Dopo questo però il Comandante borbonico, sia che volesse riconoscere più a fondo le forze e le posizioni dell’avversario; sia che sperasse con un subitaneo assalto sorprenderlo e sgominarlo (ciò è ancora controverso), deliberò di deviare per poco dalla via presa e di attaccarlo nel giorno stesso, col grosso delle sue forze, nel centro delle sue linee. Ma o ricognizione o attacco, nulla di quanto il Bosco aveva premeditato gli riuscì. Assaliti quasi contemporaneamente dalla destra e dal centro, nessuno dei posti garibaldini indietreggiò d’un passo. Spiegatosi più furioso l’attacco contro la barricata della strada di Coriolo, questa tenne fermo; accostatosi il nemico e venuto l’istante della baionetta, la carica fu sì concorde, sì impetuosa, che i Regi andarono cacciati colla punta alle reni fino al di là di Coriolo, rischiando di perdere un cannone, che a stento salvarono. Il Medici però non poteva illudersi; era evidente che il Bosco, qual che fosse stato il suo scopo, non aveva impegnato che una parte delle sue forze; e il giorno in cui le avesse spiegate tutte, il rischio poteva esser grave. Telegrafò quindi al Comandante in capo il buon successo del 17, ma insieme i pericoli da cui era minacciato.
Ed all’annunzio Garibaldi deliberò di partir immediatamente pel campo. Fin dal 7 luglio, la terza spedizione del Cosenz, forte di ben millecinquecento uomini, ben armata ed istrutta, era giunta a Palermo e già incamminata per Messina; un altro battaglione, comandato dall’inglese Dunn, grosso non più che di quattrocento uomini, stava pronto alla partenza; il caso volle che proprio nella mattina del 18 quel battaglione, comandato da Clemente Corte, che era stato preso dai Regi in mare e tradotto a Gaeta, ora liberato dalla tediosa prigionía approdasse egli pure a Palermo; infine il 12 luglio il capitano Anguissola, comandante della corvetta regia la Veloce,[101] dando per il primo l’esempio della rivolta, conduceva al Dittatore in Palermo il proprio legno e gliene faceva dedizione. Tutto sommato pertanto, Garibaldi possedeva già un principio di marina da guerra, e poteva portare al Medici un soccorso di circa duemila baionette, forza straordinaria al paragone di quella con cui aveva vinto fino allora.
Lasciata quindi la prodittatura al general Sirtori; avvisata la colonna del Cosenz di affrettare la marcia; presa seco sulla Veloce, ribattezzata col nome di Tükery (quel prode Magiaro, morto nella presa di Palermo), la gente del Dunn e del Corte, salpa il 18, mattina, per Patti; colà preso terra, continua in vettura col Cosenz, che l’aveva raggiunto, per Meri, dove arriva la sera del giorno stesso. Il suo arrivo suonava battaglia, lo intesero e glielo fecero intendere colla loro entusiastica accoglienza i volontari del Medici, e il presagio s’avverò.
Spesa la giornata del 19 ad esplorare co’ suoi Luogotenenti le posizioni del nemico, e ad attendere l’arrivo delle truppe in marcia, decise per l’indomani l’attacco di Milazzo.
Qu’est ce que c’est que Milazzo? chiedeva Napoleone I a suo fratello Giuseppe, quando meditava egli pure una spedizione in Sicilia. Quel che fosse allora esattamente, non sapremmo dire; quel che sia oggi, eccolo. Milazzo sorge alla base d’un istmo sottile, congiunto alla terra mediante tre strade principali, quella d’Archi e Spadafora all’oriente, che lo allaccia a Messina; quella di San Pietro Meri a mezzogiorno, e quella di Santa Marina Meri a occidente, che lo annodano alla strada consolare di Barcellona, quindi all’interno dell’Isola. La città, di circa diecimila abitanti, è cinta da vecchie mura, costrutta in pendío e coronata alla sua estremità settentrionale da un castello a due piani di fortilizi, capace di alcune migliaia d’uomini e di parecchie batterie. Il terreno che lo circonda più arido a levante, più ubertoso a ponente, è, in generale, basso, coperto, privo d’orizzonte, intersecato da acque frequenti, frastagliato di case e di molini, irretito, a dir così, entro una maglia di viottole che corrono, nella parte coltivata, tra continue muraglie di giardini e di vigneti, e nell’incolta tra folti canneti, che cessano soltanto dove comincia la nuda e sabbiosa spiaggia del mare, detta di San Papino, dominata da tutte le feritoie del Castello. Ora non è chi non veda che siffatto terreno quanto è propizio a chi debba difenderlo di piè fermo, altrettanto è avverso a chiunque tocchi traversarlo palmo a palmo e conquistarlo di viva forza. Tuttavia Garibaldi confidò ancora nel valore de’ suoi, nel suo genio e nella sua stella, e decise la battaglia.
