Ma non appena le notizie della deplorevole scena corsero per la Capitale, ecco la città intera commoversi: le vie, quantunque alta la notte, affollarsi come per incanto d’un popolo imperioso; i pubblici ritrovi risuonar di dispute infiammate; un analizzare, un chiosare, un giudicare in varie guise le novelle del Consiglio di Caserta; ma altresì un concordare di tutti, della grandissima maggioranza almeno, in questa unica sentenza: la nuova risoluzione del Dittatore poter esprimere forse la volontà d’un partito, non certamente quella del popolo napoletano; questi invocar sempre l’annessione pronta e incondizionata; importare quindi alla dignità del popolo stesso, alla salute d’Italia intera che questo voto fosse al più presto, ma in modo perentorio e solenne manifestato.

«Infatti (aggiunge il citato scrittore[151]) il domani mattina pareva che per un incanto in Napoli fossevi stata una grande nevicata di Sì. Essi stavano affissi su tutte le porte, le finestre, le mura delle case, sulle vetture, sui cappelli degli uomini, sui loro abiti, sui vestiti delle donne, nelle vetrine dei negozi, nei poetici tempietti degli acquaiuoli. Ovunque vi foste rivolto, dappertutto avreste trovato un Sì, con cui quella nobile popolazione sanzionava il dogma dell’unità nazionale.»

Nè a questo si fermavano le dimostrazioni. La Guardia Nazionale, rimasta in quei frangenti l’unica tutrice dell’ordine, si accordava nello scrivere un indirizzo al Dittatore, in cui con figliale, ma schietta parola lo supplicava a non cimentare la sua gloria, disdicendo quel plebiscito che già era dal suo Prodittatore bandito: consimile indirizzo andava correndo fra i varii ordini de’ cittadini e coprendosi di migliaia di firme; turbe di popolo infine percorrevano la città, accampavano sulle piazze, assediavano il palazzo del Governo, alternando agli evviva per Vittorio Emanuele, Garibaldi e Pallavicino, grida di morte al Mazzini, al Cattaneo, a tutti gli antiannessionisti; profondamente turbando la pubblica quiete, minacciando gli eccessi a cui le folle scatenate sogliono giungere.

Nè possiamo in tutto aderire a quanto scrittori di parte antiannessionista vanno tuttora asserendo, che quelle manifestazioni non altro siano state che spettacoli allestiti dai loro medesimi avversari. Vi avranno, forse, messa una mano; ma non si suscita una città di mezzo milione per solo artificio di sètte o di cricche. Era quella palesemente la volontà di Napoli e del Reame intero, volontà determinata, nol negheremo, da molti e opposti motivi, ispirata così dell’amor puro d’Italia e dal desiderio onesto d’uscir dal provvisorio, come dall’impazienza servile di adorare il novello astro; così dallo schietto affetto alla Casa di Savoia, come dall’interessata speranza di una più lauta mèsse di stipendi e d’impieghi; ma volontà pur sempre chiara, ferma ed universale.

XVI.

E però la situazione era gravissima. Garibaldi, chiamato in tutta fretta dal Türr, di recente eletto Comandante della provincia e città di Napoli, accorse alla Capitale e potè da sè medesimo accertarsene. Infatti, accompagnato egli pure da grande moltitudine, che applaudiva a lui ed al Pallavicino, ma gli intronava le orecchie degli abbasso e dei morte ai fautori dell’Assemblea, ed empiva a lui stesso la carrozza di , fu costretto a farsi al balcone della Foresteria ad arringare il popolo tumultuante,[152] il quale però abbonacciato ben presto dal caro aspetto, dall’affascinante parola, e più forse dall’annunzio del non lontano arrivo del Re, non tardò a quietarsi e disperdersi.

Ma l’impressione prodotta in Garibaldi da quella solenne manifestazione fu profonda. Decise perciò di riconvocare pel giorno medesimo (13 ottobre) i suoi Ministri e Consiglieri, e si recò egli stesso alla Foresteria per invitare il Pallavicino ad esser parte dell’adunanza. Questa doveva aver luogo al Palazzo d’Angri, dove il Dittatore soleva prendere stanza. Erano presenti, oltre a lui, il Prodittatore, i ministri Conforti e Crispi, Aurelio Saliceti, Carlo Cattaneo, Francesco De Luca. Il Generale cominciò, chiedendo che tra i due opposti partiti dell’Assemblea e del Plebiscito si cercasse un mezzo di conciliazione. Il Pallavicino e il Conforti risposero che non sapevano vederne alcuno, e propugnavano novamente con caldo accento la necessità del plebiscito schietto ed immediato. Il Cattaneo, a sua volta, ribattè combattendo per la sua teoria dell’assemblea. Il Conforti replicò di nuovo; il Saliceti introdusse una sua proposta, per la quale Garibaldi doveva proclamare per decreto la sovranità nazionale di Vittorio Emanuele, salvo a farla sancire da un plebiscito e regolare da un Parlamento: altri diceva altre cose; talchè la discussione facendosi sempre più aspra e confusa, il Pallavicino stanco di quel lungo ed affannoso dibattere erasi già alzato dicendo: «Vedo che io sono inutile qui, permettetemi che io mi ritiri,» quando il generale Türr, che era stato incaricato di presentare al Dittatore i voti della Guardia Nazionale e della cittadinanza, testè citati, e che era giunto poco dianzi alla riunione, si rivolse al Dittatore e gli disse: «Prima che prendiate una decisione, dalla quale può dipendere la sorte d’Italia, vi prego di esaminare il desiderio della popolazione di Napoli;» e gli sciorinò sotto gli occhi gli indirizzi che aveva portati seco.

Il Dittatore li lesse, vide le numerosissime firme onde erano segnati, stette un istante profondamente concentrato, poi, ripresa quella serenità che gli era consueta nei momenti delle solenni risoluzioni: «Non voglio assemblea, esclamò, si faccia l’Italia.... E voi, caro Giorgio (riprese, volgendosi al Pallavicino), voi non siete inutile qui; e vi prego di rimanere al vostro posto e cercate di meritarvi anche d’ora innanzi la stima della popolazione di Napoli.[153]»

L’annessione era deliberata. Non diremo col signor Caranti «che il Leone avesse trionfato delle Volpi,» poichè a nessuno di quanti in que’ giorni lo consigliavano s’addice la volgare similitudine; ma il Leone aveva trionfato certamente di sè stesso, de’ suoi ricordi di Nizza, de’ suoi rancori contro il Cavour, delle sfide del Farini, delle impertinenze del Fanti, della sua medesima ignoranza, illuminando colla fiamma del cuore le tenebre involontarie della mente, e dal solo amore alla patria traendo le ispirazioni al più sapiente atto politico della sua vita.

E, cosa singolare in quest’uomo singolarissimo, nel giorno stesso[154] ch’egli deponeva la Dittatura d’un regno, e i Napoletani tentavano una grossa sortita da Capua che poteva mettere un’altra volta in serio cimento le sue linee, e s’impegnava sotto i suoi occhi una battaglia, egli, il Capitano di ventura, il filibustiere, l’uomo del sangue, dalle alture di Sant’Angelo, al rombo del cannone, al fragore della mischia, dettava un Manifesto, o Memorandum che vogliasi dire, in cui predicava, colla fede d’un Apostolo e l’accento d’un Vate, la Confederazione europea, la fratellanza dei popoli, la fine della guerra, il disarmo universale delle nazioni, conchiudendo con queste parole degne dello spirito di Gentile e dell’eloquenza di Canning: