Il Torino s’era arenato; Garibaldi dapprima aveva tentato di liberarlo facendolo tirare a rimorchio dal Franklin, ma non gli era riuscito. Allora non volendo lasciar quella preda ai nemici, s’era deciso ad andar egli stesso al Faro in cerca d’un soccorso qualsiasi; quando fatti pochi nodi vide arrivargli addosso due vapori della flotta borbonica, l’Aquila e la Fulminante, i quali appena scoperte sul far del giorno le antenne delle due navi garibaldine accorrevano a tutto vapore contro di loro coll’intento e la speranza di catturarli assieme a tutti gli imbarcati.

A Garibaldi allora non restò che retrocedere e buttarsi a salvamento sulla costa calabrese abbandonando alla sua sorte il Torino, che infatti bombardato prima dai legni, poi saccheggiato e dato alle fiamme dagli equipaggi borbonici, colò lentamente a fondo.

Tutti gli armati però ne erano discesi; il Bixio s’era già impadronito del telegrafo; il Missori subentrato al Musolino nel comando militare della banda d’Aspromonte, richiamato al tempo stesso da un biglietto di Garibaldi e dal fragore della cannonata borbonica, s’era accostato di monte in monte a Melito; la strada littoranea era tutta sgombra fin presso a Reggio; non restava che impadronirsi di Reggio medesima, e il Generale volle che nella notte stessa ne fosse tentato l’assalto.

IV.

Reggio è munita al mare da un forte, al monte da un castello, ed era a que’ giorni difesa da circa duemila uomini comandati dal vecchio generale Gallotti. Avendo però gli abitanti chiesto al Comandante borbonico di risparmiare alla città un combattimento nelle vie, egli pietosamente consentì, chiudendo parte de’ suoi nel Castello e andando ad appostarsi col rimanente, non più d’un migliaio, lungo una fiumara asciutta, scorrente a mezzogiorno della città, ma che non gli poteva servire di schermo alcuno. Infatti essendo stato deciso che l’Eberhardt attaccasse per la sinistra e il Bixio per la destra, questi potè girare gli avamposti del nemico, prima che egli se ne fosse avveduto, e spiegatosi l’assalto costringerlo a riparare frettolosamente nell’abitato. Qui però la resistenza degli assaliti fu più gagliarda; e avrebbe anche fatto costar più cara la vittoria degli assalitori, se il Chiassi, a capo di due compagnie della brigata Sacchi, non fosse piombato di costa sul nemico, e non ne avesse affrettato lo scompiglio e la ritirata. Restava però ai Regi il Castello; e quivi infatti si ritrassero, disposti, pareva, a nuova e più lunga resistenza; il che, a Garibaldi, bisognoso d’impadronirsi di Reggio prima che le colonne del Briganti e del Melendez, accampate tra San Giovanni e Piale, arrivassero al soccorso, dava non poco pensiero. Fortunatamente la comparsa del Missori sulle alture sovrastanti al Castello, e alcuni colpi ben appuntati de’ suoi, persuasero i difensori d’essere totalmente circondati; e nel pomeriggio del giorno stesso li indussero ad innalzare bandiera bianca. Garibaldi, com’era sua arte e suo proposito, fu nei patti liberalissimo: alle truppe libera l’andata alle lor case o dove gradissero; agli ufficiali salva la spada e le robe private; solamente il materiale del forte, cinquantotto pezzi di vario calibro e cinquecento fucili, senza dire delle buffetterie e delle munizioni, in mano del vincitore.

Ma la vittoria di Reggio era ben presto coronata da un’altra più importante e decisiva. Nella notte dal 21 al 22 il generale Cosenz imbarcata sopra la flottiglia del Faro parte della sua divisione, i Carabinieri genovesi e la Legione estera, riusciva ad afferrare la sponda calabra poco lontano da Scilla, ed a trovarsi così alle spalle della brigata Briganti, accampata, come dicemmo, nei dintorni di San Giovanni.

A questo annunzio Garibaldi, che s’era già mosso con tutte le forze contro il Briganti, non esita un istante; lo serra più dappresso, ai fianchi e di fronte, e quando è ben certo d’averlo circuito, gli intima senz’altro la resa a discrezione. Avrebbe forse resistito il Generale borbonico, se la soldatesca, ormai svogliata di combattere, diffidente de’ suoi ufficiali, e dagli ufficiali stessi corrotta, disamorata d’una bandiera che pareva portasse fatalmente nelle sue pieghe la sconfitta e l’ignominia, carezzata soprattutto dall’idea di tornare a’ suoi focolari, come il presidio di Reggio, non avesse fatto sedizione e costretto il suo Generale a subire il patto umiliante. Allora si videro novemila uomini d’ogni arma, ricchi d’artiglieria, protetti da batterie d’acqua e di terra, abbassare l’armi innanzi a seimila scamiciati; e quali patteggiati, quali no, andarsene ciascuno a beneplacito suo, a stormi, a branchi, a coppie; facendo di sè lunga riga per tutte le vie del Regno; qua trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di limosina; stendendo talora la mano agli stessi Garibaldini che li cacciavano innanzi; dove passando umili ed innocui, dove lasciando traccia di prepotenze e di delitti: più atroce di tutti quello perpetrato a Melito, dove abbattutisi in quel misero generale Briganti, a cui essi pei primi avevano imposto il disonore, non seppero meglio nascondere la vergogna del proprio tradimento che gridando lui traditore (solita accusa delle soldatesche vinte contro i Capitani infelici); e giubilanti d’aver nelle mani una vittima espiatrice dell’onta comune, selvaggiamente lo trucidarono.

V.

Da quel giorno lo sfacelo continuò colla celerità spaventosa d’una putrefazione. Padrone delle due rive del Faro e di lungo tratto della sponda tirrena, raccolti ormai nelle Calabrie da venti a venticinquemila uomini, e libero di farli avanzare per terra e per mare secondo i casi e le opportunità; acclamato, festeggiato, portato sulle braccia dalle popolazioni accorrenti in armi sui suoi passi, Garibaldi s’innoltrava verso Napoli colla rapidità d’una folgore e la maestà d’un trionfo.

Bellum ambulando perfecerunt, fu detto dei Cesariani nella Gallia, e così poteva dirsi di Garibaldi. La sua non era una guerra, era una passeggiata militare. La rivoluzione non lo scortava soltanto, lo precedeva. Fino dal 17 agosto, prima ancora dello sbarco di Garibaldi a Melito, Potenza cacciava i pochi Gendarmi che la custodivano, e tutta la Basilicata si vendicava in libertà. All’annunzio della vittoria di Reggio tutte le Calabrie insorgevano; Cosenza costringeva il generale Caldarelli a capitolare con una brigata intera ed a ritirarsi a Salerno col patto di non più guerreggiare contro Garibaldi; a Foggia le truppe facevan causa comune col popolo; a Bari altrettanto: sicchè il generale Flores, comandante militare delle Puglie, era costretto a riparare cogli avanzi dei fedeli nel Principato; fuga da un incendio in un precipizio. Il generale Viale posto con dodicimila uomini a guardia della Termopile di Monteleone, minacciato da una sedizione pari a quella che aveva forzato il Briganti, non osando attendere Garibaldi, batteva in precipitosa ritirata, abbandonando agl’invasori una delle chiavi della Calabria. Succedutogli nel comando il generale Ghio, egli pure continuò la ritirata; ma pervenuto a Soveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, fosse stanchezza della lunga corsa, fosse disperato proposito, pensò di prendervi campo e di attendere di piè fermo l’instancabile persecutore. Fu la sua rovina.