Da quell’istante Garibaldi non s’arresta più. Appena reduce a Palermo affretta colla nativa energia, incuriosa de’ particolari, sempre diretta al fine, gli apparecchi della bandita impresa: manda i suoi più fidati ufficiali a correre il continente, ad avvertirvi gli amici, a fare incetta d’armi e di danaro: ad altri commette lo stesso ufficio nella Capitale: spedisce nei comuni limitrofi il Corrao e il Bentivegna (compagno il primo di Rosolino Pilo, fratello l’altro dell’infelice Capo della insurrezione del 1856) a chiamare a raccolta i Picciotti; e tutti lo ubbidiscono, tutti argomentando dalla palese acquiescenza del prefetto Pallavicino che si fosse a una ripetizione del sessanta, e che il Governo tacitamente assentisse, tutti lo secondano e gli prestano aiuto. Soltanto tre de’ suoi più intimi, tra tanti che lo circondavano,[216] raccolto tutto il loro coraggio, tentano di far sentire al Generale consigli di prudenza, dimostrandogli la impossibilità di transitare armata mano la Sicilia, senza incontrarvi o prima o poi l’esercito regio, e soggiungendo, allo stremo d’ogni altro argomento, che se la spedizione di Roma era invariabilmente deliberata nell’animo suo, fosse il minor dei mali tentarla, come nel sessanta, per l’ampia via del mare, dove il rischio di esser colati a fondo sarebbe stato sempre minor danno d’una guerra civile, quasi inevitabile per terra. E, fosse la bontà dei ragionamenti, fosse un rimasuglio d’incertezza ancora tenzonante nella sua mente, il Generale, cosa insolita, consentì ad ascoltare e discutere; cosa poi veramente straordinaria e quasi unica, parve anche disposto a seguire il consiglio. Infatti fu notato da chi gli era più vicino che il giorno dopo egli diede ordine di raccogliere le armi e le munizioni in qualche casa presso la costa; e spedì il suo segretario Basso a Messina in cerca di vapori mercantili.

Se non che avendogli taluno de’ più esaltati Siciliani, specie il Corrao ed il Bentivegna, dato l’annunzio che nel bosco della Ficuzza erano già raccolte in armi alcune migliaia di Picciotti, e dipinta la Sicilia tutta pronta a insorgere, il Generale si lasciò trasportare da quelle novelle, e deliberando piede stante, secondo il suo costume, all’insaputa della maggior parte de’ suoi amici, seguíto dai pochissimi che in quel momento gli si trovavan d’attorno, parte per la Ficuzza, dando la posta colà a quanti volessero raggiungerlo. Allora nuovo e più strano spettacolo; Palermo brulica d’armi e d’armati, come alla vigilia d’una campagna; squadre di giovani a piedi, in carrozza, a cavallo, in completo arnese garibaldino traversano a tutte le ore la città; un nerbo di loro, in una casetta a poche miglia dalle porte, piglia le armi e le buffetterie, s’organizza in compagnie e in colonna al suon delle trombe, sfilando a pochi passi da un battaglione di truppe regie, mandate non si sapeva se per fiancheggiarli o sbarrar loro il cammino, s’avvia sicuramente, allegramente al campo designato. Ora dire o far credere al popolo testimonio di quelle scene che non fosse negozio inteso; che quelle mostre di proteste e di proibizioni del Governo fossero altro che commedia, era impossibile. E lo provò subito il prefetto De Ferrari, mandato a surrogare il Pallavicino, dopo che questi, più non potendo reggersi nell’equivoca posizione, aveva rassegnato l’ufficio; lo provò, diciamo, quando essendosi stimato in dovere di pubblicare un suo manifesto, che il Governo disapprovava quella mossa ed era deliberato ad impedirla, si vide strappati, tra le beffe e le minaccie, i suoi bandi e posti in mora tanto egli quanto il generale Righini, Comandante militare della città, o di venire ad aperta battaglia per le vie o di starsene inerti.

XV.

La mattina del 1º agosto infatti erano assembrati nei boschi della Ficuzza circa tremila Volontari; talchè il Generale tutto lieto esclamò: «Non ne ebbi tanti nel sessanta.» Eppure la qualità n’era tanto diversa! Quando se ne eccettui il battaglione de’ Palermitani, eletta della cittadinanza, e con esso una piccola mano di continentali e poche reliquie di veterani e di patriotti seminati per le file, il grosso componevasi d’un’accozzaglia di vagabondi e di ragazzacci razzolati a caso fra quel vario elemento che in Sicilia forma, a seconda dei tempi, così il ripieno delle squadre patriottiche, come il fondo delle bande brigantesche, e che diede subito saggio di sè stessa gridando al Generale per primo saluto: «pane pane....» Pure il Generale li accolse tripudiando, compiacendosi quasi di que’ cenci e di quelle faccie con quel sentimento medesimo con cui un altro e ben più grande entusiasta lungo le rive dei laghi galilei compiacevasi delle lacere turbe che lo seguivano. Però dopo averli arringati in un suo Ordine del giorno che cominciava[217] colla formola «Italia e Vittorio Emanuele, Roma o morte» e finiva colla speranza «di dare, riuniti al prode esercito, un ultimo saggio del valore italiano,» partisce la sua gente in tre colonne: una, la più grossa, sotto il suo comando diretto; l’altra sotto gli ordini del Bentivegna, destinata a percorrere, per Girgenti, la costa meridionale della Sicilia; la terza guidata da un Trasselli, diretta per Termini, su Messina; e ciò fatto la mattina del 2 agosto per Corleone, dove un picchetto della truppa regolare gli monta la guardia, s’avvia a Mezzojuso.

