Il colpo felice ridà tempo e lena ai Garibaldini; il Medici e il Cosenz hanno riordinato le loro truppe e le preparano ad un nuovo assalto. Garibaldi, fatto sbarcare dal Tükery un manipolo d’armati, probabilmente la scorta del bastimento, e mandatili a scaramucciare sul lato settentrionale del forte, ridiscende egli stesso a terra a rianimare il combattimento sulla sinistra; le ultime riserve sono impegnate: il Guerzoni arriva al passo di corsa sul campo di battaglia; un ultimo assalto quindi è ordinato; i canneti a sinistra, il ponte di Coriolo di fronte, le case di destra, terribili strette, son tutte superate: i Cacciatori del Bosco mandano fuori dai loro ripari un fuoco infernale; le perdite degli assalitori sono numerose e dolorosissime; il capitano Leardi morto; il Corte, lo Statella, il Martini, il Cosenz stesso, feriti; ma il nemico è in fuga, la porta di Milazzo è presa; i Garibaldini sono in Milazzo.
Però non è ancora la vittoria: la pianta della città è tale, che un valido difensore ne può rendere esiziale il possesso. L’unica strada, lunga, erta, tagliata a mezzo da una vasta caserma, che potrebbe tener luogo d’un forte, mette, passando sotto un volto della caserma stessa, al Castello che la domina, quindi la spazza a suo beneplacito. Alcune compagnie risolute a difendersi in quella caserma, un fuoco ben nutrito dal Castello, e una nuova battaglia diveniva inevitabile. Fortunatamente il Bosco aveva già rinunciato a vincere. I difensori della caserma, dopo alcune scariche, cercano riparo nel Castello; i cannoni del forte non rallentano ancora, ma i Garibaldini con due rapide corse si son già portati fuori del tiro; già investono, già serrano il Castello da ogni parte, e prima del mezzogiorno piantano le loro sentinelle a’ piedi delle sue mura.
La battaglia di Milazzo fu la più sanguinosa tra le combattute dalle armi garibaldine nel Mezzogiorno. Degli assalitori sopra non più che quattromila combattenti, settecento tra morti e feriti restarono sul campo; più d’un sesto quindi della forza, proporzione enorme nelle guerre moderne. I Regi invece si gloriarono di non aver perduto che centosessantadue uomini sopra milleseicento: ridevole menzogna e incauto vanto insieme! Menzogna ridevole, poichè a tutti è noto che il solo Bosco condusse in Milazzo un cinquemila uomini; vanto incauto, più degno di commiserazione che di plauso, poichè se così scarse furono le perdite dei vinti, non ha più giustificazione l’abbandono, in men di tre ore, di posizioni formidabili; e la sconfitta che potrebbe essere giustificata dalla gravità dei danni patiti, non si spiega più se non colla dappocaggine dei vinti.
XXX.
Il 21 passò in entrambi i campi a contarsi e riposare; il 22 apparvero inaspettati nel porto di Milazzo, prima due grossi legni mercantili francesi, poi un avviso da guerra, La Muette, della stessa bandiera, i quali venivano, noleggiati dallo stesso Governo di Napoli, per imbarcarsi le truppe del Bosco e trasportarle sul Continente. Quando però seppero della giornata antecedente e videro il Bosco bloccato nel suo forte, tre di quelle navi partirono, e solo il Protis restò per farsi mediatore, insieme al Capitano del Porto, d’un trattato di resa. E i Comandanti delle due parti non si ricusarono al negoziare; ma Garibaldi chiedeva la resa a discrezione, minacciando far saltare il Bosco e la sua truppa dalle rupi del Castello; il Bosco pretendeva la sortita libera coll’onore delle armi, preferendo, diceva, ad una resa disonorata saltare in aria con una mina; talchè l’accordarsi, se le parole dicevano il vero, pareva impossibile.
PIANO della BATTAGLIA DI MILAZZO ([Versione più grande])
Nella mattina del 23, altra e più grande sorpresa: quattro fregate napoletane entravano nelle acque di Milazzo e si schieravano in battaglia dinanzi alla città. A che venivano esse? Forse ad aiutare i bloccati? Forse a ricominciare la lotta? Tale fu per alcuni istanti il sospetto anche di Garibaldi; ma non andò guari che ogni cagione d’allarme cessò. Quelle quattro navi venivano come quelle del giorno precedente per imbarcare il presidio del Castello, e di più portavano a bordo il colonnello di Stato Maggiore Anzani per trattare della cessione del forte e di tutte le altre condizioni relative all’imbarco ed alla resa.
Ora questo fatto, di cui occorrerà tra breve la spiegazione, vinse tutte le incertezze. Il Bosco, da un lato, non aveva più nè motivo nè diritto di ostinarsi in una difesa che il suo stesso Governo non approvava; Garibaldi doveva benedire quelle quattro fregate che venivano a liberarlo da un grande fastidio, se già non dovesse dirsi da un serio pericolo; poichè se il Comandante borbonico resisteva, prendere a forza di baionette, senza una sol bocca d’assedio, un Castello cortinato e terrapienato, era cosa, anche a Garibaldi, più facile a minacciarsi che a mantenersi.