Abolì le decime e le manimorte; incamerò i beni reali ed ecclesiastici, assegnando però una pensione ai Vescovi ed una cassa di sussidio al Clero minore; soppresse infine l’ordine dei Gesuiti, ma ne tolse il diritto dalla storia e l’esempio da tutta l’Europa civile.
In fatto poi di Finanza camminò sulle orme di tutti i Governi rivoluzionari; annullò l’odiosa gabella del macino, come l’aveva annullata la rivoluzione del 48; abolì, anzi bruciò pubblicamente la carta bollata; decretò, sogno onesto, la soppressione graduale del lotto, surrogandovi le Casse di Risparmio; atterrò ogni barriera doganale tra Sicilia e Napoli; fece prestiti e convertì la Rendita pubblica;[172] ma quando il bilancio siciliano fu sottoposto all’esame del Parlamento, restò bensì controverso se avesse lasciato risparmi, e fu disputabile se quei prestiti potevano essere contratti a condizioni più laute; ma nessuno, nemmeno il più acuto e facondo economista della Camera,[173] potè tassare l’Amministrazione della Dittatura, non che d’abusi e di malversazioni,[174] di gravi irregolarità. Il maggiore addebito che potè essergli rivolto fu d’aver ecceduto nella largizione degl’impieghi e nel dispendio de’ salari. Ma se il Farini potè dire, difendendo dalla medesima accusa il bilancio dell’Emilia: «Non nego siansi collocati in impiego uomini nuovi. Fu principalissimo intendimento del Governo di chiamare ne’ primi posti di fiducia que’ cittadini che per causa di libertà avevano sofferto persecuzioni ed esiglio. Ed infra i dolori che tormentano chi in tempi nuovi è chiamato ad amministrare la causa pubblica, rammenterò sempre fra’ più acerbi quello di non poter esaudire tanti uomini sventurati, che, in nome delle loro famiglie, in nome della fede politica, invocano un collocamento, cui credono aver loro dato diritto le sventure patite;» perchè non si meneranno buone le stesse ragioni alle Dittature di Napoli e di Sicilia, dove la febbre degl’impieghi e delle pensioni scoppiò con tutti i sintomi d’un fiero contagio; dove i patriotti, che nel 1848 avevano «salvato la patria,» che nel decennio avevano patito nelle prigioni e negli esigli, pullulavano a sciami dal suolo; dove certamente lo strazio d’onest’uomini, che aveva fatto il governo «negazione di Dio,» era stato sì lungo ed immane?
Non è questa un’apologia, è pura difesa della verità. Errori la Dittatura di Garibaldi ne commise e non pochi; ne commise colla Prodittatura Depretis e colla Prodittatura Mordini, colla Segreteria Crispi-Bertani e colla Prodittatura Pallavicino; coi Ministri cavourriani e coi Ministri rivoluzionari; ma qual Governo non ne ha commessi? Quella stessa Luogotenenza regia che s’annunziava medicatrice di tutti i mali, e riparatrice di tutti i torti, succeduta alla Dittatura in giorni relativamente calmi, già queta la marea rivoluzionaria e ormai ridotta a un torneo innocuo la guerra, nuova di prestigio, di forza e d’autorità, quanti errori non commise ella in breve spazio di tempo? Quanto malcontento di popolo non suscitò; quante speranze non deluse, quanti pericoli non rinnovò? Fallirono a Napoli, l’uno dopo l’altro, il Farini e il principe di Carignano; a Palermo il Montezemolo e il Della Rovere, e non correranno molti mesi che Deputati di parte loro si leveranno nel Parlamento italiano[175] ad incolpare le Luogotenenze di torti e d’abusi anche maggiori di quelli ond’era stata incolpata la Dittatura; con questa sola, ma sensibile differenza, che mentre il Governo di Garibaldi era rimproverato d’aver troppo ciecamente favorito i rivoluzionari ed i repubblicani, il nuovo Governo di Vittorio Emanuele era accusato dello stesso favore a tutto beneficio dei Borbonici e dei reazionari.
II.
Il primo atto di Garibaldi, rimettendo il piede nella sua Caprera, fu di levare le briglie e mandar sciolti per l’Isola i suoi due cavalli di battaglia, affinchè ad essi pure non fosse tardata quella libertà ch’egli veniva impaziente a cercare. E ciò fatto tornò senz’altro al suo consueto tenore di vita, come se tutta quella splendida pompa di potere, di trionfi, di gloria, in che aveva vissuto sette mesi, non gli avesse lasciato nell’anima che sazietà e stanchezza. Deideri, il suo fedele amico e compaesano di Nizza, gli aveva fatto costruire, accanto all’antica, parte con danari suoi, parte col tributo d’altri amici, parte cogli stessi risparmi del Generale, una nuova casa più comoda e più signorile; pure l’antico mozzo gradì la sorpresa e ringraziò del dono, ma non volle abbandonare la sua vecchia casetta, costrutta in tanta parte col sudor della sua fronte; e continuò a dormire in quella medesima stanzetta a pian terreno, la prima a sinistra di chi entra, in cui aveva abitato la prima notte che ebbe un tetto nell’Isola.
