E Garibaldi dal suo punto di veduta era logico: il solo veramente logico fra tutta la Sinistra: l’unico che vedesse la questione dell’armamento nazionale dalla sua vera altezza; l’unico che contrapponesse alla politica del conte di Cavour un’altra politica, errata forse, temeraria certo, ma lucida e grande.

Pochi istanti dopo 194 sì approvarono la proposta ministeriale, 92 no la respinsero; il Ministero avea stravinto, il volgo misto dei fatui e dei piacentieri poteva menare il trionfo; ma chi avesse bene esaminati i frutti di quella vittoria, sarebbesi prestamente accorto che eran «stecchi con tosco.» La questione dei Volontari era insoluta più che mai; poichè una mostra di quadri senza soldati e senza ufficiali non era una soluzione. L’irritazione della Sinistra garibaldina era cresciuta, perchè aveva veduto respinte tutte le sue più oneste e conciliative proposte. Sulla conciliazione di Garibaldi non potevasi più contare, perchè ormai egli era nella condizione del vinto, a cui fu negato quartiere. La concordia infine, quella concordia che era stata eretta in Parlamento come la Divinità tutelare della Patria, a cui ogni oratore s’era creduto in obbligo di sciogliere un inno e di bruciare un grano d’incenso, era caduta fragorosamente dal suo provvisorio piedistallo, aprendo fra i contendenti un nuovo e più profondo solco di discordia.

VI.

E ne apparvero tosto i certissimi segni. Il 21 aprile, non dileguata peranco l’eco della recente battaglia parlamentare, il generale Cialdini, tradito, conviene pensarlo, dalla più infelice ispirazione della sua vita, arrogatosi a un tratto l’ufficio di vindice e campione dell’esercito, del Parlamento, del Re e dell’Italia, indirizzava, sui giornali, al generale Garibaldi questa inaspettatissima lettera: «Voi non siete, dicevagli, l’uomo che io credeva, nè il Garibaldi che ho amato. Voi osate mettervi a paro del Re, parlandone coll’affettata famigliarità d’un camerata; al di sopra del Governo, dicendone traditori i Ministri; al di sopra del Parlamento, vituperandone i rappresentanti; al di sopra degli usi parlamentari, presentandovi alla Camera in un costume strano e teatrale; al di sopra infine di tutto il paese, che vorreste sospingere dove e come meglio v’aggrada. Collo sparire dell’incanto è scomparso l’affetto che a voi mi legava. Voi operaste grandi cose; ma il merito di aver liberato l’Italia meridionale non spetta a voi solo. Voi eravate sul Volturno in pessime condizioni, quando noi arrivammo. Capua, Gaeta, Messina, Civitella non caddero per opera vostra e cinquantaseimila Borbonici furono battuti, dispersi, fatti prigionieri da noi, non da voi. È dunque inesatto che il Regno sia stato liberato dalle armi vostre. Voi ordinaste al colonnello Tripoti di ricevere i Piemontesi a fucilate: voi dunque provocatore vero della guerra civile; ma io, nemico d’ogni tirannia o rossa o nera, saprò combattere anche la vostra.»

Se il generale Cialdini agisse soltanto di suo capo o sospinto dalle suggestioni di nascosti e zelanti consiglieri, fu disputato, ma non potè esser chiarito.[190] Certo non è presumibile che un Generale dell’esercito ardisse scrivere ed inviare un simile cartello di sfida, se in qualche modo non l’affidava il consenso o la tolleranza tacita del Governo, o per lo meno della podestà militare a lui immediatamente superiore. Guai pertanto se l’altro Generale raccoglieva il guanto collo stesso sentimento, con cui eragli stato gittato. Uno scontro fra i due soldati avrebbe potuto dirsi il minor danno; il pericolo grande era che dietro i capitani si movessero i gregari, che da un duello ne rampollassero mille, che il mattino del nostro risorgimento fosse funestato dallo scandalo dei pronunciamenti e dal sangue della guerra cittadina.

Fortunatamente però il più rozzo fu il più saggio, e Garibaldi, guidato soltanto da’ suoi generosi istinti e dal suo profondo amore patrio, trovò tale una risposta, che attutì tutte le ire e soffocò nel nascere la lite:

«Anch’io, Generale, fui vostro amico ed ammiratore delle vostre gesta. Oggi sarò ciò che voi volete, non volendo scendere certamente a giustificarmi di quanto voi accennate, nella vostra lettera, d’indecoroso per parte mia verso il Re e verso l’esercito: forte in tutto ciò, della mia coscienza di soldato e di cittadino italiano.

»Circa alla foggia mia di vestire, io la porterò sinchè mi si dica che non sono più in un libero paese, ove ciascuno va vestito come crede.

»Le parole al colonnello Tripoti mi vengono nuove. Io non conosco altro ordine che quello da me dato: — Di ricevere i soldati italiani dell’esercito del Settentrione come fratelli; — mentre si sapeva che questo esercito veniva per combattere la rivoluzione personificata in Garibaldi. (Parole, di Farini a Napoleone III.)

»Come deputatolo credo avere esposto alla Camera una piccolissima parte dei torti ricevuti dall’esercito meridionale dal Ministero, e credo di averne il diritto.