quale calando da’ monti di Santa Lucia mette foce nel mare. Il fiumiciattolo, asciutto molti mesi dell’anno, non oppone, specialmente nell’estate, alcun ostacolo d’acque; ma per il suo letto incassato, rotto e sassoso, e le ripe costeggiate da muraglie di orti o da siepi di aloe, può far le veci in caso di estremo bisogno d’un simulacro di difesa.
Oltre a ciò, di là da Meri correva dinanzi al villaggetto di Coriolo un rio dello stesso nome che veniva a tracciare, meglio che a formare, un’altra linea più avanzata, la quale avrebbe potuto aiutare non diremo ad arrestare, ma a ritardare d’alcun poco un’aggressione nemica. In questa posizione, la migliore che il terreno consentisse, decise di appostarsi il Medici, e barricata la strada presso il Coriolo; piantativi in batteria due pezzi d’artiglieria accattati a Barcellona; colla destra a Santa Lucia; il centro e la sinistra lungo il Meri; gli avamposti tra Coriolo e San Filippo, si tenne, scarso di forze com’era, e conoscendo le soverchianti del nemico, nella più circospetta e serrata difesa.
I Borbonici invece accennavano a voler ripigliare l’offesa, non a dir vero per espresso comando del Governo napoletano, ma per occulta volontà dello stesso Francesco II. Infatti a Napoli erano accaduti, dal giorno della perdita di Palermo, alcune novità che importa brevemente rammentare. Re Francesco, impaurito dal montar sordo della rivoluzione, istigato da’ suoi consiglieri, o inetti o traditori, aggirato dalla Diplomazia, pressato da’ suoi stessi parenti, aveva finito col concedere una Costituzione, a cui nessuno, e primo di tutti il largitore, credeva. Cedendo poi così ai consigli dei suoi nuovi Ministri,[99] come agl’inviti capziosi del conte di Villamarina, ministro di Sardegna e manipolatore in Napoli di tutte le trame del conte di Cavour, s’era già indotto ad entrare in negoziati colla Corte di Torino, accettando per base alle trattative l’abbandono della Sicilia, se Garibaldi rinunciava ad invadere il Regno, l’alleanza col Piemonte e l’accordo con lui nella politica nazionale. A quale poi fra questi giuocatori di vantaggio, che di negoziatori leali avevan perduto ogni titolo, s’aspetti il primato della mala fede, sarebbe difficile il dire. Fra il conte di Cavour, che mentre negoziava con Re Francesco cospirava a subornargli l’esercito e la flotta, armeggiando contemporaneamente contro Garibaldi onde levargli di mano l’impresa, e Liborio Romano, abbietto cittadino di Gand, che accettava il potere dalle mani del suo Re per tradirlo più al sicuro; fra il generale Nunziante, che oggi prometteva di farla finita col Filibustiere, e dimani nell’ora del pericolo abbandonava la bandiera che l’aveva fatto nobile e ricco, e non sapendo essere nè apertamente ribelle, nè religiosamente fedele, cospirava ad involgere nella sua perfidia i suoi antichi camerata,[100] e l’ammiraglio Persano che faceva l’assisa della Marina italiana mezzana e complice di tutte codeste frodi e di codesti mercati, la storia sarà incerta a cui dare la palma, ma certo l’ultima fronda non toccherà a Francesco II. Anch’egli, ingannato da tutti, sperava tutti ingannare; e mentre blandiva di promesse il popolo, gli aizzava contro segretamente la sua Guardia del Corpo; mentre giurava la Costituzione, sollecitava aiuti dall’Austria, dal Papa, dalla Russia; infine, mentre inviava i suoi Ministri a Torino per trattare dell’alleanza nazionale, e dicevasi pronto a rinunziare alla Sicilia, eccitava, all’insaputa de’ suoi Ministri, i suoi Generali alla ripresa dell’Isola e li soccorreva per questo di nuove armi ed armati.
Codesto suo desiderio sarebbe rimasto forse inadempiuto, se non avesse trovato un fautore ardente, e un esecutore devoto ed intraprendente nel colonnello Beneventano Del Bosco, che già incontrammo a Salemi, al Parco, a Corleone; più vantatore forse che prode; ma certo uno degli ufficiali più popolari dell’esercito borbonico, il quale, indettatosi col Re, gli promise non solo di conservargli Milazzo, ma di passare sul corpo del Medici alla riconquista di Palermo.
Sbarcato infatti da più giorni a Messina, e compostasi una colonna di circa cinquemila uomini, fra i quali il suo ottavo Cacciatori, muoveva di là alla volta di Milazzo; e lasciato un battaglione di custodia alle importanti posizioni di Gesso, in sul mattino del 17 arrivava col grosso presso Archi, a breve tratto dagli avamposti garibaldini. Siccome però anche il Medici non era stato colle mani alla cintola, e fin dal mattino aveva spedito una delle sue compagnie a riconoscere al di là di Coriolo l’annunciato nemico, accadde che appunto presso Archi l’avanguardia regia e gli esploratori garibaldini si scontrassero e venissero alle mani. Il combattimento fu breve e di poco momento: molto, come al solito, il numero de’ Borbonici; molto il valore de’ Garibaldini; ma nè da una parte nè dall’altra alcun decisivo vantaggio.