Nel rimanente, si levava come per lo passato all’alba, il primo di tutta la colonia, e alternava le sue ore tra la pesca e la caccia (rese talvolta necessarie dalla mancanza del companatico quotidiano), e la coltura di que’ pochi frastagli di terreno che la roccia concedeva e ch’egli, con ingenua pomposità, decorava col nome di campi e di vigne. E il luogo più favorito di que’ giorni era il Fontanaccio, un quarto forse dei celebri quattro iugeri del Romano, tutto frastagliato e scaccheggiato per giunta di roveti e di scogli, e da cui Garibaldi s’era fitto in capo di cavare il suo podere modello. Ed era laggiù che voi potevate vederlo più di sovente, ora affaccendato a sterpare, a potare, a innestare, e qui a piantare un filare di magliuoli siciliani, là a zappare un quadrato di fave napoletane, più sotto a riparare dalle prime sferzate del grecale una buttata d’aranci novelli, più sopra a vegliare allo scavo d’un futuro pozzo artesiano; ora seduto sopra un certo gradino, naturale rialzo del terreno, col cappello sugli occhi e il sigaro spento nella mano, lo sguardo fisso sul mare, tutta la persona immobile e quasi abbandonata, a guatar nel vuoto, a fantasticare, a nuotare nel pelago infinito delle sue ricordanze e dei suoi sogni, tuffandovisi dentro colla voluttà del poeta:
E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.
Non eran quelle sole le sue fatiche, un’altra men geniale gli era imposta dalla stessa celebrità cresciuta, ed era, o avrebbe dovuto essere, lo smaltimento della mole di giornali e di lettere che ad ogni corriere gli arrivava. È ben vero che dei giornali finiva a non leggerne più che tre o quattro (preferito a quei giorni il Movimento di Genova), e che delle lettere lasciava quasi tutta la briga al suo segretario Basso, od al primo amico che volesse rendergli quell’ufficio, il quale poi lettogliene sommariamente il contenuto, e separate quelle condannate al paniere, dalle poche ammesse all’onore d’una risposta, la scriveva ora sotto dettatura del Generale stesso, ora di suo capo, e poi, usanza tradizionale e tuttora inviolata in Caprera, la spediva irremissibilmente a chiunque si fosse «senza francobollo postale.»
E come le lettere, cominciavano a piovere da ogni parte le visite. Avreste detto che Caprera fosse divenuta la Mecca della Democrazia europea. Non passava venerdì che il postale di Sardegna non sbarcasse alla Maddalena una brigata più o men grossa di pellegrinanti a quella Medinat-al-Nabi dell’eroe; e come è facile immaginare, era un brulicame di tutte le razze e di tutti i colori. Col vecchio amico e commilitone veniva il curioso importuno e il piacentiere sguaiato: coll’innocente idolatra, alla conquista d’una firma o d’una fotografia, accompagnavasi lo scroccone volgare alla cerca d’un’elemosina o d’una commendatizia: le Deputazioni patriottiche, cariche d’indirizzi o di regali, gareggiavano colle ambasciate politiche, o politicanti, portatrici di piani di guerra o di abbozzi di programmi: la filantropessa inglese incontravasi colla emancipatrice americana e la socialista russa: gli emissari occulti di Mazzini s’incrociavano agli agenti segreti del Re: una carovana di emigrati veneti, trentini, istriani, romani, mescolavasi di continuo ad una processione interminabile di proscritti ungheresi, polacchi, spagnuoli, greci, russi, tedeschi, serbi, valacchi, insomma di tutto il mondo dove si sognava, si soffriva o si congiurava per una patria, e Garibaldi tutti accoglieva coll’usata cortesia ed ospitalità; un’ospitalità che poteva parere talvolta assai magra e quaresimale a chi la riceveva, ma che riusciva, per il gran numero, dispendiosissima e soverchiante a chi la dava.
Ma ognuno intende che siffatta pace non era che apparente. «Cincinnato» (il soprannome, divenuto poi volgarmente sazievole, gli fu imposto a que’ giorni) era tornato suo malgrado all’aratro, e ben diverso dal romano, non avrebbe accolto sospirando gli oratori del Senato che gli offrivano la Dittatura. Le parole del suo ultimo bando ai Volontari: «Se il marzo del 61 non trova un milione d’Italiani armati, povera libertà, povera vita italiana!...» non erano, sulle sue labbra, una figura rettorica; non è retore mai chi è pronto a confermare la frase col sangue; ma voto ardente e convincimento profondo dell’animo suo. Sinceramente egli credeva che la prossima primavera del 1861 non potesse passare senza una grande conflagrazione di popoli; vedeva già l’Ungheria e i Principati Danubiani insorti: non dubitava un istante che, gettata una scintilla, tutta l’Europa, da Mantova a Galatz, andasse in fiamme: affermava che era un sacro dovere l’Italia farsi antesignana e aiutatrice del grande riscatto, e capitanarlo.[176]