»Io non ho stretto la mano di Cavour, nè cercato riconciliazioni. Ho bensì consentito ad un abboccamento, i cui risultati sono stati da parte mia: — Armamento e giustizia all’esercito meridionale. Se così riesce — io porgerò la piccolissima opera mia all’opera del Conte. — Diversamente io seguirò il sentiero che ci siam tracciato da tanto tempo — per il bene della causa nazionale — anche contro la volontà di chicchessia.

»Trecchi, che servì d’intermediario alla conferenza, s’incarica di far tacere le millanterie dei ministeriali. — Vedremo — in ogni modo non si deve pubblicare nulla di mio per ora. — In caso poi — cosa molto probabile — che non si ottenga nulla, e che quei signori continuino a gracchiare, allora ripiglieremo il tralasciato.

»Ho incaricato il generale Medici d’un mio programma sull’occorrente.

»Mi resta a ringraziarvi.

»Vostro
»G. Garibaldi.»

La qual lettera dimostra all’evidenza tre cose: che tutto quel discorrere e scrivere e affannarsi d’amici, di avversi, di Ministri, di Deputati, di Re, per indurre l’eroe a modificare in qualche parte soltanto il suo pensiero, era stato fiato e tempo sprecato; che il dissidio del Generale col Conte non aveva radice in alcun rancore personale, ma in ragioni politiche, che soltanto il mutuo pegno delle opere poteva conciliare; che infine Garibaldi scese la reggia di Vittorio Emanuele, mormorando ancora il se no, no del primo suo Maestro, e covando, forse inconsciamente, in cuore il germe di Sarnico e d’Aspromonte.

VII.

Il 1º maggio Garibaldi era già tornato a Caprera: il 6 giugno moriva il conte di Cavour. L’Italia aveva perduto il suo grand’uomo di Stato; la libertà, uno de’ suoi più devoti amici; la dinastia di Savoia, uno de’ suoi più validi sostegni; la rivoluzione, uno de’ suoi più abili moderatori, e (stupiscano pure i superficiali, chi pensa sarà con noi) Garibaldi stesso, il migliore de’ suoi interpreti ed alleati. Si narrò[192] che il nobile Conte nell’uscire, la sera del 20 aprile, dalla Camera dei Deputati, vibrante tuttora delle emozioni provate in quelle tre memorabili giornate, al La Farina che lo abbordava scalmanato: «Eppure, dicesse, eppure se venisse il momento della guerra, prenderei sotto il mio braccio il generale Garibaldi e gli direi: andiamo a vedere che cosa si dice dentro Verona.» Queste parole parlan meglio d’ogni documento. Lo Statista aveva capito l’Eroe; egli era penetrato nel più intimo segreto della sua anima e ne teneva le chiavi. Cavour vivo, molte pagine della storia d’Italia sarebbero state diverse, e quelle della vita di Garibaldi del pari. Cavour vivo, la guerra dell’indipendenza non sarebbesi protratta di cinque anni (la gran trama rivoluzionaria a cui lavorava lo dimostra), e Sarnico ed Aspromonte non sarebbero accaduti. Cavour vivo, il valore vero di Garibaldi sarebbe stato più utilmente e più degnamente estimato; non sarebbe stato inviato, come nel 1866, a dar di cozzo contro le rupi trentine; e se al governo della flotta, avrebbe signoreggiato l’Adriatico; se a capo d’un esercito di Volontari, avrebbe preceduto o fiancheggiato il regolare e forse risparmiate all’Italia Lissa e Custoza. Vivo Cavour, finalmente, Garibaldi non avrebbe più trovato nelle contraddizioni e nelle ambagi di Governi fiacchi, presi dal prurito malaticcio delle grandi gesta, un incoraggiamento e quasi una ragione a mettersi sulla via della ribellione: la gagliarda e prestigiosa mano del grande Ministro l’avrebbe saputo a tempo blandire e frenare, a tempo lanciare e trattenere, e nessuno può affermare, ma nemmen negare, che un giorno la mente soggiogando il cuore, il cuore infiammando la mente, Cavour e Garibaldi si modificassero a vicenda, e l’uno finisse più rivoluzionario, l’altro più moderato: legge naturale di selezione e d’evoluzione.

Garibaldi frattanto era tornato alle sue consuete abitudini, e in tutto quel 1861 non vi furono di notevoli nella sua vita che questi due episodi. Ai primi di luglio corse pei giornali la voce d’un attentato alla vita del Generale. Dicevasi che quattro mercenari, prezzolati da una segreta congrega reazionaria annidata in una città di confine,[193] eran partiti per Caprera onde compiere il reo disegno; che il Generale, avvertito del pericolo, l’aveva, come altra volta,[194] disprezzato; che i famigliari di lui non solo, ma tutta la popolazione di Maddalena era nella più grande ansietà; che il Governo, già istruito della trama da alcuni complici pentiti, aveva già posto la Caprera sotto la più stretta sorveglianza ed altri particolari.

E forse si esagerava; ma tutto non era favola, come attesta questa lettera di C. Augusto Vecchi, che appunto a que’ giorni era ospite del Generale nell’Isola: