Nè a questo pensiero frammischiavasi alcun intendimento di ribellione. Non solo Garibaldi tenevasi stretto per debito di lealtà alla bandiera di Marsala; ma credeva più che mai che in quella sola stesse la salute d’Italia. Soltanto voleva, e qui rincomincia il suo dissidio col conte di Cavour, che il Governo scrollasse il giogo umiliante delle alleanze straniere, della napoleonica principalmente, raccogliesse in un fascio solo tutte le forze vive combattenti dell’Italia, e, senza riguardo a colore e partito, le avventasse tutte insieme all’ultima battaglia della redenzione d’Italia. «Che il conte di Cavour armi (diceva un giorno a Caprera a due suoi amici[177]), ed io sono politicamente con lui,» e in questo concetto stette prima, stava allora, starà poi tutta la sua politica. E dicasi pure che un simile linguaggio nascondeva una condizione imperiosa, e, se vuolsi, anche una minaccia; ma non poteva dirsi ancora un cartello di sfida e una manifesta ribellione. Garibaldi era sempre nella legalità. Voleva spingere, spronare il Governo; ma il proposito di forzargli la mano e di trascinarlo a forza non gli era spuntato ancora nell’animo, o almeno da nessun suo scritto o discorso traspariva. E di ciò fanno principale testimonianza quei Comitati di provvedimento per Roma e Venezia, progenie diretta di quelli che il Bertani aveva già fondati per la Sicilia, e che Garibaldi aveva consentito a ricostituire siccome gli organi destinati a dar vita e disciplina a quel concetto di armamento universale della nazione, che era, a’ suoi occhi, lo stromento ed il simbolo insieme d’ogni vera rigenerazione. Nella mente sua siffatti Comitati dovevano essere aiuto, non impedimento, al Governo: propagare le idee, preparare gli animi, ordinare le forze, apprestare i mezzi, come già erano stati apprestati per Marsala, ma senza sconfinar per anco dalla legge; procedendo sempre d’accordo col Governo che la nazione s’era dato, rammentando il giuramento fatto al suo Re, e attendendone il cenno, che non parevagli poter essere lontano.

«Io desidero[178] (scriveva al segretario de’ Comitati, Bellazzi) l’apertura concorde di tutti i Comitati italiani per coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele, con un milione d’italiani armati, questa primavera chiederà giustamente ciò che manca all’Italia.» E due settimane dopo, agitatosi e deliberato dalla Presidenza de’ Comitati il programma definitivo dell’Associazione, scriveva anche più esplicitamente:

«Accettando la presidenza dell’Associazione dei Comitati di provvedimento e dando la mia adesione ai tre articoli formulati dall’Assemblea generale il 4 di questo mese, nomino come mio rappresentante presso il Comitato centrale il generale Bixio, autorizzandolo a farsi sostituire, occorrendo, da una terza persona di sua piena fiducia.[179]

Il Comitato centrale, invocando il patriottismo degli Italiani, insisteva tenacemente presso tutti i Comitati di provvedimento, eccitandoli a promuovere nuove oblazioni tra i nostri concittadini, e a riunire tutti i mezzi necessari ad agevolare a Vittorio Emanuele la liberazione della rimanente Italia.

Altra delle precipue cure del Comitato centrale dovrà essere quella di istituire Comitati in tutti i punti della Penisola, ove non esistessero ancora, onde al più presto da un capo all’altro d’Italia, non esclusa la Venezia nè Roma, si trovi l’associazione organizzata, ed operi simultanea, concorde e rapidamente, obbedendo a un medesimo impulso.

Il Comitato centrale dovrà, come parola d’ordine di tutti i giorni, d’ogni momento, ripetere incessantemente a tutti i Comitati e cercare per ogni altra via di farlo penetrare nell’animo di tutti gl’italiani: — che nella prossima primavera di quest’anno 1861 deve irremissibilmente porre sotto le armi un milione di patriotti, unico mezzo a mostrarci potenti e farci veramente padroni delle nostre sorti e degni del rispetto del mondo che ci contempla.

»Credo debito mio rendere avvertiti i Volontari che nessun arruolamento è stato da me promosso, nè consigliato per ora.

»Un giornale col titolo di Roma e Venezia (il quale, ispirandosi ai concetti enunciati, predichi la necessità della Guerra santa a far cessare una volta la vergogna che pesa sull’Italia, e che in pari tempo inculchi agli elettori, come uno dei mezzi più efficaci a raggiungere l’intento, la scelta dei deputati, che mirando anzitutto al totale affrancamento ed integrità d’Italia impongano al Governo il generale armamento della nazione) deve essere fondato in Genova senz’altro indugio.»

Questi e non più erano i pensieri di Garibaldi nel gennaio del 1861; che se mutarono in appresso, prepariamoci a seguirne le fasi ed a penetrarne le cagioni, cominciando però a notare attentamente le date, ed a rispettare la cronologia, che mai, come in questo periodo della vita dell’eroe, così copiosa di contraddizioni e di evoluzioni, meriterà il suo nome di «occhio della storia.» Non abbiamo negato mai, riconfermiamo anzi, che un siffatto programma poteva contenere in germe quel diritto dell’iniziativa individuale che fu per parecchi anni nel Parlamento e fuori la divisa della parte rivoluzionaria, o garibaldina che vogliasi dire; ma a’ giorni di cui discorriamo, quel germe non era ancora venuto a maturanza, nè l’idea, vagamente adombrata nelle sonanti frasi dei proclami, tradotta in una formola precisa, e soprattutto cimentata al paragone de’ fatti. Però di Garibaldi allora non disdice ripetere quel che un giornale massimo di parte moderata scriveva ancora con benignità di lui: «Se i Comitati cammineranno come desidera il Generale, il paese l’asseconderà ed applaudirà, così come applaude ai generosi sentimenti, coi quali il generale Garibaldi desidera la concordia di tutti i partiti.[180]

III.