Quando egli arrivava a Soveria, le alture, che da oriente e da settentrione la dominano, erano già occupate dalle bande calabresi dello Stocco, ed egli si trovava già prima di combattere quasi aggirato. Garibaldi frattanto lo incalzava di fronte, e vista l’infelice posizione del suo nemico, non gli lasciò un istante di posa. Egli che faceva quella guerra correndo le poste, precedendo di sette giorni la sua stessa avanguardia, esploratore degli esploratori, era giunto in faccia al Ghio, quasi solo; ma non per questo pensò d’indugiarsi. Ordinato a tutte le truppe che lo seguivano di convergere tutte a marcia forzata per Tiriolo, appena ha sottomano l’avanguardia della divisione del Cosenz, forte non più di millecinquecento uomini, la spinge, ancora trafelata, sulla strada di Soveria-Manelli; fa calar dalle alture le bande dello Stocco e intima al generale Ghio la resa. Questi tenta guadagnar tempo e negoziare; ma gli fu accordata un’ora sola, e dopo un’ora sola altri dodicimila uomini andavano sperperati e disciolti in varie direzioni come quelli del Briganti, lasciando in mano del fortunato Dittatore tutte le Calabrie.

E quel che era accaduto da San Giovanni a Cosenza, ripetevasi dovunque. Non era una rivoluzione, era una grande diserzione. Il trono borbonico non cadeva tanto per l’assalto de’ suoi nemici, quanto per l’abbandono e l’infedeltà de’ suoi difensori. I soldati disertavano: i Generali capitolavano: i cortigiani si nascondevano: i funzionari fuggivano: i Napoletani non scacciavano il proprio Re, gli voltavano le spalle.

VI.

E lo stato delle provincie riflettevasi coll’intensità d’un vasto focolare nella capitale. Il conte di Cavour, ostinato a volere che una sommossa scoppiasse in Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi, ne aveva affidata la suprema cura al marchese di Villamarina ed all’ammiraglio Persano e sotto di loro un vario stuolo di emigrati, cui la nuova Costituzione aveva riaperte le porte della patria, e di emissari d’ogni provincia e d’ogni fatta s’affaticavano alla tanto travagliosa quanto inutile trama. Il barone Nisco, per mezzo del Persano, introduceva nella città migliaia di fucili: il generale Nunziante, compro dal Cavour, diffondeva fra l’esercito proclami corruttori: a bordo della squadra piemontese infine stavan nascosti due battaglioni di Bersaglieri, pronti a scendere a terra al primo segnale di rivolta;[110] e quantunque non fosse da aspettarsi che il popolo napoletano volesse dipartirsi da quel sistema di resistenza passiva e di inerzia ostile che era nell’indole sua, e in parte imposta dagli avvenimenti che camminavano più celeri della sua volontà; tuttavia, questi soli due fatti d’un popolo che aspettava da un’ora all’altra la caduta de’ suoi Re, e d’un esercito che non pareva più disposto a sparare un sol colpo per scongiurarla, bastano ad accertare che il fato de’ Borboni era consumato.

Nè la reggia era più sicura della piazza. Sorpreso da un turbine che avrebbe dato le vertigini a’ più gagliardi, aggirato da opposte correnti, circuito da consiglieri o fiacchi o stolti o infidi, col sospetto e la discordia nella stessa sua famiglia, Francesco II era la foglia in preda alla tormenta. Le Potenze lo abbandonavano; l’Inghilterra gli era ostile; la Francia lo trastullava di vane promesse; la Russia, la Prussia, l’Austria lo confortavano di sterili proteste; il Papa era impotente; il Piemonte, lo sappiamo, teneva in mano tutte le molle della tagliola in cui doveva cadere. Dovunque si volgesse, non udiva che amari rimproveri, o consigli vani ed impraticabili. Il conte di Siracusa, suo zio, lo consigliava ad abdicare;[111] il Ministero di Liborio Romano lo invitava formalmente ad uscire temporaneamente dallo Stato e ad affidare il governo ad una reggenza; solo il conte Brenier, ministro di Francia, e il generale Pianell ed altri pochi gli davano l’unico consiglio, degno d’un Re, di mettersi a capo del suo esercito e di cadere o vincere con esso; ma era consiglio troppo alto per l’animo suo e ormai forse inutile e tardivo. In tanta tempesta di pensieri egli non s’appigliava a partito alcuno; o piuttosto li tentava tutti senza coerenza e senza energia. Ora faceva chiedere alle Potenze la neutralizzazione di Napoli e del territorio, colla speranza di arrestare Garibaldi e di restaurare, indugiando, le sorti del Regno; ora mandava segrete lettere a Garibaldi stesso per offrirgli cinquantamila uomini e la flotta per la guerra contro l’Austria, a condizione che s’arrestasse e gli salvasse il restante del Regno;[112] ora infine, rifiutata dalla Diplomazia la neutralizzazione e da Garibaldi, sdegnosamente, l’alleanza, si buttava in braccio alla reazione, tramando colla madre, la moglie, il generale Cutrofiano, l’Ischitella ed altri arnesi di Corte, un nuovo colpo di Stato, una specie di 15 maggio, che avrebbe dovuto fare man bassa di tutte le libertà e di tutti i liberali, se, come tutte le congiure, non fosse stato anzi tempo scoperto e i congiurati stessi non si fossero chiariti impotenti a tentarlo soltanto.