Semplicissimo come al solito, ma logico, chiaro, antiveggente il disegno. Giustamente prevedendo che il Bosco avrebbe rivolto il maggior suo sforzo contro la destra garibaldina, per tentare di sfondarla e piombare sulla sua linea di ritirata; non che temerla, delibera di invogliarlo a quella mossa; ma intanto che il nemico concentrerà il grosso delle sue forze sulla sua sinistra, attaccarlo col maggior nerbo della propria gente sulla destra e pel centro, camminando direttamente su Milazzo. A tal uopo ordina che il Malenchini si porti, per la strada di Santa Marina, contro la sinistra del nemico e appena scopertolo lo assalti; commette al Medici e al Cosenz di avanzare col reggimento Simonetta e il battaglione Gaeta per la strada di San Pietro, spingendosi pel centro e per la destra contro la città; affida a Niccola Fabrizi di occupare con un’improvvisata legione di Siciliani la strada di Spadafora per antivenire una eventuale sortita del presidio di Messina; delibera infine che il battaglione Dunn e la colonna Cosenz, già partiti fino dall’alba da Patti, col battaglione Guerzoni, lasciato a guardia di Meri, formino la riserva.
Alle 5 del mattino tutti furono in moto: alle 7, il Malenchini aveva già aperto il fuoco presso San Papino; poco dopo anche il Medici incontrava al di là di San Pietro il nemico; e il combattimento s’accendeva su tutta la linea. Se non che il Bosco che, come Garibaldi aveva preveduto, teneva in serbo il massimo delle sue forze sulla sua sinistra, accoglie l’assalto del Malenchini con tale furia di mitraglia, che il prode Colonnello, malgrado i più gagliardi sforzi per contenere e riordinare le sue giovani milizie, è costretto a ripiegare rotto e disordinato sulla strada di Meri. Ciò eccedeva il desiderio di Garibaldi; egli voleva bensì impegnare in serio combattimento il nemico da quel lato; ma non certo lasciarlo padrone del terreno, e molto meno della sua linea di ritirata. Occorreva dunque riparare tostamente all’inatteso rovescio, e lo soccorse ancora il suo prodigioso colpo d’occhio. Ordinato al Cosenz di spingere il battaglione Dunn, arrivato per fortuna in quel punto, in sostegno del Malenchini, si caccia egli stesso, alla testa de’ Carabinieri genovesi e delle poche Guide, sul fianco del nemico per arrestarne la foga irrompente. Ma i bianchi del Dunn non sono in sulle prime più fortunati de’ neri del Malenchini:[102] chè uno squadrone di cavalli lanciato a tempo contro di loro, li mette in rotta, sperdendoli fra i canneti e le siepi che lungheggiano la via. In quel punto però Garibaldi co’ Carabinieri riusciva sul fianco nemico, sicchè gli Usseri reduci dalla carica, poco dianzi vittoriosa, si trovarono fra due fuochi in faccia a Garibaldi, che intimava loro la resa. E accadde allora la famosa lotta a corpo a corpo di Garibaldi, sceneggiata a penna ed a matita in tante guise diverse; ma che sfrondata dalle frasche romanzesche avvenne veramente così.[103]
Il generale Garibaldi era a piedi, in un campo di fichi d’India, seguíto e attorniato dal Missori, dal capitano Statella dello Stato Maggiore, da due o tre altre Guide e da qualche quadriglia di Carabinieri appiattati qua e là dietro le siepi. All’arrivare della cavalleria, quanti erano presso il Generale cercarono di coprirlo del loro meglio; ma il Capitano borbonico galoppò direttamente su di lui, e senza sospettare qual nemico gli stesse di fronte, gli menò un terribile fendente, che l’avrebbe certamente tagliato in due se Garibaldi, parando con maravigliosa agilità e freddezza e ribattendo subito colpo con colpo, non avesse spaccato egli la testa del Capitano. Intanto anche il resto della scorta non si era rimasta inerte: il Missori con alcuni ben appuntati colpi di revolver rovesciava due o tre cavalieri; lo Statella, rimasto poco dopo ferito, ne atterrava un altro; i Carabinieri, le Guide si precipitarono per partecipare alla zuffa; sicchè di tutto quel bello squadrone di Usseri pochissimi rientrarono in Milazzo; la più parte rimasero sul terreno feriti o prigionieri.
Questo episodio aveva arrestato l’irrompere del nemico sulla sinistra; dal canto suo il Medici e il Cosenz, rinforzati da nuovi soccorsi, guadagnavano a prezzo di preziosissime vite (pianta fra tutte la morte del maggiore Filippo Migliavacca, uno dei prodi di Roma e di Varese) nuovo terreno; ma la battaglia era tutt’altro che vinta. Il ponte del Coriolo, gli sbocchi dei canneti, le case dei sobborghi erano ancora in potere dei nemici; e non appariva chiaro nè con quante forze vi stessero, nè con quali avrebbero potuto esserne sloggiati.
A quel punto Garibaldi divinava il segreto della vittoria. Indispettito contro quelle bassure paludose e assiepate che gli impedivano di vedere gli andamenti della giornata, andava cercando intorno a sè un punto culminante d’onde dominare il campo; quando l’occhio gli cadde sulle antenne del Tükery, che sbarcata la sua gente a Patti arrivava per l’appunto nelle acque di Milazzo. Ora veder quel bastimento e fabbricarvi sopra un intero stratagemma di guerra, fu un punto. Raccomandata al Cosenz quell’ala della battaglia, si butta con pochi aiutanti in una barca, voga fino al Tükery; salitovi, arrampica sulla gabbia dell’albero maestro e di là scoperto finalmente tutto il teatro della battaglia, scende, fa accostare il Tükery a tiro di mitraglia, e aspettato che una colonna sortisse di Milazzo per riassalire la sua sinistra, la fulmina di fianco, l’arresta come tramortita da quell’inatteso attacco, e la costringe poco dopo a rientrare scompigliata in Milazzo.