A Monza, a Como, a Lodi gli stessi deliramenti; a Parma, presiedendo un Comizio d’operai al teatro San Giovanni, molte voci gli gridano: «Viva Mazzini, ed egli replica: «Viva Vittorio Emanuele.[203]» A Casalmaggiore bandisce la «Religione della santa Carabina.» A Cremona è una epifania di donne, di ufficiali dell’esercito, di preti: monsignor Vescovo Novasconi, malato, si leva di letto per ricevere la sua visita: il clero gli manda una deputazione e pende dal suo labbro, come da un nuovo Messia: dodici donne, madri, spose, figlie di morti per la patria, gli presentano un indirizzo firmato da un migliaio di signore e popolane cremonesi, nel quale promettono «che al nuovo appello del Capitano dei Mille esse ridaranno ai loro uomini il brando che spezzerà per sempre le catene delle loro sorelle ancora schiave.» Era un’ebbrezza che dava il capogiro alle teste più salde e non sarà meraviglia se tra poco ne sarà preso lo stesso Garibaldi. Perocchè respirare tanto tempo in un’atmosfera sì infocata e non esserne infiammato; sentirsi per quindici giorni intronati gli orecchi dalle parole di «Roma e Venezia» e non crederle sincere; vedersi portato in trionfo, udirsi glorificato e quasi incielato da un popolo intero e non credersene il Dittatore; sapersi segretamente spalleggiato dallo stesso Governo e non supporlo consenziente e complice, poteva essere saggezza non difficile alla fredda mente d’un filosofo e d’un uomo di Stato; ma all’anima ribollente d’un eroe diventava virtù pressochè impossibile. Garibaldi sta per commettere i due più grandi errori della sua vita; ma quando pure non bastasse a riscattarli la nobile prepotenza dell’amor patrio, starebbero sempre a loro scusa questi tre argomenti: la imprevidente e ambidestra condotta del Governo, che pur di godere un riflesso della popolarità del Generale gli aveva sacrificato una parte della propria autorità; la obbedienza passiva dei di lui amici e commilitoni che tenendosi vincolati da una specie di giuramento militare non seppero nè parlargli con verità, nè resistergli con fermezza; finalmente la spensierata e quasi fanatica apoteosi che i Lombardi prima, i Siculi poi, fecero d’un uomo che pure s’atteggiava ad arbitro della nazione e li invitava a seguirlo in una avventura che aveva tutte le apparenze d’una follia e d’una ribellione.

A ciascuno la sua responsabilità. Per aver il diritto di dire tutta la verità ai grandi bisogna prima saperla dire ai popoli. Sarnico ed Aspromonte li fecero in gran parte anche gli Italiani. Stia pure a loro discolpa che il magico Capitano li stregò col suo fascino; il Governo li confuse colle sue ambagi; la parte rivoluzionaria li sorprese colle sue audacie; non è men vero che se Garibaldi non avesse trovato fin dai primi passi tanto incoraggiamento d’applausi, di promesse e di offerte, non avrebbe mai potuto pensare, nonchè avviare, le due temerarie imprese a cui nel 1862 s’accinse. Gl’Italiani gli urlavano: «A Venezia,» ed egli, seguendo la sua natura, rispondeva: «Andiamo.» Essi gli giuravano sulla spada e sulla croce, nelle piazze e nelle chiese: «Roma o morte;» ed egli li invitava a confermare i giuramenti coi fatti; essi continuarono per un mese a rappresentare sotto i suoi occhi la commedia dell’eroismo disperato e del patriottismo indomabile; ed egli, ignorando quanto di rettorico, di melodrammatico e di carnevalesco s’ascondesse ancora, per antica legge ereditaria, nelle vene de’ suoi concittadini, egli, l’eroe dabbene e sincero, li prese sul serio e scontò la pena per tutti.

XI.

La storia di Sarnico è breve. Garibaldi, visitate ancora Brescia, Castelgoffredo, Asola, Desenzano, Pavia, adducendo il bisogno di curarsi della sua vecchia artritide si riduce in sul finire d’aprile presso le Terme sulfuree di Trescorre, nella villa del suo vecchio amico Gabriele Camozzi. Chiunque però sapeva che Trescorre giace come al centro delle valli che mettono al Tirolo, e osservava gli andamenti del Generale e de’ suoi seguaci non poteva tardare ad avvedersi che la salute e i bagni erano un comodo pretesto; ma la ragione vera, ben altra e più grave. La villa Camozzi sembrava divenuta un Quartier-generale. Un andirivieni incessante di Garibaldini, di profughi veneti e trentini, di Deputati dell’estrema Sinistra; un discorrere sommesso, un appartarsi guardingo, un apparire e scomparire misterioso, dicevano abbastanza che qualcosa di nuovo si macchinava. Il 5 maggio i membri della Emancipatrice, convenuti a Trescorre per festeggiare la partenza di Quarto, confermavano l’alleanza e la concordia giurata a Genova, e davano a Garibaldi nuovo stimolo a compiere il concepito disegno.[204]

Era una congiura condotta press’a poco colla stessa noncuranza del segreto con cui due anni prima lo era stata la più grande congiura di Marsala. I più noti luogotenenti di Garibaldi, i più celebrati agitatori del partito d’azione[205] giravan apertamente di città in città ad incettare armi, a commettere vesti, a comprare scarpe, a negoziar prestiti di danaro; e bastava aver occhi ed orecchi per conoscerne i passi ed udirne i discorsi. Garibaldi stesso, infine, aveva già dato al Governo di Torino il più chiaro di tutti gl’indizi, inviando agli ultimi d’aprile il dottor Ripari a richiedere al signor Capriolo, segretario dell’interno, plenipotenziario del Rattazzi assente, tutto o parte di quel milione che già era stato promesso per la Grecia, e che era assai facile sospettare dovesse servire a impresa più vicina. Insomma la trama ordivasi con tanta sicurezza e pubblicità che a Parigi ed a Vienna sapevasi già quello che il Ministero a Torino, e, cosa ancor più strana, i suoi governatori di Brescia e di Bergamo sul teatro stesso dell’azione ignoravano. Ma un caso inatteso venne ad illuminarli. A Genova una banda di audaci, svaligiato in pien meriggio il banco Parodi, tenta la fuga sopra una tartana che mesi prima era stata noleggiata a nome di Garibaldi dal colonnello Cattabene, appunto per quella spedizione di Grecia di cui tanto si discorreva e che mai si effettuava. La polizia italiana, frattanto, scoperta la via tenuta dai ladri, riesce ad arrestarli in mare sulla tartana medesima; ma quivi, trovando fra le carte del Capitano il primo contratto del Cattabene, sospetta questi pure complice del furto, e saputolo a Trescorre presso il Generale, senza badar più che tanto, nella notte del 13 aprile, arresta lui pure e lo traduce come un malfattore ad Alessandria. Proteste del Generale; strida del partito; invano; chè al Tribunale soltanto spetta decidere la lite. Se non che l’autorità, frugando la casa del Cattabene per iscoprire maggiori tracce della sua colpabilità nel furto Parodi, viene inaspettatamente ad avere tra le mani gl’indizii d’un’altra impresa non sospettata fino allora: gli appunti, gli ordini, i piani dell’imminente invasione del Tirolo. A tal punto anche il Governo si desta, e mentre bandisce illegittimi tutti quegli apparecchi e falsa la vociferata connivenza del Governo, e ferma la risoluzione d’impedire e reprimere quei tentativi, occorrendo anche colla forza,[206] spedisce truppe a sbarrare tutti i passi di Valcamonica e di Valsabbia; ordina che quanti s’avviano per quelle valli siano arrestati; pone sotto rigorosa sorveglianza Trescorre stesso e i suoi abitatori.

Ed era tempo. Il 14, sera, un manipolo di giovani conveniva da ogni parte nei dintorni del lago d’Iseo, manifestamente avviati per la Valcamonica: il 15 il colonnello Nullo e il capitano Ambiveri, seguíti da una più grossa squadra, stavan per raggiungerli: tutto dimostrava che si era alla vigilia d’un’entrata in campagna. Allora anco i Prefetti di Brescia e di Bergamo si riscuotono in sussulto: Nullo, Ambiveri e cinquantacinque de’ loro compagni sono presi a Palazzolo: altri quarantaquattro tra Sarnico ed Alzano Superiore: e i prigionieri, con l’imprudenza che segue sempre le risoluzioni precipitate, sono tradotti parte a Bergamo e parte a Brescia, patria di quasi tutti gli arrestati, le due città più infiammabili d’Italia. E ne apparvero tosto le conseguenze: il popolo bergamasco si accontentò d’un tumulto presto sedato; ma il bresciano più sulfureo s’avventa alle prigioni per tentare di liberare i prigionieri: il picchetto di guardia resiste; spiana l’armi, fa fuoco: un cittadino è ferito, un altro morto: grande lutto e maggior scompiglio in tutta la città.

A questa nuova Garibaldi schizza fuoco e fiamme: scaraventa contro i difensori delle prigioni di Brescia una violenta invettiva, pareggiandoli «a sgherri mascherati da soldati,» e proponendo una spada d’onore all’ufficiale russo Popof, che favoleggiavasi avesse spezzato la sua piuttosto che usarla contro l’inerme popolo di Varsavia; nè pago di ciò, chiede imperiosamente al Prefetto di Bergamo la liberazione de’ suoi prigionieri, proclamando «aver essi agito per espresso suo ordine e sè solo in ogni evento responsabile.» Dove fosse per trascorrere l’accecato Achille era pauroso il pensarlo; pure avendogli il dabben Prefetto comunicato la cortese, ma ferma risposta del Ministero: «rincrescere al Governo, ma non poter ammettere il modo di vedere del generale Garibaldi circa le conseguenze de’ fatti avvenuti;» eccolo a un tratto, come se tutto quel furore non fosse stato che un fuoco d’artificio, mutar parole e contegno; ridivenir ragionevole e sereno; temperare in una nuova lettera le acerbe frasi dirette all’esercito:[207] promettere a quanti l’avvicinano d’aver deposto ogni pensiero di spedizione; reduci i ministri da Napoli, abboccarsi tranquillo col Rattazzi e il Depretis; tranquillo partirsi da Torino; tranquillo ritirarsi a Belgirate, ospite di Benedetto Cairoli, d’onde dichiara pubblicamente: «Che ogni arruolamento che si potesse fare, sarebbe a sua insaputa ed avrebbe la sua disapprovazione.[208]»

