»Mi congratulo colla Maestà Vostra per le brillanti vittorie riportate dal vostro bravo generale Cialdini e per le felici lor conseguenze. Una battaglia guadagnata sul Volturno ed un combattimento alle due Caserte pongono i soldati di Francesco II nell’impossibilità di più resisterci. Spero dunque poter passare il Volturno domani. Non sarebbe male che la Maestà Vostra ordinasse a parte delle truppe, che si trovano vicino alla frontiera abruzzese, di passare quella frontiera e far abbassare le armi a certi gendarmi che parteggiano ancora per il Borbone.
»So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e sarebbe bene. Pensi V. M. che io le sono amico di cuore, e merito un poco d’esser creduto. È molto meglio accogliere tutti gli Italiani onesti, a qualunque colore essi abbiano appartenuto per il passato, anzichè inasprire fazioni che potrebbero essere pericolose nell’avvenire.
»Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io vi congiungerei la mia destra, e mi recherei in persona a presentarle i miei omaggi, e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.
»La V. M. promulghi un decreto che riconosca i gradi de’ miei ufficiali. Io mi adopererò ad eliminare coloro che debbono essere eliminati.»
Chi consideri pertanto di questa lettera, il tempo, il contenuto, la forma, ne vedrà risplendere vieppiù il significato. Essa fu scritta il 4 ottobre, prima dunque che Garibaldi potesse conoscere il bando di Vittorio Emanuele ai Napoletani, prima che l’esercito sardo si fosse levato d’Ancona, prima assai che il Parlamento avesse votato l’annessione dell’Italia meridionale, e sanzionato con siffatto voto la politica del conte di Cavour.
Checchè dunque scriva a lode o vitupero lo spirito di parte, questo rimane incontrastato, che Cavour e Garibaldi, lo statista e l’eroe, quasi nel tempo stesso, ad insaputa l’uno dell’altro, s’accordavano a dare al Re quel medesimo consiglio, intorno al quale pareva dovessero restar divisi implacabilmente! Ecco il giudicio uman come spesso erra. I monarchici superlativi credevano d’essere costretti, o prima o poi, a dar battaglia «alla rivoluzione personificata in Garibaldi,[143]» e Garibaldi apriva loro le porte di quello che ancora era suo Stato, di null’altro ansioso che di incontrarli e schierarsi sotto le loro insegne.
Nè si dica che la sua lettera parla di «una passeggiata;» è questa un’attenuazione metaforica per scemare l’importanza del fatto e farne parere più facile l’esecuzione; ma s’intende da sè che «la passeggiata» d’una divisione, capitanata da un Re, fiancheggiata da un’altra divisione, entro i confini d’uno Stato forestiero, è invasione bella e buona, è guerra in tutte le forme. E con quali intendimenti egli affretti la venuta di Vittorio Emanuele, è palese: vuol essere il primo a rendergli omaggio, desidera «ricevere i suoi ordini per le ulteriori operazioni,» ambisce, in una parola, di combattere al suo fianco, come suo luogotenente, contro il comune nemico.
Il linguaggio della lettera è semplice e schietto, ma reverente e affettuoso insieme; in essa il soldato dà consigli al Re; ma consigli saggi, di moderazione e di temperanza, che re Vittorio, il quale chiamerà un giorno l’antico mazziniano Medici a suo primo aiutante di campo, e il vecchio repubblicano Crispi a suo primo Ministro, non si pentirà d’aver ascoltati. Tutto persuade, adunque, che allorquando più si strillava a Torino perchè Garibaldi si ostinasse nell’avventura di Roma, egli n’aveva già deposto, almeno per quell’anno, il proposito, e che ad altro non pensava se non a finir gloriosamente, in compagnia dei suoi fratelli dell’esercito sardo, sotto gli ordini del suo Re, la guerra contro il Borbone.
Ma perchè indugiava dunque ancora l’annessione, quell’annessione voluta ormai dalla quasi totalità del paese, decretata dal Parlamento, da Garibaldi stesso, indirettamente offerta a Vittorio Emanuele, e contro la quale, colla rinunzia alla marcia su Roma, cessava ogni ragione ed ogni pretesto? In verità, giunti a questo punto, il concetto del nostro eroe ci sfugge. Abbiamo compresa e difesa la sua resistenza all’annessione sino al giorno del suo ingresso in Napoli; l’abbiamo scusato d’averla differita anche dopo l’entrata dell’esercito sardo sul territorio ecclesiastico; ma ora, appressandosi quell’esercito, vietata dall’espressa volontà del Governo e del Parlamento la via di Roma, certo l’incontro ed il conflitto, nè l’intendiamo, nè sappiamo difenderla più. E fortuna volle che non la sapesse intendere a lungo nemmeno Garibaldi, siccome il seguito di questo racconto sta per dimostrare.