Ne conseguì che la sera stessa del 23 i negoziati furono ripresi collo stesso colonnello Anzani, e al mattino vegnente una Convenzione era già sottoscritta, per la quale la truppa napoletana abbandonava il Castello di Milazzo in armi e bagaglio e con tutti gli onori della guerra; e il forte veniva consegnato al generale Garibaldi «con cannoni, munizioni, attrezzi da guerra, cavalli, bardature degli stessi e tutti gli accessorii appartenenti al forte, come all’atto della stipulazione della Convenzione si trovavano.[104]»

E si badi che nessuno de’ cavalli, nemmeno quelli degli ufficiali, molto meno quelli del colonnello Bosco, furono eccettuati. Che se a taluno questa condizione a nemico patteggiato sembra insolita e dura, eccone la spiegazione. Avendo i patriotti messinesi presentato il colonnello Medici d’un superbo cavallo, il Bosco, fedele alla sua indole millantatrice, s’era fatto sentire co’ donatori che tra poco sarebbe rientrato in Messina proprio su quel cavallo da essi regalato al suo compatito avversario. Ora come le sorti dell’armi posero il colonnello Bosco tra i vinti, parve giusta rappresaglia ch’egli dovesse cedere al vincitore precisamente quel medesimo onore ch’egli s’era vantato di prendersi da lui, e che invece del Bosco sul cavallo del Medici, i Messinesi dovessero salutare trionfante nella loro città il Medici sul cavallo del Bosco.

XXXI.

E così avvenne. La risoluzione presa dal primo Ministero di Francesco II, di rinunciare alla Sicilia per salvare il rimanente del Regno, stornata un istante, siccome dicemmo, dagli occulti complotti della Corte e dall’inane tentativo del colonnello Bosco, era stata ripresa con più fermo proposito da un secondo Ministero,[105] e quelle quattro navi che vedemmo apparire nelle acque di Milazzo e portarne via i difensori, non erano in fatto che le prime esecutrici di quella nuova politica di sottomissione o rassegnazione che il Gabinetto di Napoli inaugurava. Ora quelle medesime navi avevano portato lo stesso ordine al generale Clary, governatore di Messina, il quale dopo alcune finte di resistenza finiva col sottoscrivere egli pure col generale Medici la resa della città, salva soltanto alle truppe regie la cittadella, la quale però non poteva compiere alcun atto di ostilità fino a che i Garibaldini rispettassero la condizione di non assalirla.

Liberata così tutta la Sicilia, padrone di Messina, Garibaldi affissò tutti i suoi pensieri in un punto solo: la passata dello Stretto e l’invasione delle Calabrie.

Nè da questo scopo nulla valeva a distoglierlo; non le suggestioni politiche, non le difficoltà militari. Alcuni giorni dopo la sua entrata in Messina, il re Vittorio Emanuele gli aveva inviato, per mezzo del conte Giulio Litta, la lettera seguente:

«Generale,

»Voi sapete che io non ho approvato la vostra spedizione, alla quale sono rimasto assolutamente estraneo. Ma oggi, la posizione difficile, nella quale versa l’Italia, mi pone nel dovere di mettermi in diretta comunicazione con voi.

»Nel caso che il Re di Napoli concedesse l’evacuazione completa della Sicilia dalle sue truppe, se desistesse volontariamente d’ogni influenza e s’impegnasse personalmente a non esercitare pressione di sorta sopra i Siciliani, dimodochè essi abbiano tutta la libertà di scegliersi quel Governo che a loro meglio piacesse, in questo caso io credo che ciò che per noi tornerebbe più ragionevole sarebbe di rinunziare ad ogni ulteriore impresa contro il Regno di Napoli. Se voi siete di altra opinione, io mi riservo espressamente ogni libertà d’azione, e mi astengo di farvi qualunque osservazione relativamente ai vostri piani.»

Ora, fino a qual punto questa lettera potesse ingannare la sonnacchiosa, ma non istupidita Diplomazia, è dubbio assai; certo ella pareva fatta piuttosto per raffermare il proposito del Dittatore che per iscrollarlo. Vecchia d’un mese, essa aveva perduto ogni valore d’opportunità. Il Re vi dava un consiglio a Garibaldi, movendo da fatti che erano totalmente cambiati. Ciò che, in un certo rispetto, poteva esser vero quindici giorni dopo la presa di Palermo, non lo era più dopo la battaglia di Milazzo e l’entrata in Messina. La condizione imposta da Vittorio Emanuele al passaggio del Faro era già in gran parte adempita. I Borboni avevano oramai sgombrata la Sicilia, ed essa era arbitra de’ suoi destini. Garibaldi adunque poteva trovare nella lettera regale piuttosto un nuovo argomento per affrettarsi che per arretrarsi. Restava, è vero, quella clausola che i Siciliani fossero liberi di eleggersi il Governo che loro tornasse più gradito, la quale poi si traduceva ancora nel vecchio programma dell’annessione immediata; ma senza dire che anche questa condizione era annullata dagli stessi argomenti che infirmavano tutta la lettera, sappiamo che su quel punto dell’annessione Garibaldi era incrollabile, e sappiamo altresì che non gliene mancavano le ragioni. Rispose quindi al Re con questa lettera altrettanto celebre: