Pel contrario l’esercito garibaldino cominciava ad assottigliarsi e svigorirsi. I rinforzi non bilanciavano più da parecchio tempo le perdite: le grandi spedizioni del Continente erano arenate: la Sicilia, dati al passaggio dello Stretto dai quattro ai cinquemila Picciotti, pareva come esaurita; e peggio devesi dire delle Calabrie, delle Puglie, di tutte le provincie del Regno. Indarno Garibaldi ripeteva i suoi belligeri appelli in nome di Roma e Venezia; da qualche avventuriero in fuori nessuno rispondeva più alla chiamata. Dei ventunmila uomini del 1º ottobre non ne restavano oramai che diciottomila; e quando si eccettui una legione inglese, masnada di beoni e di saccomanni,[136] non una insegna di soccorso spuntava sull’orizzonte.
E come andava scemando la quantità, così peggiorava la qualità. I bei giorni di Calatafimi e di Milazzo erano passati. Nelle schiere cominciavano a serpeggiare quei primi sintomi di stanchezza, che sono quasi sempre i precursori della dissoluzione. Una parte reggeva ancora al dovere; ma la molla dell’entusiasmo, che aveva fino allora rese dolci le privazioni e belli i pericoli, era fiaccata. La vanità dei brevetti e dei gradi, i mercenari calcoli della carriera, già subentravano, nel cuore di molti, ai puri stimoli dell’amore della patria e della gloria. Gli ufficiali esuberavano in misura insolita[137] anco fra gli eserciti rivoluzionari, ed acceleravano essi pei primi, coll’ingombro degl’inetti e lo scandalo degli oziosi, la corruzione dell’intero esercito.
Anche i migliori principiavano ad essere disamorati d’una guerra che dopo l’annunciato sopraggiungere dell’esercito sardo perdeva la sua ragione principale, e null’altro prometteva che un’incresciosa vigilanza attorno ad una uggiosa fortezza in una più uggiosa pianura. Che se a tutto ciò s’aggiunga l’intristire della stagione, le lunghe e piovose notti del morente autunno, il difetto di riparo e di vesti, il crescere conseguente delle sofferenze e delle malattie, si intenderà di leggieri come l’esercito garibaldino potesse tener ancora la difensiva sulla linea occupata, ma non mai pensare ad alcuna decisiva operazione offensiva, molto meno poi all’impresa di Roma. E Garibaldi lo sentiva, e talvolta nei confidenti abbandoni dell’amicizia gliene fuggiva di bocca l’amara confessione. «Leggete questa lettera di Mazzini (diceva ad Alberto Mario, qualche giorno dopo la vittoria del Volturno); egli mi sprona alla spedizione di Roma. Sapete se io non ci abbia di lunga mano pensato. Il 1º ottobre abbiamo sconfitto il nemico a tal punto, che non sarà più in grado d’affrontarci; ma non potrò mai andare a Roma, lasciandomi addietro sessantamila uomini trincerati fra due fortezze, i quali intanto si ripiglierebbero Napoli.[138]» E se quei sessantamila uomini erano un’amplificazione, tutto il resto era pura verità. Dopo il 2 ottobre l’esercito garibaldino bastava appena a salvar Napoli da un colpo di mano, se pure bastava.
Ma a distoglierlo dalla temeraria impresa, più ancora della ragione militare poteva la politica.
Disfatto a Castelfidardo il Lamoricière, espugnata Ancona, riuscita oltre la speranza l’impresa delle Marche e dell’Umbria, il conte di Cavour deliberò di farsi perdonare l’audacia coll’audacia e di spingere l’esercito, già sulla via, all’invasione del Regno. Così con un colpo solo lo strappava a Garibaldi ed al Borbone insieme; rompeva gli ultimi indugi all’annessione, rivendicando alla spada del suo Re l’onore di compiere e assodare l’opera dalla rivoluzione iniziata.
Sfidata ancora la collera delle Potenze d’Europa, di cui presentiva le strida, ma insieme presagiva l’inerzia;[139] annunziata con brutale laconismo al Ministro napoletano presso la Corte di Torino la sua risoluzione; chiesta dal Parlamento subalpino,[140] non ancora italiano, l’approvazione della sua politica e la balía di annettere tutte le provincie italiane, che liberamente dichiarassero di voler far parte integrante della Monarchia; spinge il Re stesso a mettersi a capo dell’esercito vincitore ed a passare il Tronto. E Vittorio Emanuele, cui nulla era più gradito della parte di re guerriero, e che degli ardimenti del suo Ministro era piuttosto l’istigatore che il moderatore, lasciata la reggenza al Principe di Carignano raggiunge il 3 ottobre l’esercito ad Ancona; d’onde bandito ai Napoletani, in un Manifesto, a dir vero, nè sobrio nè modesto,[141] ch’egli stava per arrivare, invitato, tra loro, a «chiudere l’èra delle rivoluzioni,» s’incamminò a grandi giornate verso i confini del Regno.
Ciò stante a Garibaldi non faceva mestieri di grande acume politico per comprendere che egli non poteva più oramai muovere le insegne contro Roma senza urtare o prima o poi nelle schiere di Vittorio Emanuele, e peggio ancora nella volontà di quel Parlamento che era a quei giorni il supremo rappresentante morale, se non per anco legale, della nazione intera; senza incorrere perciò nella terribile responsabilità d’una guerra civile. E poichè nulla era più profondo nel cuore del patriottico eroe che l’orrore della discordia fraterna, così molto prima d’accorgersi che gliene mancava la forza e molto prima che Vittorio Emanuele venisse a capitanare l’esercito d’Ancona, egli aveva deliberato in cuor suo, mormorando, imprecando, fors’anco, a chi ve lo sforzava, ma pure senza restrizioni nè riserve, di rinunciare, pel momento almeno, ad ogni tentativo su Roma.
E di questo fanno fede due documenti noti, ma per avventura non abbastanza notati, nè dirittamente finora interpretati. Il primo è l’Ordine del giorno del 28 settembre, nel quale, bandita con esultanti parole ai Volontari la disfatta del Lamoricière, precorreva colla speranza gli eventi, compiacevasi della resa d’Ancona e della passata dell’esercito del Settentrione nel Regno anche prima che ciò avvenisse, e conchiudeva giubilando: «Fra poco avremo la fortuna di stringere quelle destre vittoriose.[142]» L’altro ancora più espressivo è la lettera ch’egli stesso dirigeva a re Vittorio Emanuele in data del 4 ottobre, e che preferiamo riprodurre testualmente:
«Caserta, 4 ottobre 1860.
»Sire,