»L’armata italiana troverà nelle sue file un soldato di più, quando si tratti di combattere i nemici d’Italia — e ciò non vi giungerà nuovo.

»Altro che possiate aver udito di me verso l’armata sono calunnie.

»Noi eravamo sul Volturno al vespero della più splendida vittoria nostra, ottenuta nell’Italia del Mezzogiorno prima, del vostro arrivo, e tutt’altro che in pessime condizioni.

»Da quanto so, l’armata ha applaudito alle libere parole e moderate d’un milite Deputato, per cui l’onore italiano è stato un culto di tutta la sua vita.

»Se poi qualcheduno si trova offeso dal mio modo di procedere, io parlando in nome di me solo, e delle mie parole sono garante, aspetto tranquillo che mi si chieda soddisfazione delle stesse. — Torino, 22 aprile 1861.»

La nobile lettera apriva essa stessa la via alla conciliazione; e onesti amici d’ambe le parti, il Fabrizi, il Pallavicino, il Depretis, s’interposero per affrettarla. Il Re stesso, già fin dalle prime conturbato dal doloroso dissidio, volle intervenire coll’alta sua influenza; nè solo per conciliare i due Generali; ma, ciò che più importava, i capi delle due parti, la mente e il braccio della sua politica, Cavour e Garibaldi.

E la regia volontà fu obbedita: alle 7 pomeridiane del 23 aprile, i due avversari, invitati a convegno dal Re, venivano in presenza sua a franche spiegazioni ed aperta conciliazione;[191] e poco dopo i due Generali abbracciaronsi fraternamente nel palazzo Pallavicino.

L’autore di queste pagine, però, scrivendo a quei giorni in un autorevole diario, e desiderando di dare a’ suoi lettori, intorno alla riconciliazione di Cavour con Garibaldi, più sicure e circostanziate notizie, scrisse al Generale stesso, pregandolo, per solo interesse della storia, a volergliele fornire. E il Generale gli rispose da Majatico, villa del Pallavicino, questa lettera, la quale, come si vedrà, dava un suono assai diverso dai cantici di pace, che la troppo credula speranza aveva già fatto intonare:

«Majatico, 29 aprile 1861.

»Caro Guerzoni,