IX.

Ma intanto che questi avvenimenti, più o meno probabili, maturavano, Garibaldi era chiamato a Genova da un’altra cura. Le antiche discordie della parte rivoluzionaria erano rinate. Essa pure era da molto tempo partita in due fazioni, o frazioni che vogliansi dire, l’una procedente più direttamente da Mazzini, che accettava condizionatamente la Monarchia, rimetteva bensì al tempo, ma non nascondeva il suo ideale repubblicano, teorizzava il diritto dell’iniziativa privata, predicava l’azione immediata e continua, poneva al Governo il dilemma: lasciarla fare e seguirla, o cadere; l’altra, capitanata più visibilmente da Garibaldi, che pur avendo con la prima molti punti di somiglianza, pure ne dissomigliava in tre essenzialissimi: era schiettamente monarchica; credeva, senza dottrineggiare della sua legittimità, alla utilità dell’iniziativa rivoluzionaria e alla potenza della guerra popolare; serbavasi ferma tuttavia a non staccarsi dal Governo, pronta anche, se egli precedeva, a marciare dietro a lui; infaticabile solo a sospingerlo se indugiava; ma, fino al giorno in cui discorriamo, aliena pur sempre dal disconoscerlo ed esautorarlo. Ora, com’è ben naturale, ciascuna di queste due frazioni aveva la sua speciale organizzazione; e come la garibaldina era disciplinata, e quasi militarmente instrutta nei Comitati di Provvedimento, così la mazziniana per opera principalissima dell’infaticabile Bertani (che nel Bellazzi, già suo creato ed ora segretario de’ Comitati, trovava un fomite di più alle sue antipatie) era venuta prendendo nome e persona in tante Associazioni unitarie, che a primo aspetto si sarebbero dette un plagio e un pleonasmo dei Comitati, che in realtà ne differivano per quei punti che abbiamo posti in rilievo, e coi quali combatteva da parecchi mesi una sorda guerra fraterna, immagine riprodotta per mille membra della suprema discordia de’ capi.

Parve quindi urgente ai principali delle due parti che il periglioso dissidio cessasse; e cercandone il modo, nessun migliore espediente seppero immaginare che un’Adunanza generale, quasi un Concilio ecumenico, di tutti i rappresentanti dei Comitati e delle Associazioni auspice da Londra l’Apostolo del pensiero, da Caprera il Pontefice dell’azione.

Convocata infatti da Garibaldi stesso, l’Assemblea si raccolse in Genova nel teatro Paganini il 9 di marzo. Eran presenti tutti i caporioni e caporali della democrazia, non meno di quattrocento persone; presiedeva Garibaldi per ciò appunto venuto da Torino; il quale, dopo aver nell’usato stile, scongiurato per la concordia, additato nuovamente Roma e Venezia, riaffermata la necessità di formare il fascio, o com’egli diceva, «il fascio romano di tutte le forze,» aperse la discussione, quanto dire tutte le cataratte della patriottica eloquenza. Pure fu notabile che in un’adunata d’uomini sì diversi, nessuno esorbitò. Parve anzi che l’Assemblea ci mettesse una tal quale ostentazione ad imitare l’ordine e la gravità dei dibattimenti parlamentari, sicchè fra il dispetto e l’ironia fu battezzata di secondo Parlamento. E d’un Parlamento ebbe, a dir vero, tutto l’aspetto e tutta la solennità, tanto che se fu doveroso che il Governo la rispettasse, perocchè così l’impedirla come il discioglierla sarebbe stato del pari illegittimo, certamente fu molto significativo che un’Assemblea di quattrocento persone, non munite d’alcun mandato legale, assegnasse termini alla pace ed alla guerra; accettasse e respingesse alleanze; passasse in rassegna armi ed armati; facesse e rifacesse l’Italia, e il Governo fosse costretto a restare inerte spettatore di tutto ciò, quasi in sembianza di tacito complice.

Per ventura però le deliberazioni furono meno paurose delle discussioni. I Comitati di Provvedimento si fusero colle Associazioni unitarie in un nuovo sodalizio che prese nome di Società Emancipatrice; un Comitato di ventiquattro membri, cibreo di tutte le tinte, fu eletto a rappresentarla; si auspicò al fausto connubio; si inneggiò a Roma e Venezia; si indusse Garibaldi ad invocare come pegno della restaurata concordia il richiamo di Mazzini, e tutto passò come iride, lasciando i nembi di prima.

X.