VII.

Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere, risolute, dicevano, ad attraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale.

Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare, con qualche probabilità di buon successo, la prova estrema a cui si erano impegnati.

L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo. Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, chiese il da farsi, e una sola fu la risposta loro: impossibile la resistenza; il Re si ritirasse a Gaeta colla famiglia; le truppe ripiegassero dietro il Volturno; Napoli fosse lasciata in tutela della sua Guardia nazionale. Il Re s’arrese al consiglio, e la sera del 6 settembre, intanto che le sue truppe cominciavano il loro movimento, dato un addio, non privo di dignità, ai suoi antichi sudditi, s’imbarcava colla moglie e i parenti sopra il Colon, nave da guerra spagnuola, e scortato da un’altra della stessa bandiera, poichè la sua flotta aveva rifiutato di seguirlo, salpava alla volta di Gaeta. La partenza di Francesco II fu pei Napoletani il lieto fine inaspettato d’un dramma che minacciava ad ogni scena di finire in tragica catastrofe. Tutti respiravano come sollevati da un incubo. I patriotti che conseguivano la libertà senza il dolore di macchiarla di sangue civile; il popolo che poteva mutar di padrone senza nemmeno darsi la fatica d’una sommossa; i cortigiani cui era concesso di voltar livrea senza passare per ingrati; i magistrati cui era lecito di barattar giuramento senza esser tacciati di fedifraghi; gli ammiragli, i generali, le assise dorate dell’esercito e dell’armata, cui s’offriva la rara fortuna di passar sotto le bandiere del vincitore senza la vergogna di disertare quelle del vinto; Liborio Romano, infine, cui era riuscito di far sparire Francesco II e comparire Garibaldi, rendendosi ministro possibile dell’uno e dell’altro: tutti avevan sul volto quell’aria di soddisfatta sicurezza che esalò dal petto di Don Abbondio quando udì che Don Rodrigo era morto. Infatti la nave che portava in esiglio perpetuo Francesco II era ancora in vista del Golfo, che il Presidente de’ suoi Ministri proponeva ai colleghi fosse tosto annunciato a Garibaldi il felice evento, e invitato a venire a prendere possesso della metropoli. Non era ufficio che spettasse a’ Ministri d’un Re che non aveva ancora abdicato, e il Manna, il De Martino, lo Spinelli, rispettosi di sè medesimi, lo ricusarono; ma il Romano era preparato a ben altro, e quando gli fu detto esser necessario comporre un indirizzo di devozione da presentarsi al Dittatore: «Eccolo,» disse, e lo trasse di tasca bell’e fatto.

All’udir pertanto la gran nuova, Garibaldi che era già arrivato ad Eboli parte difilato per Salerno; colà ricevuta la Deputazione del Ministero che lo invitava d’affrettare il suo ingresso nella capitale, risponde saviamente esser pronto a partire appena vengano a lui il Sindaco e il Comandante della Guardia nazionale della città; raccomandare frattanto l’ordine e la calma; ma poichè anche il Romano, divorato dalla febbre di ricevere egli per il primo il trionfatore, replica con enfatica parola l’invito, Garibaldi lasciando ogni esitazione prende a Vietri la ferrovia; arriva a mezzogiorno alla stazione di Napoli, dove Liborio Romano lo riceve e gli declama l’indirizzo preparato; e al tocco, in carrozza, accompagnato dal Cosenz, dal Bertani dal Nullo e da due altri ufficiali, entra in Napoli, e passando sotto il fuoco de’ forti tuttora occupati dai Borbonici, traversando i drappelli delle soldatesche nemiche sparse per la città, protetto soltanto dall’amore entusiasta d’un popolo e dalla serenità radiosa del suo volto che incute al pericolo e disarma il tradimento, va a posare alla Foresteria (Palazzo del Governo), e ne prende possesso. Modo di conquista unico nella storia: prodigio quasi divino d’un’idea, cui basta la fede d’un eroe ingenuo e sorridente per disperdere gli eserciti, atterrare le fortezze ed abbattere i troni!