E non basta: riapertosi in quei medesimi giorni il Parlamento, il Generale consigliavasi di inviare al Presidente della Camera dei Deputati una lunghissima lettera, la quale, riassunta ne’ suoi capi principali, diceva: esser venuto sul continente chiamato dal Ministro Ricasoli, che dicevasi disposto ad occuparsi seriamente dell’armamento nazionale: il nuovo Ministero avergli confermato il mandato dei Tiri a segno, e più «data larga speranza» che sarebbesi adoperato alacremente alla definitiva costituzione d’Italia: pegno dei patti convenuti doversi riguardare la istituzione di due battaglioni di Carabinieri Genovesi; venuta meno anco questa promessa, aver egli rimandato alle loro case i giovani accorsi a parteciparvi; ma poichè parte di loro riluttava a rimpatriare, egli «li consigliò a raccogliersi in alcuni luoghi della pacifica Lombardia nei quali si doveva provvedere al loro mantenimento con ispontanee oblazioni di buoni cittadini, mentre essi si sarebbero esercitati viemeglio alle armi in aspettazione di futuri avvenimenti.» Il Governo quindi equivocò fatalmente sullo scopo di quei depositi: niente di più falso che si trattasse d’un tentativo d’invasione nel Tirolo; dolorose tutte le persecuzioni di cui i suoi compagni furono fatti segno: suo grido sempre Vittorio Emanuele, e guai a chi tocca il concetto salvatore: necessario però a fecondarlo l’armamento universale della nazione. Questa tende alla sua unificazione come i gravi al centro della terra: irrefrenabile l’agitazione della gioventù: chi vuole opporsi al generoso movimento assume tutta la responsabilità delle disgrazie che ci possono minacciare.[209]

Non rifaremo la discussione, o meglio il diverbio, che per questa lettera s’accese in Parlamento. Il Crispi la difese passo passo, spiattellando in faccia al Rattazzi anche la storia del milione, o, come volgarmente dicevasi, del milioncino promesso per la Grecia; il Rattazzi armeggiò abilmente a contraddirla in tutti quei punti che lo prendevano di mira; la Camera, più per tutelare l’autorità del governo che per fiducia nel Ministero, votò un Ordine del giorno che prendeva atto delle di lui dichiarazioni e lo incoraggiava a far rispettare la legge; ma un’opinione s’accordò nelle menti, che la verità non si disse nè si seppe intera da alcuno; e che poche giornate meritarono come quella il proverbiale titolo di journée des dupes.

E questo giudizio tocca per primo Garibaldi. Quale imperiosa ragione abbia potuto indurre il Generale a firmare quella lettera (a firmare, diciamo, non a scrivere, poichè lo stile prolisso e il sillogizzare curialesco la dimostrano evidentemente fattura d’altra mano), a noi non fu dato chiarire; il segreto è morto probabilmente coll’eroe. Per certo quel messaggio non diceva tutta la verità e ne dissimulava la principalissima parte. Che la spedizione del Tirolo non dovesse aver luogo immediatamente; che tra la raccolta delle armi e degli armati, e il momento dell’invasione potesse o dovesse trascorrere ancora un certo tempo, e che in questo intervallo fosse possibile una resipiscenza e un contr’ordine, ciò si comprende di leggieri; e in questo senso la lettera del Generale diceva il vero; ma che tutta quella gioventù si radunasse ai piedi dello Stelvio e del Tonale, sulle soglie del confine austriaco, solo per esercitarsi alle armi, o molto meno, come nell’eccesso del suo zelo apologetico volle dare a credere il deputato Crispi,[210] o molto meno per apparecchiarsi a tragittare il Mediterraneo e combattere in Grecia, ciò oltrepassa i confini del credibile e dell’intelligibile, e ciò non è.[211] E non andremo in cerca per questo di superflue prove; non faremo appello alla testimonianza di centinaia dei nostri antichi amici e compagni d’armi; non pretenderemo nemmeno che si creda alla nostra;[212] ci basta rammentare un fatto solo: Bixio, alla Camera dei Deputati, nella tornata dell’8 giugno 1862, studiandosi a dimostrare che il Ministero non poteva avere alcun sentore di quella impresa di cui eran piene le bocche, adoperò questo singolarissimo argomento: «Tanto vero, esclamò, che Garibaldi interrogò me se conveniva renderne partecipe il ministro Depretis ed io ne lo dissuasi.» Ora è troppo ovvio che nè Garibaldi avrebbe stimato necessario di consultare il Depretis, nè Bixio reputato sì pericoloso il farlo, se quei disegni che allora mulinavano per la mente del Generale fossero stati embrioni ancora non nati; o, come egli scriveva, si fossero arrestati all’innocente idea di esercitar alle armi qualche giovanetto ramingo e sfaccendato.