La verità è che Sarnico doveva essere la prima tappa di Trento; e sarebbe stato più degno di Garibaldi confessare apertamente il proprio generoso errore, anzichè sforzarsi a mascherarlo di avvocateschi sotterfugi e di pie menzogne. Certo più che a lui la responsabilità della lettera del 3 giugno spetta ai malavvisati consiglieri che gliela dettarono; certo egli non s’indusse ad apporvi il proprio nome se non per l’ingenuo convincimento di salvare per tal modo i suoi amici compromessi da lui e per lui; ma non è men increscioso il pensare che egli per una male intesa convenienza politica abbia dovuto lasciar cadere sull’immacolata fama della sua lealtà una stilla d’inchiostro e siasi esposto a veder sorridere della sua parola, sacra fin ora, la più benigna posterità.

XII.

Anche quello strascico di mar vecchio che aveva lasciato dietro di sè la burrasca di Sarnico pareva del tutto quietato. Garibaldi era sempre a Belgirate nella villa dei Cairoli; ma vi menava da due settimane una vita sì privata e tranquilla che persino quei diari, che erano in voce di suoi più intimi, non sapevan che si dire di lui. La sola nuova un po’ importante che da qualche tempo fosse corsa dal Lago Maggiore fu che a cagione di nuovi dissidi insorti tra il Generale e la parte mazziniana (quella che voleva l’azione a ogni costo) egli aveva dato la sua rinuncia di Presidente della Società Emancipatrice; e, com’è ben naturale, anche questo fatto parve ai più buono augurio che l’eroe andasse a poco a poco mettendo il cuore in pace, e deponendo, almeno pel momento, ogni proposito di fortunose avventure.

Se non che, a un tratto, una dietro l’altra, coll’incalzare staremmo per dire d’un nembo che s’avanzi, rumoreggiarono queste notizie: Garibaldi è giunto a Torino dov’ebbe un segreto abboccamento col Re e un alterco con Rattazzi; Garibaldi seguíto da un manipolo de’ suoi fidati è ripartito per Caprera: Garibaldi è sbarcato improvvisamente a Palermo.

Ma a che fare a Palermo? Perchè quel viaggio precipitato e misterioso? Quale nuovo disegno covava il Generale? Quale nuova sorpresa preparava egli all’Italia? Eran queste le domande ansiose che susurravan su tutte le labbra e s’agitavan in tutti i cuori ed ai quali nè oggi, nè mai, forse, sarà concesso dare precisa e certa risposta. Tuttavia, rifrugando fra quei frammenti a matita di cui altrove abbiamo parlato, ci venne fatto di trovare questa pagina di tutto pugno del Generale che getta un raggio di luce inattesa sulle origini d’Aspromonte, e decifra almeno la prima sillaba dell’«enigma forte:»

«Disgustato delle cose di Sarnico — e tornato in Caprera — io non avrei abbandonato la mia solitudine — se le notizie dell’Italia meridionale fossero state men tetre. — I miei amici di quelle parti — massime dalla Sicilia — mi narravano il malcontento crescente ed il pericolo d’un movimento autonomista — coadiuvato certamente da tutti gli altri partiti che col mal governo di Rattazzi avevano alzato la testa. — L’opinione generale era, che al richiamo (qui minacciato) del Pallavicino un’insurrezione sarebbe scoppiata in Sicilia. Tali considerazioni mi fecero decidere a visitare la capitale dell’Isola.

»Io sapeva che i Principi erano stati a Palermo — ma confesso che se avessi saputo che essi si trovavano ancora là — io avrei scelto un altro luogo di sbarco.

»Avendoli però trovati a Palermo — ed essendo sempre stato ben accolto da loro, mi affrettai a dire al mio amico Pallavicino che mi sarebbe stato carissimo l’incontrarli.

»Giunsi in città al principio della notte — e subito che quella cara popolazione seppe del mio arrivo — volle vedermi e mi accolse come un caro della famiglia.

»Noi avevamo passato insieme momenti così solenni, tanti pericoli e divise insieme tante glorie, ch’era naturale il rivederci oltremodo commossi.[213]»