«Sire,
»La Maestà Vostra sa di quanto affetto e riverenza io sia penetrato per la sua persona e quanto brami d’ubbidirla. Però Vostra Maestà deve poi comprendere in quale imbarazzo mi porrebbe oggi un’attitudine passiva in faccia alla popolazione del Continente napoletano, che io sono obbligato di frenare da tanto tempo, ed a cui ho promesso il mio immediato appoggio. L’Italia mi chiederebbe conto della mia passività, e ne deriverebbe immenso danno. Al termine della mia missione io deporrò ai piedi di Vostra Maestà l’autorità che le circostanze mi hanno conferito, e sarò ben fortunato d’obbedire per il resto della mia vita.»
Ora, questo è notabile, che la risposta di Garibaldi non solo corrispondeva ai desiderii mal celati del Re Galantuomo, ma in quel momento s’accordava col pensiero più intimo dello stesso conte di Cavour. Egli infatti fino dal 25 luglio, udita la vittoria di Milazzo, scriveva al Persano:[106]
«Dopo sì splendida vittoria io non vedo come gli si potrebbe impedire di passare sul Continente. Sarebbe stato meglio che i Napoletani compissero, od almeno iniziassero l’opera rigeneratrice; ma poichè non vogliono, o non possono muoversi, si lasci fare a Garibaldi. L’impresa non può rimanere a metà. La bandiera nazionale inalberata in Sicilia deve risalire il Regno ed estendersi lungo le coste dell’Adriatico, finchè ricopra la regina del mare.[107]»
Soltanto circa un punto il conte di Cavour non aveva mutato parere, e s’immagina quale: la pronta annessione. Sentendo però quanto fosse vano il tentare la posizione di fronte, pensava come al solito a girarla di costa, sperando che a ciò l’avrebbero aiutato, oltre che l’ingegno e le circostanze, lo stesso Prodittatore che Garibaldi s’era chiamato al fianco. Avremmo infatti dovuto dir prima che il generale Garibaldi fino dalla metà del giugno aveva ceduto al consiglio di chiamare in Sicilia un uomo di grido e di autorità politica, il quale assumesse la grande bisogna dell’ordinamento dello Stato e lo rappresentasse come suo Vicario o Prodittatore in tutti gli attributi del reggimento civile.
Nella scelta della persona ondeggiò alquanto. Egli avrebbe preferito, o Giorgio Pallavicino, o Carlo Cattaneo; il Persano gli suggeriva invece Agostino Depretis; il Re ed il Cavour gli profferivano Valerio; ma infine, essendosi Garibaldi deciso per il Depretis, ogni opposizione alla sua nomina cessò, e verso la metà del luglio questi partì Prodittatore per la Sicilia.
Il conte di Cavour aveva torto di diffidare di lui. Agostino Depretis non era de’ suoi amici, ma circa al problema dell’annessione era pienamente d’accordo con lui; non la voleva, è vero, precipitata e violenta; meditava prepararla a poco a poco, renderla necessaria, ottenerla amichevolmente dalle mani di Garibaldi, non strappargliela: ma infine la voleva quanto il Cavour stesso, e più che ad un Ministro di Garibaldi si convenisse. Però quando il 22 luglio si presentò a Garibaldi in Milazzo il Prodittatore non svelò tutto il suo pensiero; si dimostrò anzi impaziente di dare un assetto stabile allo Stato, promulgandovi al più presto lo Statuto e gli ordinamenti piemontesi (il che fece tosto con molta lode sua); ma delle sue idee annessioniste non fece motto; crescendo così subito nella fiducia del Generale, ma preparandosi a perderla fra breve.
Capitolo Nono. DAL FARO AL VOLTURNO.
[1860.]
I.
Se la passata nel Regno era caldeggiata da quei medesimi che prima l’avevano sconsigliata, l’eseguirla era impresa assai meno facile di quanto, anche ai credenti nel genio e nella fortuna di Garibaldi, potesse apparire.