E colà soltanto gli giunge la nuova che era messo fuori della legge. Il ministro Rattazzi, veduta l’ostinata impenitenza del Generale, e vani ormai così i mezzi della persuasione, come quelli della repressione ordinaria, si scuote alla fine; propone apertamente al Re di porre la Sicilia in istato d’assedio; manda Commissario a Palermo, con pieni poteri militari e civili, il generale Cugia, e il Re stesso, sancendo la proposta de’ suoi Ministri, pubblica un proclama agli Italiani, nel quale ammonitili «a guardarsi dalle colpevoli impazienze e dalle improvvide agitazioni,» e assicuratili che «giunta l’ora della grande opera la voce del loro Re si farà udire,» dichiara «ogni appello che non sia il suo, appello alla ribellione ed alla guerra civile,» minaccia del rigor della legge quanti non daranno ascolto alle sue parole, e chiude solennemente: «Re acclamato dalla nazione, conosco i miei doveri. Saprò conservare integra la dignità della Corona e del Parlamento per avere il diritto di chiedere all’Europa intera giustizia per l’Italia.[218]»

Primi portatori a Mezzojuso di queste novelle, come del bando regale, furono il duca Della Verdura e il dottor Gaetano La Loggia, vecchi e cari amici del Generale; ma nè i loro affettuosi consigli, nè la voce augusta di Vittorio Emanuele, nè la minaccia della legge, nè i pericoli della guerra civile valsero a smuovere il proposito, ormai incrollabile, dell’indomito Capitano. E n’adduceva le ragioni, o quelle almeno che a lui parevano tali: non credere il Ministero giusto interprete della volontà nazionale; non sgomentarsi, memore d’avervi felicemente disobbedito altra volta, del divieto regio, probabilmente imposto da prepotenza straniera o da intrighi diplomatici: l’esercito poi, lungi dal temerlo nemico, attenderlo aiutatore e alleato, e in ogni evento lasciassero a lui la cura d’evitarlo; finalmente il disputare era tardi; l’alea era tratta; egli aveva giurato a Roma per la vita e per la morte; campione sacro a quella causa, non poteva retrocedere più.

E non retrocesse; e per venticinque giorni precisi egli proseguì la sua via con tanta sicurezza e tanta fortuna che gli Italiani non seppero più se il Governo parlasse per celia o per davvero; se quell’esercito che lo scontrava ad ogni passo e non l’arrestava mai fosse destinato ad una indiretta complicità o ad una comparsa teatrale; se infine in tutto quell’ingarbugliato dramma, che da mesi si svolgeva sotto i loro occhi, essi fossero giuoco d’un occulto protagonista che dirigesse a sua posta la macchina, e di cui Garibaldi non fosse, a dir così, che il confidente e lo stromento.

XVI.

Udito il Te Deum nella chiesa di Mezzojuso (a compiere quella shakespeariana tragicommedia d’equivoci non mancava più che preti cattolici in chiesa cattolica benedicessero a Dio per la caduta del poter temporale), Garibaldi leva il campo il 6, mattina; la sera del dì medesimo è ad Allia; il 7 a Valledolmo; l’8 a Villalba, dove gli perviene la notizia che a Santo Stefano la colonna Bentivegna era venuta alle mani a cagione di due disertori con un battaglione di regolari che colà presiedeva; ma aveva evitato più sanguinoso conflitto principalmente per l’ardito e pronto accorrere di Enrico Cairoli, il quale, cacciatosi fra i combattenti, aveva ottenuto si cessasse dal sangue fraterno a patto di lasciare i disertori e sgombrare al più presto la terra.

Ripresa la marcia, traversa il 9 Santa Caterina; il 10, incontrato dalle Guardie nazionali del paese, accampa a Marianopoli; l’11 entra in Caltanisetta, d’onde la truppa regia, udito il suo avvicinarsi, si ritira quasi fuggiasca, a Girgenti, la città gli dà un banchetto in cui il Prefetto medesimo beve «alla fortuna della sua impresa;» ed egli saluta Vittorio Emanuele in Campidoglio, e parte regalato d’armi, di danari, di vesti. L’indomani a Villarosa lo raggiunge, con ottocento uomini, il Bentivegna; il 14 a Castrogiovanni un barone varesano si arruola sotto la sua bandiera con una grossa squadra soldata da lui, talchè, ascesa la colonna a quattromila armati, viene divisa in due Legioni romane, agli ordini, la prima del Menotti, la seconda del Corrao. A Piazza, a Leonforte, a San Filippo le stesse accoglienze. A Regalbuto sopraggiungono i deputati Mordini, Fabrizi, Calvino e Cadolini, venuti di terra ferma per esplorare davvicino il vero stato delle cose ed a seconda dei casi, o ripregare il Generale a desistere dall’impresa, o associarvisi. E fu, se ci apponiamo, in que’ dintorni (non sapremmo tuttavia precisarne il punto) che il Generale stesso ricevette una lettera dell’ammiraglio Albini,[219] nella quale questi a nome del Governo proponevagli di trasportarlo su una fregata regia in quel qualsiasi porto del Regno che meglio gli fosse piaciuto; pronta la fregata ad attendere i suoi ordini fra Acireale e Catania. Offerta benigna, ma imprudente, come quella che dava al Generale un pretesto di più per marciare su Catania, e ch’egli perciò s’affrettò ad accettare.