La minaccia infatti non si rinnovò; ma scampato da un pericolo, ecco invitarlo un altro cimento, perpetua sua vicenda. Ardeva fra gli Stati Uniti del Nord e del Sud la guerra così detta di secessione, e il presidente Lincoln, o fosse grande fiducia nel prestigio oramai mondiale del Liberatore di Sicilia, o fosse penuria, in quell’improvviso irrompere della rivolta, di buoni e reputati Generali (gli allievi di West-Point eran pochi, la più parte secessionisti; e i Grant, i Sherman, i Sheridan non s’eran rivelati ancora), fece chiedere a Garibaldi per mezzo del Console della Federazione a Bruxelles se avrebbe accettato il comando in capo dell’esercito federale. Nessuna offerta poteva riuscire più geniale e lusinghiera all’eroe: aggiungere alla gloria d’una vita spesa ne’ due emisferi per la libertà de’ suoi fratelli di razza, quella di capitanare a nome d’una grande Repubblica la guerra d’emancipazione dei Negri, voto della sua giovinezza, onore del suo secolo, era tale tentazione da vincere ogni modestia e tal premio da compensare ogni pericolo.

Pure gradì, ma non accettò tosto l’invito. Pensoso più d’Italia che di sè stesso, non sapeva risolversi ad abbandonarla alla vigilia forse di quella nuova riscossa da lui tanto invocata, e frattanto temporeggiava, ponendo condizioni che erano clausole dilatorie; consultando il Governo, che gli faceva dire: «Andasse pure, non aver per ora alcun bisogno di lui;[196]» interrogando gli amici più divisi e perplessi di lui e incapaci d’un concorde consiglio.

Prevaleva tuttavia anco fra i principali, il partito dell’accettazione, non tanto per gli onori e gli allori che la bella avventura prometteva, così al Capitano come a’ suoi seguaci, quanto perchè, parendo a tutti lontana la possibilità d’una guerra in Italia, conveniva assai meglio alla stessa fama dell’eroe ch’egli traversasse quel periodo di tregua forzata, tra le lotte d’una vasta e gloriosa palestra anzichè nell’angusta arena delle fazioni nazionali, o nell’ozio increscioso e nella solitudine amareggiata di un’isola deserta.

Se non che al divulgarsi della nuova anche il paese cominciò a commuoversene; gli avversi alla partenza si fecero essi medesimi istigatori o consiglieri di manifestazioni popolari: a Napoli si andava sottoscrivendo un indirizzo al Generale che lo scongiurava a non abbandonare l’Italia, ed a recarsi nel Mezzogiorno a sanare le piaghe che il Governo di Torino vi aveva riaperte; talchè egli, incapace di distinguere, in quelle dimostrazioni, la parte artificiale dalla sincera, e credendo di udire in quelle voci la voce della patria stessa, finì col dichiarare al Console americano d’esser dolente di non poter aderire all’invito, soggiungendo «che dubitare del trionfo della causa dell’Unione non poteva; ma che, se per mala sorte la guerra dovesse continuare, egli avrebbe vinto tutti gli ostacoli per affrettarsi alla difesa d’un popolo che gli era tanto caro.[197]»

E la guerra durò ancora quattro anni e l’invito fu ripetuto, ma Garibaldi, anche volendo, non avrebbe più potuto accettarlo: un ostacolo ch’egli non avrebbe mai potuto prevedere, ma più forte d’ogni volontà, gliel’avrebbe vietato: la palla d’Aspromonte.

VIII.

In sullo scorcio di febbraio il senatore Giacomo Plezza, presi seco il suo schioppo ed i suoi cani da caccia, s’imbarcava per Caprera. E che unico scopo della sua gita fosse una partita alle pernici ed alle beccaccie, i giornali spacciarono e il pubblico credette. Ma non appena il Senatore fu nell’Isola, svela a Garibaldi l’arnese da caccia non essere che una maschera; mandarlo in segreto il barone Ricasoli (primo successore del conte di Cavour) onde assicurarlo in suo nome che il Governo non aveva rallentato, nè rallenterebbe un istante dagli apparecchi dell’impresa nazionale; affrettarne anzi, ma non esserne ancora maturata l’opportunità; pregar quindi il Generale a non voler con moti intempestivi guastare l’opera bene avviata; giunta l’ora, sarebbe fra i primi avvertito; tenesse frattanto come pegno dei buoni intendimenti del Governo l’imminente apertura dei Tiri a segno nazionali e l’invito che gli faceva per mezzo suo di venire sul continente a presiederne l’inaugurazione e a diffonderne l’istituzione.