Ma il Governo era impegnato a concedere ben più. Reduce Garibaldi a Torino, Rattazzi perfezionando il disegno del Barone Ricasoli gli commette la direzione dei Tiri a bersaglio, colla balla di girare Italia per propagarne l’effettuazione: poco dopo gli consente la istituzione di due battaglioni di Carabinieri mobili comandati da suo figlio Menotti;[200] apparentemente destinati a combattere il brigantaggio nel Mezzogiorno, ma presti, occorrendo, per altre imprese; infine, complotto trapelato soltanto più tardi, ma non men vero, gli promette un milione di lire per provvedere all’armamento d’una spedizione in Grecia, insorta allora contro il re Ottone, e che Garibaldi aveva promesso soccorrere[201] se non gli si apriva altra via in Italia.

Così il Dittatore cacciato da Napoli pareva risorgere a Torino. Si invocava il suo consiglio, si ambiva il suo aggradimento, si interpretavano i suoi discorsi come responsi d’oracolo. Ospite del senatore Plezza, la sua casa pareva un ministero; una processione perpetua di Garibaldini, di patriotti, di Ministri, di Deputati d’ogni colore, di ammiratori e sollecitatori d’ogni fatta, passava e ripassava a visitarlo, a onorarlo, a consultarlo. I principi reali di Savoia lo convitavano alla loro mensa quasi ingloriando dell’onore; finalmente l’ultima settimana di marzo scortato dai figli e da numeroso corteo di luogotenenti e di commilitoni, sopra treni appositi, in carrozze separate, a spese dello Stato, s’incamminava alla volta di Lombardia. Per contrapposto in quei medesimi giorni Vittorio Emanuele moveva colla Corte e coi Ministri a visitare per la seconda volta il Mezzogiorno; ma la cronaca narrò che il viaggio del mozzo nizzardo fu più trionfale.

I Sindaci gli muovono incontro, i Municipi lo albergano a loro spese, i Prefetti lo banchettano, il clero lo ossequia, l’esercito lo acclama, le Guardie nazionali gli presentano l’armi, i Garibaldini in camicia rossa montano la guardia alla sua porta, le donne lo corteggiano, lo abbracciano, lo baciano, ne portan via per reliquia i capelli e le vesti, gli offrono in dono le gemme ed i figli: infine dovunque arriva una turba immensa di popolo lo attende impavido alla pioggia ed al sole, monta sui tetti e sugli alberi per vederlo, si precipita, appena lo scorge, intorno a lui, lo avviluppa, lo serra, lo trasporta, lo tien prigione del suo affetto e del suo delirio, lo spia in ogni atto, lo segue in ogni passo, assedia da mane a sera gli approcci della sua casa, lo chiama e richiama al balcone, lo fa parlare e lo apostrofa, gli promette tutto quello ch’egli domanda, gli grida ad ogni istante: «Roma e Venezia;» a cui il Generale risponde quasi invariabilmente: «Sì, Roma e Venezia son nostre, e se saremo forti, le avremo.»

A Milano, murato da un serraglio vivente, non gli basta un’ora per arrivare dalla Stazione all’albergo: dalla terrazza della Ville saluta «il popolo delle cinque giornate capace di venticinque,» raccomanda la carabina; promette al solito Roma e Venezia. Inaugurando con pompa solenne il bersaglio provinciale, spara egli il primo colpo, che i giornali trovano stupendo. Dovendosi distribuire le medaglie commemoratrici delle ultime campagne, ne è commesso l’ufficio a lui, e molti, pigliando le medaglie da quella mano, piangon di gioia e tentano baciarla. Il Sindaco lo arringa; le Guardie nazionali e le Associazioni operaie gli sfilan davanti a bandiere spiegate; i membri dell’Istituto Lombardo s’affrettano a visitarlo; il prefetto Pasolini lo invita a pranzo, e all’udire il racconto delle sue gesta esclama: «Questa sera divento garibaldino anch’io.[202]» Manzoni infine, visitato per omaggio dall’eroe, dice: «Sono io che devo prestar omaggio a voi: io che mi trovo ben piccolo dinanzi all’ultimo dei Mille, e più ancora dinanzi al loro Duce, che ha redento tanta parte d’Italia e nel modo migliore, offrendola a Vittorio Emanuele;» e avendogli il Generale nell’accommiatarsi fatto presente d’un mazzettino di viole, «lo conserverò, esclama il Poeta, lo conserverò in memoria d’uno de’ giorni più belli della mia vita!»