Che il Plezza abbia tradotto esattamente, oppure no, il pensiero del suo mandante; che a lui sia stato commesso soltanto di invitare il Generale «a rimanersi tranquillo in aspettazione dell’opportunità;[198]» che quell’idea di trastullare l’irrequieto Capitano con quella distrazione dei Bersagli sia stata suggerita prima dal Plezza, e dal Ricasoli soltanto assentita, tutto ciò poco monta; il fatto è che Garibaldi aveva il diritto di credersi invitato da un’ambasciata del Governo, e poichè quell’invito s’accordava coi mille che da ogni parte i suoi amici gli inviavano, e colle sue più segrete speranze e vivaci impazienze, così l’accettò tosto, e il 2 marzo in compagnia del Plezza medesimo sbarcava improvviso, come al solito, in Genova.

Se non che tre giorni dopo il Ministero Ricasoli non era più. Meglio ancora dell’aperta ostilità degli avversari l’avevan ucciso la tolleranza ostentata, e la malcelata freddezza de’ suoi amici. Certi suoi atteggiamenti più altezzosi che fieri verso Napoleone III ed i suoi Ministri, ond’era venuto in fama di poco devoto e poco gradito all’imperiale protettore; certe sue professioni di fede liberalesca, più mistiche a ver dire che pratiche, ma ad orecchio moderato troppo puritane; la stessa rigidezza baronale colla quale soleva trattare uomini e cose, l’avevano da lungo tempo indebolito nel favore della sua parte; ma quando gli fu chiesto, quasi per metterlo alla prova, di sciogliere i garibaldini Comitati di provvedimento, ed egli in nome della libertà d’associazione, mallevata dallo Statuto, sdegnosamente rifiutò, fu evidente, nonostante l’ombra d’uno stentato voto di fiducia, che ogni consenso d’idee e di affetti fra lui e la Destra era rotto, e che altro non gli restava che deporre il governo. E così fece; e poichè il Rattazzi ne febbricitava di voglia da più mesi, e il Re lo prediligeva, e i Centri lo invocavano, e la Sinistra prometteva tollerarlo, e la Destra doveva subirlo, così egli ne fu il naturale successore; senz’altro contrasto che de’ più arrabbiati delle varie consorterie moderate, le quali non avendo saputo fino allora nè combattere con lealtà, nè sostenere con franchezza il Ricasoli, si lagnavano ora ch’egli cadesse in un punto ed in un modo da lasciarne l’eredità al loro più aborrito avversario.

All’udire pertanto questa nuova, anche Garibaldi s’allietò. Egli non conosceva il Deputato d’Alessandria che di nome, e non era certo in grado di giudicare della sua politica, molto meno di distinguere quella sottile linea che appena lo discerneva dai moderati; ma da ogni parte glielo dipingevano per vecchio avversario del conte di Cavour, diletto a Vittorio Emanuele, beneviso a gran parte della Sinistra, democratico d’origine e di costumi; e ciò bastava perchè egli si felicitasse del cambio e si illudesse di trovare in lui un alleato più compiacente e più maneggevole. Nè alcuno si curò, a quel che parve, di trarlo d’illusione; chè ridottosi il Generale a Torino e ristrettosi a intimo colloquio, prima col Re, poi col Rattazzi medesimo, partì da entrambi quasi entusiasta, a tutti magnificando le idee del nuovo Ministro, esortando i suoi amici a sostenerlo, ripromettendosi di compiere con lui le più grandi cose. E fino a qual punto fossero arrivate da un lato le promesse o le lusinghe del Presidente del Consiglio, e dall’altro la bonomia o la credulità del Generale, sarà difficile il documentare; certo da quel giorno si diffuse la voce che in quei colloqui fossero stati fermati importantissimi disegni; che Ministero e Garibaldi agissero ormai d’accordo; e che l’Italia fosse alla vigilia di grandi avvenimenti.[199]